“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Sabato, 10 Ottobre 2015 00:00

Barbonaggio, diario di un viaggio

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Terminal bus di Lecce, biglietteria. Da qui partono le navette che portano al più vicino aeroporto, a Brindisi. È mattino, sul piazzaletto antistante lo sportello – che sembra una sala d’attesa all’aperto, di quelle dove puoi incontrare qualche senzatetto o la turista francese ammiccante – le fasi sono concitate. Studenti, pendolari, affaristi, mercanti, paesani in cerca di fortuna, voyeurs e cocotte, professionisti e inventati. In coda o in attesa. Di un biglietto, una partenza, un ritorno. Qualcosa, comunque qualcosa. Qualcosa da fare.

Il “barbone” Ippolito Chiarello ha ritirato il suo biglietto, tra l’artista e Madrid, prima tappa del suo tour Europeo, il volo. È teso, di quella tensione sottile, irritante tra sterno e bassoventre che è anche orgoglio. Quasi come quando si è innamorati e la meraviglia si traduce in aguzzo, ma piacevole, dolore. Come prima di andare in scena, un minuto prima, quando non sai ancora se sarai l’uomo o l’attore, se il pubblico ti somiglierà o lascerai indifferenti uditori e nemici. Ippolito in scena dovrà andarci, a Madrid. Una scena particolare, forse lo spazio ideale per fare teatro, la strada. In mezzo alla gente, da dove il teatro nasce, da dove si nutre (a meno che non si è teatranti abituati a creare nel buio delle proprie perversioni interiori e lontani dal mondo...), da dove trae ispirazione e specchio. La strada, recitando su una cassetta 40x40, di quelle della frutta; un megafono, un repertorio (in senso poco tradizionale del termine), e la sua professionalità, il suo mestiere. Un attore veterano, riconosciuto, spettatore del Barbonaggio Teatrale di scena in un rinomato festival estivo nel Sud qualche tempo fa, si espresse con queste parole: “Chiarello ha realizzato qualcosa che noi teatranti pensiamo almeno una volta nella vita di fare ma non lo facciamo”. Lo disse in dialetto stretto. Parole pensate, quindi.
Insomma, Ippolito è tra i suoi pensieri col biglietto in mano quando, cercandolo, non trova il cellulare. Si tasta dappertutto, sembra una macchietta eduardiana in questo gesto naturale, spontaneo, va in panico, suda, s’innervosisce. Sta per partire la navetta. Senza telefonino non si può (maledetta dipendenza elettronica), non si può partire. Lo smartphone ci estende (sigh!). “L’ho lasciato a casa” borbotta facendosi precedere da un’imprecazione. Casa non è vicina. La navetta sta partendo. Se non sale sulla navetta non prende l’aereo. Addio Madrid. Ma senza cellulare è fuori dal mondo. Questo inizio di tournée non parte nel modo giusto. Segni? In psicologia questo episodio viene spiegato, defininendolo “atto mancato”: una performance (per rimanere in tema) del nostro cervello che inconsciamente dà degli input. Andare o restare? L’amletica insinuazione viene risolta dall’impiegata allo sportello, concitata davanti l’attore agitando fra le mani lo Smartphone.
Comincia così il viaggio di Ippolito Chiarello per le capitali europee dove porterà la sua arte. Da oggi, su questa testata, racconteremo come va. Con il desiderio di condividere storie. Di raccontare, perché ci si possa sorprendere da lontano, fra le righe ritrovarsi spettatori del barbonaggio. Perché sapere di un altro (in scena) solletica il nostro ego in relazione alle sembianze che vorremmo e il teatro restituisce. Perché ci piace farlo. E piacerà ai lettori. Gli affezionati. Gli uditori non ipocriti. Astenersi dalla lettura falsi moralisti, snob, esteti del nulla e esibizionisti in vetrina. Il teatro è per la gente, non per presunti emissari divini...
Queste la parole di Ippolito a tarda sera, ieri, parlando con sé...: “Scenderò dalla macchina, prenderò la mia valigia e me ne andrò, lasciando la macchina in moto davanti al semaforo (Michele Santeramo, dallo spettacolo Fanculopensiero – Stanza 510 edal film Ogni volta che parlo con me). Oggi, partendo ancora, per il sesto anno consecutivo, con il mio impermeabile Pier Garden, comprato al mercato di Foggia, diventato icona di una appassionante ricerca di una strada nuova per il mio lavoro e per la mia vita di essere umano, sorrido e mi emoziono. Ancora una volta ho lasciato tutto e sono sceso da quella macchina incurante di chi quella macchina l’avrebbe portata via. Parto per altri Paesi, ritorno in quelle città in cui ho cominciato questo sconfinamento di modi alla ricerca del pubblico. Quella macchina è tutto quello che ha da sempre frenato il mio cammino di artista e di uomo. Camminare in quella macchina era molto spesso rimanere fermi a guardare dal finestrino. Dopo sei anni c’è sempre paura e senso di inadeguatezza, ma convinzione di poter comunicare. Madrid è la prima casa dove stasera le immagini del film che abbiamo girato potranno vedere la luce ed essere specchio con questa meravigliosa città. A Madrid accenderò quel megafonino comprato a Firenze quattro anni fa a tre euro (il tre ritorna, numero perfetto). Tutti oggetti che ero convinto mi avrebbero abbandonato dopo poco, ma hanno resistito e continuano a viaggiare con me, in questo viaggio anch’esso all’origine sembrato fragile e ora pronto ad attraversare nuove frontiere”.
Nel frattempo Francesca D’Ippolito, manager del progetto, ricorda di avere dimenticato la sua inseparabile sciarpa viola in aeroporto. A Brindisi, dall’altra parte della terra. Della stessa terra. Un altro atto mancato.
Buon viaggio ragazzi. Da noi che si resta e si viaggia da fermi.

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