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Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

La tragedia dello sviluppo

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Essendomi ormai ritirato in via definitiva nell’universo etereo e onanistico della speculazione letteraria, sociologica e (Dio mi aiuti) economica, provo un disagio sempre maggiore nei confronti della mia incapacità e del mio disinteresse a relazionarmi col mondo materiale che mi circonda, disagio reso più acuto dalla presenza dei “muratori in casa”, che costantemente mi ricorda l’inattitudine dell’intellettuale contemporaneo al mondo ‘reale’. Nonostante parte della mia famiglia sia costituita da fattivi partecipatori della vita sociale costruttiva e restaurativa (cfr. parenti esperti in impiantistica, mattonistica, cementistica, lamieristica etc. che seguono i muratori passo dopo passo dando consigli di sorta [e, sospetto, rompendo il cazzo]), io prendo atto della mia ignoranza abissale e del fastidio insuperabile alla vista di polvere, calcinacci, cambiamenti, gente fra i piedi e rumori molesti che mi svegliano prima del tempo e mi parano davanti un’altra giornata a ingobbirmi su, mettiamo, La condizione urbana di David Harvey.

All’indomani dello smantellamento della via napoletana Port’Alba, privata delle bancarelle di libri a prezzo stracciato – e a impatto zero sulla raccolta tasse – mi domando quanto convenga, al giorno d’oggi e a queste latitudini, perseverare nell’ingrato e ridicolo mestiere del “pensatore”, considerata la risposta piccata, persecutoria o derisoria dell’aitante resto del mondo. Se sia il caso, insomma, di cambiare le carte in tavola a partire dalla scuola primaria, eliminando ad esempio lo studio della grammatica italiana a favore di un più utile corso di muratura base o di rinforzatura di case in cemento o di conoscenza degli impianti idraulici.1 Questa proposta viene, tra l’altro, supportata a loro insaputa dai giovani odierni che, stando alle manifestazioni scritte da social network, la costruzione di una frase di senso compiuto o non l’hanno assimilata o non l’hanno capita.2 Tra l’altro, en passant, mi sono chiesto quali possano essere le ripercussioni dell’affossamento di Port’Alba sull’attività dell’amico Antonio, abile ricettatore di libri usati, che dovrà probabilmente abbandonare l’obiettivo di arrivare a una lista di mille titoli in vendita.
La poco pratica alternativa del sottoscritto al lasciarsi semplicemente morire d’inedia è quella, già esposta nel corso dei precedenti articoli, di perseverare nell’isolamento mentale rispetto al vacuo mondo contemporaneo non trascurando, però, la potenza fisica, in modo da dominare, complice l’intelletto superiore e il corpo possente, le genti ovine e rachitico-obese di cui il mondaccio che ci troviamo ad abitare va sempre più riempiendosi. È questo, in due parole, il motivo per cui continuo non solo a sacrificare diottrie sui libri ma anche ad ammazzarmi di palestra.3
Per cui, delle due l’una: continuare o lasciarsi andare. Proseguire navigando nelle acque sempre più torbide del disprezzo, del “Ma a che ti serve studiare la letteratura?”, della deprimente “Eap”, delle portalbe sventrate, dei giovani che si fotografano le colazioni o i piedi e si stupiscono di ciò che vedono; o abbandonare ogni velleità, considerare il talento cerebrale una maledizione e metterci al passo, costruire cose e non castelli in aria, lasciare una modificazione geografica tangibile e, se possibile, scarichi del cesso silenziosi. Fotografarci i piedi a nostra volta, stupirci di avere dei piedi e riconoscere, con Henry James, alla "vita di coscienza e di memoria" lo status di vittima sacrificale.
In entrambi i casi si tratta di una corsa disperata e vanitosa verso un muro di mattoni che, pare, né i nostri martelli né i nostri pensieri saranno in grado di demolire: tanto vale berci su.


 

 


NOTE:

1) A tal proposito una nota di demerito va all’idraulico dei Palomba il quale, nell' “aggiustare” il cesso di casa, ha fatto sì che ad ogni tirata di sciacquone noialtri si debba sostenere un minuto circa di fischio prolungato e spaccaorecchie derivante, credo, dal galleggiante ubicato in alto, da qualche parte, in regioni dove conto di non mettere mai le mani.

2) Di buono c’è che non andremo incontro, tra un tot di secoli e dopo l’Apocalisse che attendo con una certa impazienza e a cui spero di assistere, all’imbarazzo di aver lasciato orrende testimonianze scritte ad eventuali posteri, essendo virtuale e dunque ancor più vuoto il novantanove per cento delle esternazioni ad opera della suddetta gioventù.

3) Lavoro peraltro reso quasi inutile dalla mia recente passione per il “Japan Ice Tea”: ho infatti scoperto un posto dove lo preparano con una ricetta ai limiti della legalità, che ho scelto come epitaffio da scolpire sulla mia lapide.

NB: l'immagine di copertina, che rappresenta via Port'Alba, è del fotografo Salvatore Esposito.

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