“L'attore è un catalizzatore di presenze invisibili e inattuali”.

Attilio Scarpellini

Venerdì, 06 Marzo 2015 00:00

Lacrime di pollo

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Ci si può ammazzare per amore, per aver perso il lavoro, per debiti, in uno scatto d'ira e di pazzia, per avere un po' d'attenzione, ma quelle sono solo morti tristi e non veri suicidi. Il vero suicidio non ha un motivo, se non quello dell'essere. No, non ci si ammazza mica perché il dolore è troppo o si è infelici o non si ha niente! Ci sono molti posti del mondo dove molte persone vivono in queste condizioni, e lì dove capita tutti sono troppo impegnati a cercare di sopravvivere per pensare seriamente al suicidio.

Noi qui siamo tutti felici e fortunati, nonostante tutto...
Il vero suicida muore perché lo vuole, muore per merito, perché così è giusto, la sua non è una qualche malattia depressiva ma è un grande ideale. Il vero suicida non va incontro alla morte disperato, ma lo fa serenissimo rendendo realtà quello che è stato il sogno di tutta una vita. Un vero suicida non odia la vita solo per sé stesso ma per tutti quanti, non pensa la sua morte come fine della sua vita ma come fine della condizione umana. È un altruista e ha coscienza di sé come di un male comune. Solamente un suicida immaturo incolpa il mondo di ogni male.
Il vero suicida non ha paura della vita o del futuro, prova semplicemente disgusto per tutto ciò che vivere significa. Non compie il suo gesto per la sua “insoddisfacente esistenza” ma il desiderio di morire lo assale proprio pensando e credendo sinceramente nella più felice di tutte le vite possibili.
Il suicidio non è un fatto ma una condizione esistenziale, forse una natura.
Solo per gli altri il suicidio è qualcosa che accade a qualcuno. Per il suicida invece il suicidio non è un gesto, e meno che mai un gesto disperato o folle, ma un'anima, un lungo romanzo e un destino.
Solo per gli altri è qualcosa di improvviso e incomprensibile, ma nulla è più ragionevole, ragionato e nulla si vive più intensamente e più a lungo di un suicidio.
Molti credono che bisogni essere malati mentali per voler morire... Poverini bisogna capirli, non hanno mai avuto il coraggio di chiedersi perché continuano a vivere senza scopo né motivo nell'eterna e vuota attesa del prossimo momento di goduria e confidando che dimenticheranno presto tutto ciò che li farà soffrire...
Molti dicono che è un gesto codardo e insensato... Bisognerebbe dunque credere che aspettare l'incidente, l'inevitabile malattia, l'atrocità della vecchiaia, sia sensato e coraggioso?
Molti dicono che i suicidi sono solo pessimisti ed egoisti... Ma nessuno è più gentile, amorevole, fiducioso, misericordioso, divertente e sorridente di un suicida. Che tradimenti ha mai da temere un suicida? Cosa può ancora fargli male? Deluderlo più di così? Quale rancore può ancora provare? Un suicida non ha da preoccuparsi di tutelarsi, di proteggersi, di non diventare un vecchio cinico pieno di rimorsi. Un suicida può dare via tutto perché non ha già più nulla di essenziale, perché tutto presto, prestissimo, andrà perduto. Il suicidio non è un germoglio oscuro dentro l'individuo, un atomo opaco del male, non è un frutto dell'odio ma al contrario è una luce che costringe il suicida a vivere seguendo il Bene e la purezza. Nessun suicida vuole lasciare il mondo da cattivo, e un suicida sa che non ha una vita davanti a sé per rimediare ai propri errori ma che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo. Il suicida è convinto che senza di lui il mondo sarà migliore, e che con la sua morte tutti diventeranno un po' migliori, ma perché questo accada sa anche che prima deve farsi amare tanto e farsi promettere tante belle cose. Il suicida è così l'unico individuo onesto della società, che non ha bisogno di dimenticare né di mentire a sé stesso per andare avanti.
Soltanto da giovane il suicida se ne va in giro diffamando la vita, perché spera di poter essere capito, ma poi crescendo incoraggia gli altri a vivere, ad avere speranza, e accetta che l'Io del suo pensiero non ha alcuna lingua per potersi fare riconoscere. Il suicidio diventa così una identità:

“Uno, nessuno, centomila eppure sempre io ogni mattina a piangere su questo cuscino
Uno, nessuno, centomila e ogni sera la stessa speranza codarda di morire d'infarto
Uno io e nessuno a capirmi, nessuno come me e centomila contro di me a volermi convincere che soffrire ancora sia sensato e che morire sia una follia. E nessuno di tutti loro a essere felice!
Una sola mano alzata al liceo per chiedere al superstite di Auschwitz perché sopportare tanta crudeltà quando morire era così facile, il silenzio di centomila attorno a me che mi ricordava di non essere nessuno. E sentirmi rispondere poi cosa? Che è naturale, che è l'istinto, che l'uomo vuole sopravvivere anche in quelle condizioni... Parole prive di senso. Io non lo capii allora, non l'ho mai capito dopo e non lo capirò mai: ecco chi sono Io”
.

“Magari oggi fosse l'ultimo!” . Il suicidio è avere questo pensiero fisso, questa gioia in più e questo tempo in meno. Il suicidio è un'etica in cui i giorni non sono più fortuna.
Il suicidio è un risveglio che dilata il tempo dell'esistenza e amplifica qualsiasi emozione...
Il suicidio ti abita senza possederti e ti ama un po' più forte dopo ogni respiro con cui lo tradisci.
Il suicidio è un tenero bambino che si cresce e che cresce insieme a noi.
Il suicidio è un piccolo principe, è timido, è saggio, è allo stesso tempo forte e fragile.
Col suicidio si convive, col suicidio si è compagni di banco, colleghi, coinquilini, amici, amanti.
È solamente attraverso il suicidio che il suicida guarda il mondo e vede la vita, è un'iride sincera.
Il suicidio non è nulla di strano o eccezionale ma è una quotidianità che nessun altro vede.

È in bagno, in cucina, nel letto, per strada, a mare, in viaggio, sulle foto e sui diari...
È un'ora dentro ogni minuto, un amore in ogni sorriso e una morte in ogni lacrima.
È cercare costantemente gli altri, amore, e poi fuggire, temere, tremare alla sola idea di incontrarli.
È un sogno lucido che ci permette di guardarci vivere mentre sappiamo di essere già morti.
È un brivido ogni volta che attraversi la strada, spesso distrattamente.
È non lavarsi i denti, perché un morto che cammina non ha alcun motivo di andare dal dentista.
È sapere nuotare ma non saper stare a galla, passare le giornate a mare aspettando squali sott'acqua.
È divertirsi a ferirsi, come se sanguinare potesse spaventarci o la malattia importarci.
È scoppiare in una risata isterica mentre doni ironicamente il tuo sangue per salvare la vita ad altri.
È ogni sera prima di dormire, la preghierina ipocrita a Dio per non risvegliarsi.
È vivere i bei momenti sapendo bene che non ci sarà il tempo di ricordarli.
Il suicidio è nel coito, nell'odio per le tette grosse che ricordano l'allattamento e la vita.
È nel sesso anale, nel piacere infinito di sentire lo sperma caldo sprecarsi negli intestini fra le feci.
È nella masturbazione compulsiva, nell'offesa alla vita ripetuta fino all'abrasione e alla lacerazione.
È nella famiglia, nell'odio incondizionato per la madre e il padre.
È prendere sempre una pillola in più, perché non si sa mai che stavolta si possa essere fortunati.
È pensare che la vita non valga la pena dopo ogni starnuto, tutte le volte che il cielo è nuvoloso.
È credere che nessuna vita sia preziosa, sorridere alla notizia di ogni bambino morto.
È sapere che quello che non ti uccide ti rende più crudele, indifferente, diffidente, bugiardo.
È stare profondamente male nei momenti profondamente felici.
È non aver mai smesso d'innamorarsi come la prima volta, è avere il terrore dell'amore, sentirsi un mostro dopo ogni abbraccio, voler morire dopo ogni bacio, vivere ogni sentimento come una colpa.
È odiare qualsiasi cosa piacevole, tutto ciò che ti spinge a vivere ancora.
È invidiare in ogni istante i più normali, i più vili ed i malati terminali.
È avere difficoltà a uscire dalla propria stanza, vivere di porte socchiuse.
È stare lontano dal sogno crudele del mondo e godere sapendo di non mancare a nessuno.
È non volere più amori né amici, è non voler più spedire altri inviti per il proprio funerale.
È per la strada, alle feste, nei TG, ovunque nel mondo dove tutto quello che vedi ti dà ragione.
È nei libri di geografia, di storia, di politica, dove impari che non farai mai la differenza.
È avere un giorno l'anno per morire segnato sul calendario.
È sedersi a tavola e accarezzare il coltello, attaccare il fon scalzi e ancora bagnati.
È quel secondo in cui tutto si ferma ogni volta che vai nell'armadietto dei farmaci o dei detersivi.
È l'idea di poter essere liberati dal coperchio di una scatoletta di tonno e farle gli occhi dolci.
È non dimenticare e non voler essere ricordati, è sorridere in modo esagerato e grottesco sulle foto.
È non provare mai tristezza quando qualcuno muore e non sopportare alcuna sofferenza altrui.
È sentire il cuore stritolato ogni volta che uno sconosciuto piange.
È passare ore su internet a cercare stragi, guerre, torture, violenze, veleni e sicari low-cost nel deepweb.
È sentirsi irrimediabilmente patetici e mediocri, ogni giorno, ogni ora, senza poterlo accettare mai.
È odiarsi, piangere davanti al porno che si consuma, mostrare a tutti il peggio di sé.
È vivere senza segreti per nessuno, tranne uno.
È smettere di piangere davanti agli altri.
È sapere che incompreso significa misero fallito.
È scoprire che nessuna illusione è più crudele di quella di poter fare del bene.
È sembrare distratti, è passeggiare spesso dentro sé stessi come dentro una galassia e osservare la bellezza del proprio insignificante universo che crolla e collassa sotto il proprio peso.
In mezzo al vano chiacchierio irritante del mondo, alle sue menzogne infinite, è assistere allo splendore di un lento Big-Bang all'incontrario.
Il suicidio è Poesia.
Il suicidio non è l'assenza di qualcosa o di qualcuno, ma è l'esperienza dell'assenza di sé.


“La caduta è forse questo, il non poter più essere un destino personale, ma la sorte di ciascuno in tutti”.

Maurice Blanchot

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