“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Venerdì, 27 Febbraio 2015 00:00

Inutili disquisizioni – II

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Il Bisogno e l’Utilità sono forse incompatibili col concetto di Libertà. Dicono.
L’uomo in quanto corpo, che si manifesta nel suo Essere Vivente, si muove attorno a personali forme della sua configurazione, percepite come più o meno opinabili. La sua natura non sarà mai buona o cattiva di per sé ma dipenderà solo ed esclusivamente da una condizione. Le relazioni umane costruite sul Bisogno fanno capo ad un tornaconto che chiameremo Utilità. È utile ciò che conviene, di cui sento il bisogno e che mi dà soddisfazione. La natura ci costringe forse ad essere in un modo ma si cerca, per ovviare, di creare un riparo entro il quale troviamo ciò che non può Non Essere e che chiameremo dunque Necessario.

La consueta domanda della modernità, “Che cos è l’Io?”, spalanca le porte a faticose e lunghe risposte, talvolta contraddittorie, a cui sarebbe difficile dare spazio. Per scavare all’interno di questo discorso, ci atterremo allora molto banalmente (ma non troppo) alla tradizione libertina del Seicento, più o meno traducibile in: Io scopro le cose attraverso due dimensioni sensoriali, il Piacere ed il Dolore.           
L’esistenza stessa è un agglomerato di Piacere (tutto ciò che mi spinge ad Essere) e di Dolore (tutto ciò che mi sottrae dall’Essere e da cui dunque preferisco tenermi lontano), ed insieme convergono nel Bisogno. L’uomo è il prodotto di una serie di istinti che tendono a raggiungere il piacere delle cose (e, per quanto mi riguarda, anche il dolore). L’inseguimento del piacere getta l’uomo nella pura coltivazione di se stesso, ignaro di qualunque sovrastruttura etica, sostanzialmente inesistente nella tradizione libertina. Il Bene e il Male dunque non esistono, nel mondo non c’è alcun valore, regna assoluto il principio di piacere. Sembrerebbe quasi una dimensione perfetta e si direbbe che tutto si combini alla grande col concetto di Libertà assunto all’inizio come incompatibile. Molti intellettuali del Seicento predicavano e praticavano una libertà che fosse completamente assoluta e indipendente dalla morale del tempo, e non possiamo che dichiararci d’accordo con la pretesa, sempre attuale, di emanciparsi dal pensiero dominante e dai costumi imposti. Ma è opportuno chiedersi: se nulla esiste o tutto esiste allo stesso modo, il quadro che ne viene fuori è veramente così bello? E, soprattutto, ci si può dichiarare davvero liberi?
Comprendere a fondo i principi della tradizione libertina prevede una reale e totale adesione all’intera faccenda, intraprendendo relazioni umane che la condividano e che non ne ostacolino la riuscita. Dal latino com-prehèndere (cum = insieme): prendere insieme, contenere in sé, ed in senso figurato abbracciare con la mente le idee, afferrare con l’intelletto, Intendere appieno. Una sorta di logica di identità, A = A, per un principio di non contraddizione. Identico è qualcosa che è uguale, di non diverso, che si riferisce dunque al soggetto stesso, in presenza anche dell’altro, poiché considerabile come lo stesso soggetto. Io sono io. Ma possiamo affermare con certezza che lo sguardo dell’Io si posa sull’altro (sia questo uguale o diverso non importa) partendo sempre e solo da se stesso. Cartesio si preoccupò di costruire la soggettività basando la coscienza dell’uomo sulla certezza di sé (Penso dunque sono), estromettendo dall’attenzione filosofica la famigerata cosa in sé per sostituirla con una più interessante idea della cosa. L’uomo ha di certo una vita anche (e soprattutto) nella mente, ed è su questa idea personale che costruiremo tutto il discorso che segue, senza mai dimenticare però che oltre a pensare le cose, le cose si fanno, e la più grande vittoria dell’uomo è quella di riuscire a trovare una perfetta corrispondenza tra ciò che si pensa e ciò che si fa.    
Ma se si parla di Libertà dobbiamo tener conto anche della libertà degli altri? Bisogna tendere verso un artificio che ci tiene tutti insieme?  Ed ecco che vengono fuori lo Stato, le Leggi, la Politica, la Giustizia. L’uomo rinuncia ad una porzione dei suoi bisogni per paura di essere sopraffatto. Ma anziché affrontare l’analisi dell’intero corpo sociale, operazione che mi riprometto per il futuro, direi di ridurre di molto il discorso e di prendere in esame la Necessità che ha ogni singolo uomo (considerabile come fascio di bisogni) di venire o sentirsi spronato affinché tenda verso una verità assoluta che è poi finalmente verità etica. I filosofi hanno sempre riservato un notevole spazio ai problemi etici, interminabili riflessioni sull’uomo e sul suo agire, dove l’ Etica (dal greco èthos, "carattere", "comportamento", "costume", "consuetudine") ci permette di delineare e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
Avendo noi preso estremamente a cuore il problema della Libertà, ci rifacciamo alla definizione di Etica che maggiormente ci conviene:
“La ricerca di uno o più criteri che consentano all'individuo di gestire adeguatamente la propria Libertà nel rispetto degli altri”.         
Ma cosa vuol dire gestire la propria libertà?     
Il mio campo d’azione (la mia libertà assoluta) diventa dunque un terreno recintato?         
In quale preciso punto terminano le mie scelte e iniziano i miei vincoli, i miei doveri?              
Subentrata l’Etica, l’uomo si percepisce come travolto da un’incombenza: la mia Libertà viene limitata dalla responsabilità delle mie azioni, responsabilità che assumo non solo verso gli altri ma anche e soprattutto verso me stesso.   
Diversamente da quanto accadeva nella tradizione libertina, Il Bene e il Male ora esistono e, tornando a come eravamo partiti, anche qui diremo che si muovono attorno a personali forme della loro configurazione, percepite come più o meno opinabili, purché esistano, dico io, perché è più bello.
Nel mondo si prefigurano dei valori, che l’uomo apprende, rifiuta, protesta, accoglie di buon grado o accetta dogmaticamente senza chiedersi il perché. La sovrastruttura etica, quando non è personale, finisce per rendere gli uomini molto tristi, schiavi di regole da non dover trasgredire (e prima o poi le trasgrediscono), vittime di costrizioni da cui non poter scappare (e prima o poi scappano), come se fosse stato imposto un reparto di appartenenza che non puoi lasciare senza il permesso di qualcuno (e prima o poi si diventa disertori). È questo lo scotto che siamo costretti a pagare per aver creato e poi subito un modello di comportamento sociale da seguire, la famosa Morale, che prevede la valutazione ed il giudizio di ogni nostra condotta. Volendo tentare l’emancipazione da questo, impresa sponsorizzata dalla tradizione libertina, non ci si può fermare alla distruzione di tutto e sdraiarsi su un’erba che è tutta verde allo stesso modo. Occorre costruire e riconsegnarsi a nuovi e propri valori, grazie ai quali è possibile affermare la propria Libertà. Il regno della Necessità impone all’uomo di lottare continuamente per soddisfare i propri bisogni, qualunque essi siano, ma è oltre quel regno che comincia lo sviluppo delle capacità umane, dove ha luogo la vera Libertà, senza che si venga dominati da una forza cieca. Costruendo il proprio mondo, l’uomo determina il Bene ed il Male ed individua dentro se stesso la propria Moralità, ovvero “la volontà individuale e privata del bene” direbbe Hegel. Ed è solo allora, custodendo la possibilità di perseguire ciò che è giusto o di scegliere consapevolmente anche ciò che ritiene sbagliato, che l’uomo diventa finalmente Libero, di sottrarsi anche alla necessità, in virtù di un valore assunto come più necessario.

 

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