“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Domenica, 03 Agosto 2014 00:00

L’estremo sacrificio di Andrea Diprè

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La cultura non esiste.

I

Di recente si fa un gran parlare del cosiddetto fenomeno “trash” e dei molteplici modi coi quali esso entra in connessione con le nostre esistenze e modifica la nostra percezione dell’umano e del reale. O meglio, la tendenza che ho potuto riscontrare è quella di esibire porzioni singole e a misura di sopportazione del suddetto universo e di commentarle con snobistica supponenza e – troppo spesso – ironia mal riuscita. È chiaro che ci si possa approcciare all’argomento solo dal di fuori: nel momento stesso in cui si parla di trash, noi ci poniamo all’esterno di quel mondo e lo commentiamo secondo un punto di vista che evidentemente e, in una certa misura, giustamente, non tiene conto del code mixing e della scomparsa dei confini tra ‘stile alto’ e ‘stile basso’ comportata, fra le altre cose, dal postmodernismo. Di conseguenza, alcuni saputelli si reputano culturalmente più evoluti rispetto all’argomento e considerano questo presunto scarto positivo di evoluzione il presupposto stesso per poterne trattare. Ma solo superficialmente e senza indagine critica, il che sta a una reale capacità di ironizzare come Giuliano Ferrara sta a una reale capacità di non apparire unto.

Giacomo Manzoli si sofferma sull’accezione dispregiativa del termine usato in un contesto culturale e prosegue:

La società contemporanea non produce più rovine (resti di qualcosa che non esiste più ma che vale la pena conservare e che rendono l'idea della grandezza passata di una civiltà), bensì macerie, polveri e detriti che andrebbero rimossi e che non si riesce a smaltire per la velocità con cui, appunto, vengono prodotti. Da qui la fortuna – anche iconografica – del tema della catastrofe, del paesaggio 'post-atomico', nel quale già si inscrivevano i tossici e i diseredati dei film di Warhol, ma nel quale si inscrivono anche le masse brulicanti che abitano i piani bassi della città piramidale di Blade Runner. Dopotutto i replicanti – metafora dell'individuo postmoderno – non vengono sepolti con una lapide come gli umani veri e propri, ma neppure sono 'biodegradabili'. I replicanti vengono smaltiti – finché si riesce – e dove non si riesce è presumibile che siano abbandonati lì, ad arrugginire, come le figure di Ciprì e Maresco…1

E, ancora:

l'artista trash si comporta come qualunque altro, per il semplice motivo che non sa di essere trash. E non è così che lo recepisce il suo pubblico di riferimento. […] Il trash comincia ad esistere quando l'intellettuale tradizionale, con il suo bagaglio di canoni, si imbatte in questi fenomeni ed è costretto a fare i conti col fatto che questi sono 'oggetti vivi', che producono identificazione ed esercitano influenza in maniera infinitamente superiore alla maggior parte di quelli di cui lui è solito occuparsi abitualmente. Allora nasce questa definizione – di per sé spregiativa – che ha la tendenza ad estendersi alla cultura di massa nel suo insieme.2

Ora, credo, coloro i quali si definiscono “estimatori” del trash hanno un problema non tanto perché seguono la relativista – in questo senso postmoderna e, sostanzialmente, errata – conclusione "dialettica" di Manzoli; quanto perché, prendendo una indiretta posizione ‘contro’, credono di poter trattare il fenomeno con ironica condiscendenza, come fosse una specie di bambino ritardato che gira su se stesso facendo ridere tutti e non costituisse nulla di serio o su cui fermarsi a riflettere. È anche una questione di (poca) stima di sé e, in senso lato, di vigliaccheria (un primo segno di pentimento e redenzione potrebbe essere la lettura dell’opera di Adorno Minima Moralia, nella quale si fa più di un passo avanti rispetto alla liquidazione della cultura di massa con un “Ah!-ah!-guarda-quello-che-fesso! Ah!-ah!”).
Di seguito, una lista (personale e limitata a ciò che mi viene in mente su due piedi) dei fenomeni che considero “trash”: il cantautorato neomelodico, Barbara D’Urso, i talk-show, i salotti pomeridiani di cronaca e intrattenimento, Barbara D’Urso, i reality show, Barbara D’Urso, i b-movies, le mode adolescenziali di qualsiasi risma, i libri per ragazzi tratti dalle serie tv e Barbara D’Urso.
Lungi da me affermare che tali prodotti abbiano un valore culturale intrinseco (nonostante non sia raro trovare, soprattutto nel regno del do it yourself, piccoli capolavori di involontaria genialità o accattivanti virtuosismi dell’osceno; cfr. 1, 2). Avendo negli anni estremizzato di molto il mio giudizio estetico, ritengo essenziale che l’atto di ‘esprimersi’ sia accompagnato da un estremo livello di consapevolezza di ciò che si sta mettendo in atto: ergo, non mi sento troppo a mio agio con discorsi che, forti dell’instabilità dei tempi, si fanno propugnatori del soggettivo come unico metro di giudizio possibile. In barba a ogni controdirittismo per cui “ognuno deve potersi esprimere”, io sono un accanito sostenitore dell’idea che non tutti dovrebbero manifestare il proprio pensiero, artistico e non, soprattutto in caso di assenza o palese carenza del suddetto. Sarebbe il caso di completare l’asserzione tra virgolette dicendo che “ognuno deve potersi esprimere bene”, in base a criteri oggettivi da stabilire: in questo modo si eviterebbero scempi tra i quali annovero la cattiva letteratura, la cattiva musica, il cattivo cinema fino ad evitare discorsi verbali totalmente privi di senso (vedi il novanta per cento dell’oralità che mi trovo ad assorbire durante gli spostamenti in Circumvesuviana o nel corso della settimanale mattinata in spiaggia). In sostanza considero il trash un precipitato di sventura esistenziale mista a inconsapevolezza, cieca voglia di riscatto e voyeuristico desiderio di mettersi in mostra, ma decisamente, in quanto fenomeno esteso e ormai radicalizzato, oggetto cui approcciarsi con occhio curioso e attento.
Tuttavia, se prendo con decisione le distanze anche da chi si riempie la bocca di sagaci commenti sugli esponenti del trash per dimostrare, via consapevolezza del fenomeno, quanto loro stessi non siano trash, è perché credo che le conferme e contrario siano roba da dilettanti e che costoro non abbiano sviluppato abbastanza capacità critica da capire che qualsiasi fenomeno di massa va preso seriamente in considerazione, studiato, discusso. Ciò non mi rende né un estimatore né tantomeno un sostenitore dei fenomeni di massa. Quel che viene comunemente denominato “trash” è per me fonte di continuo disagio, ma è così fastidioso, incoerente, volgare, persistente, permeante da risultare, ai miei occhi, denso di irriducibile fascino e attrattiva, in quanto riflesso visibile di un male ben più profondo e saldo.
Di recente ho letto un bel pamphlet di Giulio Ferroni dal titolo Scritture a perdere in cui, a un certo punto, il critico – con, sospetto, una certa dose di bava alla bocca – scrive di

un orrore che ha preso avvio all’inizio del 2010, un programma-gara mirante a individuare «il più grande italiano di tutti i tempi»: questo campione assoluto della nostra storia e della nostra cultura viene individuato attraverso tutta una serie di gironi eliminatori, in cui si succedono confronti diretti tra 50 personaggi di ogni calibro e di ogni tempo, della storia, della scienza, dell’arte, dello spettacolo (da Dante a Totò). Una giuria di «esperti» (fatta dei soliti invadenti habitué dei talk show) argomenta le proprie preferenze, con una programmatica riduzione a trash di ogni dato culturale (e ormai la tv tende sempre più a prendere di petto la cultura per azzerarla, per eliminare ogni dislivello o gerarchia, per far percepire che anche ciò che si ritiene «alto» e sacrale vale quanto lo scarto e l’immondizia): ma poi l’esito è ogni volta affidato al televoto. Non so come andrà o come è andata a finire: sondaggi preliminari online hanno comunque incoronato a grande maggioranza (40,31%) la cantante Laura Pausini.3

Nonostante non gli si possa dare torto, dal libello Ferroni esce come una specie di sbraitante Alessandro Meluzzi della letteratura, capace più di condannare che, purtroppo, di mettere il degrado culturale in prospettiva; diverso, in questo senso, dagli insopportabili e vanesi sbeffeggiatori di cui sopra solo per capacità di scrittura, argomentazioni e bagaglio di letture.

II

Il presente articolo è nato da una riflessione estemporanea a proposito di un personaggio diventato celebre su internet, sul quale si sono spese già molte parole, quasi tutte negative: l’avvocato e sedicente critico d’arte Andrea Diprè. Do per scontato che ne sappiate almeno qualcosa; da parte mia ho cominciato ad interessarmene fin dalla messa in rete del video-spartiacque col defunto pittore Osvaldo Paniccia, intervista molto più utile al presentatore che al presentato, essendo il secondo morto poco tempo dopo, probabilmente senza aver venduto il becco di un dipinto. Da parte sua, comunque, Diprè ha sempre riconosciuto il debito: il video con Paniccia lo ha trasformato da cinico commentatore di opere amatoriali a lettore nichilista di un’umanità reietta e marginalissima (senza alcuno scopo umanitario o sociale, com’è facilmente intuibile): notevole, a tal proposito, la storia di un’anziana signora di Roma che crede di essere la figlia di John Fitzgerald Kennedy, intervistata a più riprese, fino a un rocambolesco epilogo in cui Diprè ha dovuto scappar via per non essere colto dalle ire della povera donna, alla quale era stato profetizzato, tra il serio e il faceto, un trattamento sanitario obbligatorio.
Attualmente la principale attività del Diprè è quella di girare per la penisola ‘intervistando’ questo tipo di persone/personaggi e partecipare a serate in discoteca con un cachet di 1500 euro, durante le quali stuoli di ragazzini urlano gli slogan del “dipreismo” – una sorta di culto del piacere e della libertà personale – come i termini “catafratto” e “sibaritico”, utilizzati per puro caso dall’avvocato e diventati cavalli di battaglia di un pubblico leggero e non legato in modo particolare a cose come referenzialità e significati.
Andrea Diprè è un personaggio notevolissimo, checché se ne dica; un esponente fin troppo sincero del mondo contemporaneo in decomposizione, a partire dalle dichiarazioni in cui nemmeno prova a far passare le sue gesta come tentativi di mettere in luce la realtà per migliorarla: egli, infatti, ammette placidamente che fin dai tempi delle interviste ‘serie’ a pittori senza alcun talento, il suo unico interesse erano i soldi. Ora come ora, gli interessano le visualizzazioni su “YouTube”, foriere di ospitate in cui è trattato con riguardo e pagato profumatamente, riuscendo a far affluire legioni di inconsapevoli decostruzionisti, affatto sfiorate da alcun intento (ri)costruttivo, che affollano le sue serate. Cosa direbbe Ferroni? Forse, da intellettuale vecchio stampo, non degnerebbe Diprè di attenzione o lo etichetterebbe come uno dei tanti segni delle derive attuali verso il totale annichilimento dei sentimenti e dello spirito. Ed avrebbe ragione: Diprè è ingiustificabile, alcuni suoi contenuti manifestano un degrado talmente spinto e un cinismo così spietato da potersi guardare – a patto di non essere ancora stati colpiti dall’anestetizzazione delle coscienze, familiare alle nuovissime generazioni – solo con difficoltà e disgusto.
Eppure, l’osservatore attento non può non ammettere che Diprè incarni sul serio, involontariamente ma disperatamente, il mondo contemporaneo così com’è ritratto anche in molta letteratura degli ultimi anni: assenza di limiti morali, atrocità tanto palesi da risultare comiche, follia assurta allo status di normalità, relativismo etico, fisico, estetico. Diprè è lo specchio fedele della società liquida teorizzata da Zygmunt Bauman, nel suo rifiuto ostinato di ogni ideologia, credo o decoro, nell’abbandono sprezzante della sia pur minima remora, nella capacità beffarda di affermare che il bianco è nero e viceversa.
Eppure, l’osservatore attento non può non ammettere che Diprè sia un personaggio coraggioso e, a modo suo, tragico. Di una tragicità tutta attuale, certo, ma nondimeno tragico. Diprè non ha solo scelto, consapevolmente, il male: dev’essere anche giunto, nel suo percorso di uomo, alla volontà di rinunciare a tornare indietro, di tagliare i ponti con ciò che era stato fino a quel momento, di farsi terra bruciata intorno. Ha rinunciato al combattimento nella società entrando in guerra con la società stessa, che ora lo disprezza e lo deride. Ha scelto di sguazzare nella spazzatura, nel trash, e di costruirci sopra un rifugio pieno di comfort. Ma al prezzo che paga l’appestato vagante coi campanelli alle caviglie, il marchiato dal segno dell’infamia, l’untore. Diprè si è consapevolmente condannato a dover interpretare, fino alla fine, se stesso: senza potersi prendere pause, senza scrupoli ai quali affidarsi. E quando i ragazzini ignari, che ora lo esaltano, esalteranno qualcun, o qualcos’altro, Diprè sarà sempre Diprè: quello che ha fatto cantare e ballare i pazzi per strada riprendendoli con una videocamera, quello che ha intervistato escort e pornostar per andarci a letto, quello che ha venduto fiducia e autostima ai pittori di croste.
Il suo sacrificio estremo e fragoroso sta nell’essere uscito dalla società costruendosi una bolla di nonsense equestre, paradossale e sfrenato, popolata da uno sgangherato esercito di imbelli, vagabondi, ragazzini e matti, pronta a scoppiargli in faccia in ogni momento. Andrea Diprè è un uomo che si è condannato all’esilio col sorriso sulle labbra e i soldi in tasca, trasformando, alchimista moderno, la merda in oro. Spregevole, vero? Spregevole. E infinitamente poetico.

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NOTE:


1 http://www.griseldaonline.it/temi/rifiuti-scarti-esuberi/cosa-e-il-trash-e-cosa-e-trash-bonomo-manzoli.html
2 Ibid.
3 GIULIO FERRONI, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Bari – Roma, Laterza, p. 65.

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