“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Mercoledì, 24 Settembre 2014 00:00

"Il Federiciano", diario d'un viaggio nella poesia (II parte)

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Seconda parte
puntata precedente: "Il Federiciano", diario d'un viaggio nella poesia (I parte)

29 Agosto 2014

Giornata faticosa stamane: cambio residenza. Saluto affettuosamente Magda e Lorenzo – trovare un bed and breakfast all’altezza del loro è difficile, mi ripeto. Non ho tempo però per le malinconie: mi attende la navetta – o meglio, sono io a doverla attendere – per scendere in paese e trasferirmi a pochi passi dal mare. Dopo un brunch a Il Coccodrillo, uno dei pub più in voga della zona, dove si trovano cornetti caldi all night long ed è possibile fare colazione con panino ed hamburger – per questo l’ho amato – raggiungo la struttura che dovrà accogliermi: Holiday Village. Mi reco nella sede centrale e gentilmente mi accompagnano – bagagli compresi – presso la mia nuova sistemazione: un miniappartamento in un villaggio a pochi passi dal mare. Delizioso.
Soddisfatta per il buon esito del mio trasferimento, cerco il primo supermercato utile e bighellono per le vie della Marina. In serata, mi appresto a salire di nuovo al borgo, dove si terrà la Festa della Poesia.

Non manca proprio nulla: musica pop, musica rock, musica classica e la musica, quella fatta di parole.
Cantanti, cantautori, attori, musicisti e poeti si alternano sul palco.
“È la prima volta, per me” – mi dice un’emozionatissima signora dal crine argenteo. Le sorrido.
“Quando lo fa, pensi che le sta leggendo a qualcuno cui vuole bene” – le sussurro. È bellissima e, quando legge le sue poesie, tutto intorno riecheggia della sua delicata ed elegante presenza.
Chiacchieriamo, tra poeti. Ci diamo consulti.
“Leggi questa, che è bellissima!”.
“No, di questa ho vergogna”.
“E di questa, invece, che ne dici?”.
Sfogliamo risme di fogli, libri, “pizzini” con su improvvisate parole.
Umberto Di Pietro, un poeta dalle mille sfumature, profondo e sornione, animo delicato e contemplativo, mi propone la lettura delle sue liriche. Mi innamoro di Albero, che ha poi recitato sul palco, come gli altri poeti che si sono prestati a leggere un proprio componimento.
Anche io mi sono gioiosamente lanciata nell’impresa, con Assedio, una mia lirica disperata, affranta, che ho dedicata a tutti i grandi uomini e le grandi donne che oramai ci parlano dall’altra parte del Tempo, dopo aver compiuto la loro ultima opera d’amore. Vittime di stragi, di esili politici, della mafia e della cattiveria umana, a loro si rivolge la mia carezzevole pe(n)na.
No. Questa non posso dirla ex pulpitoex cathedra; la devo dire tra le persone, la devo dare alle loro orecchie come fossi uno spirito, un’anima passante e non la bella figurina sotto le luci dei riflettori. Devo quasi annullarmi, per il pubblico, devo essere invisibile. Solo la voce può veicolare questo messaggio remoto.
Come tutte le cose improvvisate – fatte d’istinto, ci sono sempre dei problemi. Ero quasi riuscita a dare le spalle a tutti gli assisi, solo che non avevo calcolato che allontanandomi il microfono potesse creare contrasto con le casse audio e, onde evitare la catastrofe, prima che le casse potessero emettere un fischio, con estrema dignità da paguro indietreggio fino a tornare sotto i riflettori, concludendo con gli ultimi versi di Assedio.
“Posso avere la tua poesia?” – mi chiede un poeta di cui ho memoria, ma con cui ancora non ho scambiato una sola parola. È Vittorio Fabbricatti, partenopeo d’origini, trapiantato a Nova Siri da alcuni anni. “Ecco, in cambio ti do tre delle mie”.
Sembra di essere tornati tra i banchi di scuola, dove i bambini si scambiano schede telefoniche, ninnoli, figurine. Io ti do un pezzettino di me e tu mi dai un pezzettino di te. Uno scambio fatto con una tale innocenza che poi ci ha fatti vicendevolmente innamorare.
Scriveva Pasolini, “La vera vittoria è quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori?“.
Ecco, io e Vittorio quella sera abbiamo vinto la nostra reciproca amicizia.
Conosco Angela Marino, cantautrice esibitasi sul palco allestito in Piazza dei Poeti. Studia musicoterapia, suona e canta – e ha una voce da brivido. Ha presentato, tra le sue canzoni, Butta via il nero, brano impegnato che racconta di una donna abusata che ha ripreso in mano la sua vita. È giovane, bella, forte. Mi piace la sua grinta, l’intelligenza che mette nei suoi testi. Ha un progetto musicale, Angela Marino Live Frequencies, di cui sono curiosa.
Intanto ci salutiamo, perché è l’ora di smontare. Troppo tardi, però, abbiamo perso l’ultima navetta! Fortunatamente c’è l’addetto al service luci ed audio di quella sera, Pasquale Guerra, che si offre di darci un passaggio. Pasquale è gentile, cordiale, come si sono dimostrate sinora tutte le persone del posto. Mi parla di una radio che gestisce, Lattemiele Matera, e dei suoi altri progetti artistici. Certo, eh, quante cose belle abbiamo al sud… e quante persone preparate e formate! Si dessero loro più occasioni per vivere bene del loro lavoro e delle loro passioni! Spesso, quando si parla del sud, è come se ci automutilassimo, come se ci trattassimo da disperati, da ghettizzandi, quando poi basterebbe avere un po’ più di fiducia nelle nostre risorse, provare amore anziché paura per il nostro paese d’origine ed ecco che miracoli come Il Federiciano diventano possibili. Senza l’amore di qualcuno, come potrei oggi essere io qui, come potremmo essere qui da tutta Italia e anche dall’estero? Ci concediamo un aperitivo notturno a Il Coccodrillo, da bravi poeti e poi, sempre da bravi poeti, tutti a nanna.

30 Agosto 2014

Mi sveglio relativamente presto. Ho saputo che c’è anche una spiaggia di sabbia fine, a una mezz’oretta di cammino da dove risiedo, e allora decido di andare all’avventura, come una Indiana Jones nata in Parthenope.
Dopo aver attraversato un sentiero polveroso ed essermela cavata a buon mercato, tra sassi e sassolini, con delle misere infradito di plastica, eccomi giunta alla meta.
Ne valeva la pena.
Spiaggia libera. Poche persone. Un mare meraviglioso e, alle mie spalle, il profilo rassicurante della rocca su cui poggiano il borgo e il castello.
Sento di aver scovato un piccolo angolo di paradiso.
Devo fare in fretta però, oggi pomeriggio, alle diciotto, si darà inizio alla seconda cerimonia de Il Federiciano, aperta al pubblico, in cui i poeti scelti per le antologie dalla Aletti Editore presenteranno i loro componimenti al pubblico presente.
Mi reco al Castello Svevo con un largo anticipo per prender posto – e la terrazza è già mezza piena.
Non sono presenti tutti i poeti pubblicati – e non oso pensare all’eventualità in cui invece lo fossero, dato che la lettura dei testi è terminata circa sei ore dopo. Una vera, splendida maratona di poesie. Autori da ogni dove, di tutte le età. Grande ammirazione hanno destato i poeti della sezione I Germogli, alcuni dei quali frequentanti la scuola materna.
Si capisce, allora, che non è che la poesia si possa insegnare: scorre rapida come un ruscello in fertili vene disposte al cambiamento, rese ubertose dal limo dei sentimenti. È a quello stadio primigenio di grazia e naturalezza che cercavano di ritornare il Pascoli William Wordsworth, è a quell’assenza di giudizio che faceva della parola la nostra “madonna”, la nostra protettrice nelle sere umide dei campi o nei giorni di calura infestati dalle libellule, che l’adulto vuole ricondurre il cuore. E lo può fare solo ascoltando le parole di un bambino.
L’atmosfera è gioiosa, sembra una grande festa costituita dei singoli universi di cui ogni poeta è artefice. Un nuvolone, però, viene ad intimidire i festeggia(n)ti. “Nessuno si angusti!” – interviene Giuseppe Aletti, proponendo giocosamente un rito “scaramantico” per scacciare la pioggia: “Al mio segnale, battiamo tutti le mani e la pioggia andrà via!”.
Ci crederete o meno, così è stato. Così, tutti quelli che si erano rifugiati alla meglio sotto gli archi del castello sono tornati al proprio posto e la cerimonia è proseguita senza intoppi.
Anche io ero tra i poeti convocati, in quanto pubblicata nella Antologia Ambra del concorso. Presento, e ho tutte le ragioni per essere emozionata, la poesia che ho dedicata alla mia terra natale: La vergine dei pesci.
Ho difficoltà a dichiarare il mio nome, come hanno fatto tutti, come richiesto da regolamento. Per me ciò che scrivo parla più delle lettere che compongono il mio nome. Inoltre, sarà la timidezza che mi pervade, mi sento “di troppo” se c’è la Poesia. È la mia dama e a lei cedo il passo. Io sono solo sua accolita e rifulgo del suo eterno splendore. Dichiaro perciò il mio nome dopo aver pronunciato l’ultima sillaba, dopo gli scrosci degli applausi, dopo il silenzio in cui molti si saranno chiesti “Perché è ancora lì? Ah, il suo nome… che importa?”.
E sarebbe giusto così. Che importa?
Tempo addietro, scrivevo questo:

È compito dell’artista, che non è però uno che si vanta di quello che “sa fare”, bensì uno che riconosce di ricevere costantemente da un Altrove – e quindi sarà umile e non spocchioso come i tanti presunti tali – rendere manifesto il concetto di Amore Abbondanza e Bellezza di cui un dio, un’Energia, un Flusso o chi per esso ci fa dono. È ingiusto ricevere dall’Alto un nutrimento che ci fa stare in grazia con noi stessi e chiuderci nel nostro piccolo mondo, dimentichi della generosità che abbiamo ricevuto. Il Flusso non si deve interrompere, deve perdurare nella nostra creazione in primo luogo, ma, per essere davvero eterno, deve procedere attraverso la nostra generosità.

Mi rendo conto che estrapolare questo testo e piazzarlo così potrebbe apparire fuori luogo. Volevo intendere che quello che per me ha contato è stato non l’essere “sotto i riflettori” per alcuni minuti, bensì l’aver donato, ad una marea di altri cuori, quello che ho sapientemente ricevuto dalla Poesia. Una delle metafore che preferisco per descrivere la sensazione di quando dono una mia poesia a chi è lì con me, è la seguente: com’io fossi fatta di carta, un pezzo di carta – un intero, e d’improvviso decidessi di farne mille pezzetti, milioni e di cospargerli come coriandoli sulle persone che mi sono intorno. Questo è il principio della generosità di cui “vo farneticando” sopra. Questo è il principio d’umiltà che mi lega all’origine.
Sono stata grata ad ogni poeta che in questi giorni mi/ci ha regalato una briciola di sé, come come sono stata grata a tutte le persone che hanno accettato le mie, di briciole.
Un’energia simile, un tavolo alchemico di queste dimensioni io non l’avevo mai trovato in nessun altro posto. Il Federiciano non è un semplice concorso come tanti, è una fucina rovente di intelletti ed animi. Animi che non sono paghi di sé, ma vogliono conoscere, emozionarsi, carpire e, beatamente, nutrire.
Alla “maratona” è seguito un importante momento, oramai tradizione consolidata nelle sei edizioni del Premio: viene svelata una stele poetica con su rappresentati i versi di un poeta scelto dalla giuria tecnica, composta da Aletti ed il suo staff.
A ricevere questo onore è la poetessa Modestina Mazzoni con la sua Riprendiamoci i vecchi. L’altra poetessa i cui versi sono stati impressi per le strade del borgo è Teresa Rosito, con Le donne del Sud, in data 23 Agosto, durante la prima cerimonia che ha dato inizio al Festival.
A seguire questo illustre momento è la Cena dei Poeti, annuale occasione di ritrovo per i convenuti, un modo simpatico e piacevole di conoscere l’editore Aletti, gli altri poeti e parlare dell’argomento che a tutti sta a cuore: la poesia.
Il sole della Calabria però non perdona: mi sono beccata una bella febbre da insolazione e torno al mio giaciglio, come una niña mala – “a letto senza cena”.

31 Agosto 2014

Sono febbricitante. Ho necessità di sapere come stanno le cose, ma è domenica e le farmacie sono chiuse. “Però, se va a Nova Siri…”.
Certo. Di domenica. Non automunita. Non c’è un servizio taxi offerto in zona. Seppur riuscissi ad approdare a Nova Siri… poi come torno?
Chiederò alle persone del posto, penso, sapranno indicarmi una soluzione utile.
“Vede, signorina, il farmacista, se bussa ed è urgente, viene ad aprire…”.
Mi dicono dei gentilissimi signori.
Tanto urgente non è, però la prudenza non è mai troppa, in certi casi.
“Signorina, ma cosa deve prendere in farmacia?”.
“Un termometro ed, eventualmente, dei FANS. Preferibilmente il paracetamolo, in caso di febbre”.
“Signorina, ma noi ce l’abbiamo il termometro – è quello che usiamo per le bambine! Se aspetta un attimo, glielo vado a prendere subito”.
E questa nonna premurosa, come fossi anch’io una delle sue nipotine, mi offre il suo termometro e dei FANS.
“Può tenerli finché le occorrono”.
Io, imbarazzata per la grande fiducia che la signora mi stava dimostrando, da una parte avrei voluto accettare, dall’altra mi vergognavo troppo ad abusare della gentilezza di una persona cui stavo dando già troppo disturbo.
La necessità, però, assieme al sorriso della signora, mi spingevano ad accettare.
“Grazie” – rispondo con una gratitudine che non avete idea.
Io e la signora, sotto mia iniziativa, ci scambiamo i numeri. “Per sicurezza però prendi pure quello della moglie di mio figlio, casomai t’occorresse qualcosa o non riuscissi a trovarmi”.
Signori, ma ve l’immaginate se una cosa del genere mi fosse successa a Londra o a Milano, insomma, in una grande metropoli, dove la diffidenza è il pane quotidiano delle persone?
Certo, avrei subito trovato quello che m’occorreva, ma un gesto simile in nessun’altra circostanza l’avrei ricevuto. Mi sarei dovuta fregare, da sola.
Sono quasi contenta d’essermi beccata questa noia, così ho potuto conoscere la meravigliosa disponibilità delle persone del posto. Tutti mi salutano con cordialità, la signora, il marito, il figlio. Avevo interrotto un momento di privacy in cui tutti erano intenti a giocare con le piccole di famiglia e, anziché respingermi freddamente, mi avevano messo in mano il cuore – assieme al necessaire sanitario che m’occorreva.
Torno al miniappartamento: ho pochi decimi di febbre. Approfitto della buona notizia per fare un po’ di spesa di cose sane e ricostituenti, per contrastare la disidratazione: frutta e verdura.
Essendo il supermercato nei pressi dell’infopoint turistico, mi ci dirigo: oggi c’è l’ultimo evento del Festival, un’estemporanea di poesia. Praticamente, si vanno a ritirare, per i residenti alla Marina presso l’infopoint, per i residenti a Rocca Imperiale presso il punto vendita della Aletti Editore, delle tracce, dalle quali trarre ispirazione per scrivere delle poesie da consegnare in giornata.
Non so se riuscirò a partecipare, se la febbre non sale, però intanto le prendo, le tracce, dato che le mie poesie sono per lo più non pensate, scritte di getto.
Mentre rincaso, mi incanta il segreto di un vicolo.
Un bellissimo ibiscus, tra tanti altri, mi innamora.
Quando rincaso, prendo un multivitaminico – che avevo portato con me, e la penna.
Leggo le tre tracce. Una sul pessimismo, ispirata ai versi di Wystan Hugh Auden, la seconda sulle frontiere che la poesia abbatte, ispirata a quelli di Evgenij Evtusenko, la terza sul dolore di un amore annichilente, ispirata a quelli di Cesare Pavese.
Ad istinto scelgo la seconda e fornisco una mia personale interpretazione. La butto giù lì, per gioco. Per il puro piacere di scriverla.
Prorompe Incontaminato.
Quell’ibiscus faceva parte dell’architettura di dio, come noi tutti, e la poesia non è che il vascello attraverso cui, con i confini poco tersi, ritorniamo alla semplice bellezza delle cose del creato, che d’amore son fatte.
Questo è per me l’abbattimento delle frontiere. Riconoscersi infiniti nella propria finitudine, eterni nel soffio del vento, figli imperituri e fragili di un fiore che ha pochi giorni prima di sfaldarsi, delicata falena dell’esistenza in meristemi e fusti apicali.
Dovrei preparare la valigia, ma non ne ho punto voglia. Sfoglio allora la guida su Rocca e i paesi limitrofi che oggi avrei voluto visitare, la guida con gli eventi proposti per l’estate, il volume Ambra del Federiciano, la silloge di cui Annamaria mi ha fatto dono.
Sono quasi le cinque e tra poco c’è la navetta per salire al borgo. Ci si ritrova sulla navetta, assieme agli altri poeti.
“Ma lei è quello che ieri…?”.
“Sì, lei invece è quella che l’altro giorno…?”.
E via discorrendo.
Ci stiamo imprimendo a fuoco nella memoria di chi ancora non conoscevamo, tutto questo grazie alla forza che le nostre parole riescono a veicolare.
Ci sono poeti di cui ho amato gli arabeschi mentali, altri di cui ho stimato il cuore “macellaio”, scarificatore del reale. Altri ancora di cui ho ammirato la delicatezza, la devozione, la sincerità.
Ci rechiamo, tutti insieme, al Monastero dei Frati Osservanti, nel cui chiostro si terrà questo gioco della parola.
Si attende, come bravi bambini, che “il gioco” abbia inizio.
Nel frattempo io m’intrufolo un po’ ovunque, a buona ragione: scopro la bottega di un liutaio – un vero studio dove si lavora il legno e si costruiscono strumenti musicali. Resto incantata. Il liutaio è un ragazzo, eppure il suo mestiere, la sua bottega, le volte della struttura in cui affina il legno hanno sapore d’antichità. Contenta come una bambina che ha scoperto un negozio di caramelle, mi compiaccio dei vari strumenti, osservo il legno da cui si ricavano – l’anima di Pinocchio, direbbe qualcun altro.
La mia incursione non finisce qui: scopro una sala dove si tiene un corso di pittura e scovo una mostra di un’artista locale. Quadri che mi rimestano qualcosa dentro. Dovrò sicuramente approfondire. Conosco l’autrice di questi quadri. Anche lei è una ragazza, forse poco più grande di me.
Ritrovo, poco prima dell’inizio, gli amici poeti con cui ho condiviso queste giornate e queste esperienze, con la nostalgia incipiente che è finita la cuccagna e che oggi ci si saluta; domani tutti a casa.
Ricevo in dono da Giuseppe Cardella, in arte "clla", una litografia di una sua opera d’arte. È un bellissimo signore siciliano con un raffinato panama, sempre elegante, molto vivace. Ho il piacere di conoscere anche la sua signora. Mi mostra, con l’I-phone, i quadri che le dedica il marito. Casa sua è un’opera d’arte, c’è amore affisso ovunque, come un promemoria di tela.
È così che è quando un artista (ci) ama, penso. Ci rende privilegiati fruitori del suo mondo interiore. Ci rende partecipi del suo stato dell’arte, della sua militanza. Ci tratta alla pari, vestendoci con i suoi stessi abiti, regalandoci gli occhiali colorati attraverso cui scrutare il mondo.
Inizia “il gioco”. Una giuria tecnica, formata da Aletti e i suoi fedeli collaboratori, assieme a giornalisti e docenti di italiano, darà la sua votazione ad ogni poeta “in gara”.
Per una strana casualità, mi ritrovo in un gruppo di poeti tutti casertani o dei dintorni. Persone che, tuttavia, non conoscevo!
“Secondo te è più musicale questa o quell’altra parola?” – mi chiede un ragazzo dall’accento partenopeo.
C’è una metrica troppo esatta nel suo componimento. È musicista, mi dice poi. Ecco spiegato tutto. Chi compone musica è più avvantaggiato in certi tipi di testi. Ha un metronomo mentale che scandisce la qualità delle note, in durata. Io seguo fedelmente i dettami di Verlaine in Ars Poetica: verso sciolto e de la musique, avant tout!
Molti poeti partecipano a questo piacevole pomeriggio. Ci sono liriche che mi hanno profondamente emozionato, altre che mi hanno riscaldato, altre che non ho afferrato – ma erano pur sempre belle, per un ghirigoro o per una parola ben scelta.
Mi colpisce molto quella della poetessa che sarà vincitrice di questa estemporanea, Giuseppina Petrelli.
Il pomeriggio trascorre, tra ricami fatti di parole. È ormai sera.
La giuria si ritira per deliberare. Nel frattempo, conosciamo l'assessore alla cultura Marino Buongiorno, e i delegati comunali Antonietta Di Leo e Marco Pisilli… tutti giovanissimi!
Quando i giudici rientrano, siamo tutti curiosi di sapere quali sono state le poesie da loro scelte.
Al terzo posto Rossella Sardegna.
Al secondo posto mi classifico io.
Al primo posto la poetessa Petrelli.
Dopo c’è un gran clima di festa. C’è un rinfresco nel refettorio e si chiacchiera amabilmente, si scambiano indirizzi e-mail e numeri di telefono, ci si saluta calorosamente.
La navetta ci riaccompagna in paese. Un signore si congratula con me e dopo un attimo entrambi abbiamo un tentennamento.
“Lei non è per caso passata in paese, stamane?”.
Era il figlio della gentilissima signora che mi aveva imprestato il suo termometro – che avevo restituito poco prima di recarmi al borgo.
Ci salutiamo calorosamente.
Mi ritempro con l’ottima pizza de La Baia, mentre passeggio malinconicamente per il lungomare.
La tristezza d’un colpo svanisce. Dinanzi a me, una balera. Sono tutti sorridenti e danzano. Ora il tango, ora il flamenco, ora altri balli di cui, confesso, non saprei il nome. C’era un’atmosfera da festa di paese. L’allegria era contagiosa: erano in molti ad ammirare, dalla strada, quello che accadeva in quel cerchio di legno.
Avessi saputo farlo, sarei entrata volentieri nel cerchio magico.
Ripenso alle esperienze di questi giorni. Al Castello, alle persone incontrate, alla lunga strada che mi ha condotto a quella spiaggia isolata…
Alla parola che transustanzia e si fa sorriso, incontro, disarmo.
La poesia è quella casa dell’anima in cui ci Ri-Conosciamo tutti.

1 Settembre 2014

Partenza. Sono le sette – è tardi! Un’intera notte insonne per poi addormentarmi a poche ore dal fischio del treno. E se lo perdo? Resto? Sì, resto. In fondo, mi piace stare qui. No, ma poi mi piace così tanto che anche l’indomani sarebbe difficile partire. No. Devo farlo adesso. Devo mettere tutto quello che manca in valigia e partire lo stesso. Corri! In fretta! Hai solo dieci minuti – o resterai qui un altro giorno – e, fidatevi, dopo aver trascinato correndo un trolley, due borsoni e alcune buste accessorie, la voglia di resettare la vostra partenza vi passa del tutto. Avete la disperata urgenza di partire.
Mi lancio come una pantera sulla banchina dei binari. M'assale un atroce dubbio: ho anticipato il treno o forse me lo sono perso del tutto?
Un rumore sulle rotaie, pochi minuti dopo, mi conferma che tutto è salvo, che la mia partenza è salva e che adesso devo attraversare il limbo dei cambi treno a ritroso.
Con questo meraviglioso sentiero di luce, rubato con un’istantanea dal cellulare, sul lungomare di Roseto Capo Spulico, ha inizio la conclusione di questa magnifica esperienza.



Fotografie:
Pagina Facebook de Il Federiciano: Il Paese della Poesia, Maria Pia Dell'Omo, Fabrizio Campana, Maria Giovanna De Santis.

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