“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 17 Maggio 2014 00:00

Le genti offese

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Perché tutto ciò

Lo sproloquio che vi accingete a leggere potrebbe essere considerato infantile e cattivo, ed è scritto per un motivo preciso: ho preso a partecipare al poco remunerativo circo dei call for papers indetti da università e associazioni culturali varie; avendo passato la gran parte dell’ultimo anno sepolto a leggere testi critici e tecnici, spesso nemmeno in lingua italiana, credo di essermi un po’ arrugginito, oltre che parecchio intristito. Quale migliore occasione, dunque, per “sgranchirmi”, se non quella di riprendere in mano il vecchio discorso – costituente, grossomodo, lo zoccolo concettuale del mio vecchio blog – della liceità, ossia: se un soggetto x compie un gesto e lo rende pubblico di sua spontanea volontà, il soggetto y può essere a sua volta legittimato a evidenziare il suddetto gesto, eventualmente decontestualizzandolo e/o facendoci su dell’ironia? Altro motivo per cui propongo qui la presente riflessione è la consapevolezza che almeno uno o due frequentatori del sito si dilettano con la scorrettezza e le meschinità di sorta e a suo tempo hanno trovato divertenti le mie disavventure sociovirtuali.


No, nel senso, perché tutto ciò?

In seguito alla terribile disillusione nei confronti del concetto di libertà di parola, messo in serio pericolo dai recenti tentativi di penalizzare gli insulti personali sull’orrendo twitter (e dopo la conseguente delusione per essermi visto scaricare dal perfido direttore Toppi un insensato pezzo in cui violentavo verbalmente la conduttrice Barbara D’Urso), ho deciso che questo articolo dovesse doppiare il precedente quanto a oggettiva mancanza di spessore intellettuale e profusione di riferimenti personali evitando, tuttavia, l’errore di fare nomi e cognomi: svista costatami spesso, in passato, umilianti giustificazioni e minacce di denuncia alle autorità.
Voglio quindi ricordare quattro episodi salienti delle mie passate incursioni nel mondo dei diari virtuali, ponendo a preambolo questa importante limitazione che potremmo inquadrare, a livello di immagine simbolica, nel gesto di sbottonarmi la patta dei pantaloni, abbassarmi le mutande alle caviglie e fingere di raccogliere da terra una banconota di grosso taglio, per poi restare in attesa che la verga della buona creanza si abbatta su di me nodosa, furiosa, incorruttibile. Ci riferiremo ai quattro case studies con nomi fittizi, in ordine alfabetico: Andonella, Andonio, Taniela, Salvadore. Due coppie di uomini e donne, divisibili nei gruppi una tantum e reiterata, cadute in una terribile rete di illazioni e provocazioni ordita dal sottoscritto per il puro piacere di compiere un’azione iniqua, ridere alle spalle, addolorare il prossimo.

Gruppo una tantum

La prima vittima del mio ex blog – che, come il Russo De Vivo ben sa, essendone stato uno dei tre o quattro lettori, trattava di tutto quanto di squallido c’è al mondo – è stata Taniela, una mia compagna di liceo che pensò bene di farsi fotografare nuda dal suo fidanzato di allora (la foto, a dire il vero, la ritraeva nell’atto di tenersi in mano i seni e guardare nell’obiettivo con espressione che voleva sembrare vogliosa ma risultava, inevitabilmente, povera di contenuti). In seguito il bel ritratto fu sbandierato ai quattro venti da quello che, con tutta probabilità, doveva essere un rancoroso non-più-fidanzato e, anni dopo, divenne l’emblema di un mio articolo sulla responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni.
Andonio, invece, è il compagno – ormai quasi marito, a quanto pare – di un’altra mia compagna di scuole superiori. Per un prolungato e odioso periodo ha tentato di convincermi a votarlo (non votavo nella sua città, come ebbi modo, molte volte, di ripetergli) per le amministrazioni comunali, in seno al Popolo delle libertà (non votavo gente di cui non condividevo il pensiero, l’estetica, il livello scolastico medio e la fedina penale media, come pure ebbi modo, molte volte, di ripetergli). Andonio era un accanito sostenitore del Pdl e divulgatore di vuoto esistenzial-culturale e fu davvero molto insistente nel tentare di convincermi ad appoggiare la sua causa politica di merda. Ricordo ancora lo slogan che, insieme a una sua foto in giacca e cravatta, occhiali da laureato triennale ed espressione che voleva sembrare sicura e complice ma risultava, inevitabilmente, povera di contenuti, era stampato a chiare lettere sui manifesti elettorali: “Un amico in comune”. Visto che il tutto mi faceva pensare allo squallido costume del do ut des e visto che tornavo da un lungo soggiorno in Toscana e mi ero relativamente purificato dalle storture della terra dove mio malgrado risiedo, decisi di schiaffare tutto sul blog appellando il losco figuro con termini quali “rompicazzo” e affini, con tanto di manifesto, giacca, cravatta, occhiali da tesi di venticinque pagine sul diritto privato dei coltivatori di pannocchie, slogan allusivo e posa da allocco.

Gruppo reiterata

Salvadore frequentava il chiostro di via Porta di Massa, Napoli, sede della famigerata facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II; commise l’errore di aggiungermi come amico su facebook e rendermi partecipe della sua insana abitudine – pesando all’incirca una quarantina di chili in tutto – di pubblicare “selfies” del tipo lui in mutande mentre faceva finta di allenare i bicipiti con manubri da un chilo (meno pesanti di quelli con cui, per dire, le donne si allenano nelle palestre al ritmo di temibili canzoni sudamericane) o lui vestito con un gilet di pelle nera coraggiosamente portato sul torace mingherlino e altre amenità di questo genere, corredate, sempre, da un’espressione che voleva essere intensa e magnetica ma risultava, inevitabilmente, povera di contenuti. Ma il fisico di Salvadore presentava un altro paio di problemi, oltre all’estrema e quasi ostentata magrezza: una feroce acne giovanile e, soprattutto, degli impensabili baffetti. Ergo, di tanto in tanto, apponevo sul mio sito una sua fotografia, per alleggerire un articolo particolarmente cupo o per scopi nobili quali, ad esempio, mettere in discussione la credenza abbastanza diffusa secondo cui l’università è la culla di qualità umane alte e nobili.
Ma la migliore in assoluto, meritevole a mio avviso di ben più che un po’ d’attenzione su un blog sommerso dall’indifferenza e costretto a spostarsi di dominio in dominio a causa di contenuti che, periodicamente, ne hanno causato la chiusura, è Andonella. Andonella, quando è entrata di diritto nella galleria dei tipi rappresentativi del mio concetto di umanità che merita, era una ventenne di bruttezza antologica. Mi rendo perfettamente conto di come tutto il discorso possa risultare sgradevole, ma Andonella l’avreste proprio dovuta vedere (e in altri tempi e luoghi vi sarebbe stato possibilissimo, grazie alla mia intercessione). E ve l’avrei mostrata anche volentieri, non soltanto perché era oggettivamente brutta (il sottoscritto è di sicuro non un campione di delicatezza, ma la crudeltà gratis non fa parte delle mie abitudini); ma perché Andonella adorava mettersi in mostra, essere guardata e giudicata per le sue qualità fisiche, atteggiandosi in pose e con abiti talmente succinti e inadatti al suo fisico che anche il più candido ed eterodosso di voi non avrebbe potuto fare a meno di soffermarsi sull’immagine, distogliere lo sguardo, farsi ricatturare dal magnetismo totale che scaturiva dallo scatto e poi, pur non volendo, dar voce alla propria fisionomia, che avrebbe zittito senza alcuna difficoltà qualsiasi appello alla tolleranza e al rispetto di coloro i quali, tutto sommato, agiscono senza causare un reale danno agli altri, e allora chi siamo noi per giudicarli? In parole povere, la vostra espressione avrebbe parlato meglio delle vostre intenzioni, su questo mi ci gioco la tastiera.
Non sono mai stato bravo con l’ecfrasi e di questo vi renderete facilmente conto dalla seguente descrizione. È molto facile immaginarvi Andonella, a patto che rinunciate ai concetti di proporzione e realismo che da Giotto a Flaubert hanno costituito alcuni tra i fiori all’occhiello della rappresentatività occidentale: diciamo che un modello in scala abbastanza credibile prevedrebbe la testa di una rana con il caschetto della mia insegnante di arte delle medie e l’attaccatura dei capelli simile a quella di Vegeta, malvagio “saiyan” della serie Dragon Ball Z, ficcata su quattro o cinque Big Babol masticate.
La peculiarità di Andonella, bruttezza fisica a parte, che di per sé non è né una colpa né un fatto degno di nota, era quindi la sua totale incapacità di giudicarsi oggettivamente e la voglia di emergere, il che la portava a scattarsi foto orrende e mostrarle al pubblico dei social network. Foto che io, con costanza certosina, conservavo in un grottesco archivio e ogni tanto ficcavo negli articolacci del blog, spesso contenutisticamente non migliori del corredo di immagini con cui li “abbellivo”.

Conseguenze nefaste

Da parte dei primi tre soggetti ho ricevuto solo banali minacce, dirette o via terzi, di denuncia: in particolare, credo che il fervente liberale Andonio abbia contattato tutte le nostre conoscenze comuni per esprimere il suo disappunto. A ogni modo, la mia replica era sempre la stessa, e si poteva riassumere pressappoco così:

− ho pubblicato materiale già pubblico;
− voi avete reso quel materiale pubblico;
− mi sono limitato a ironizzare, ma non ho diffamato;
− perché avete reso quel materiale pubblico, se non volevate venisse visto da altri?
− perché supporre che a una vostra proposta non segua una risposta, elegante o meno che sia?

Ma le conseguenze più nefaste di cui sono venuto a conoscenza sono quelle causate, mio malgrado, ad Andonella: a un certo punto, infatti, una mia ex compagna di liceo mi fece sapere che Andonella era venuta a conoscenza dell’utilizzo improprio dei suoi scatti – avreste davvero dovuto vederli – chiedendomi se, per favore, io potessi rimuoverli. La sventurata giovane, infatti, si era chiusa in casa a piangere e da due mesi non usciva più, per la vergogna.
Ciò che, al tempo, riuscì a meravigliare perfino un cinico come il sottoscritto era la possibilità che a vent’anni suonati non ci si rendesse conto di come immagini di quel calibro – davvero, vedendole mi avreste dato ragione – avrebbero potuto essere, anzi, era quasi scontato che sarebbero state rese oggetto di scherno o, peggio ancora, condivise su siti di peer-to-peer facendo il giro del globo in ventiquattro ore.
Un’altra questione sulla quale mi soffermai mentre, alquanto tristemente, cancellavo immagine dopo immagine, era legata all’insano rapporto che hanno i fragili giovani d’oggi con l’ideale di life style e di bellezza fisica propinato loro dalla televisione e dalla società delle immagini, che, come nel caso di Andonella, li lascia senza difese quando vengono messi di fronte alla “realtà rugosa”: è bastato infatti il semplice riutilizzo di fotografie che la nostra giovane vittima probabilmente riteneva addirittura belle solo in quanto la ritraevano con addosso abiti firmati e costosi, o in pose “sensuali” mutuate dalla gossip tv o dai giornali curati da Alfonso Signorini; il semplice commentarle in un determinato modo – o associarle ad altri contenuti ricavati da contesti di violenza, depravazione, etc. – perché il soggetto stesso sprofondasse nella vergogna e nella più acuta depressione. Questo la dice lunga su quanto sia marcato in alcuni esponenti della gioventù odierna il divario tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, e su quanto molto spesso il reale si confonda con un’immagine del reale desunta dal mondo stereotipato e ingannevole dei media.

Oggi

Oggi tutto questo non mi meraviglia più e non so se esserne sollevato o profondamente rattristato. Lo sviluppo esponenziale dei social network è probabilmente la causa, non tanto della progressiva idiotizzazione della gente, anche di persone che ritenevamo mediamente intelligenti – mi riferisco, per la cronaca, a patetici litigi su facebook riguardo alle europee del 24 maggio cui mi sono trovato, con un certo sconcerto e non poca irritazione, ad assistere – quanto della presa di coscienza che una massa esiste ed è attiva e sempre lo è stata. Non ci vuole una sfera di cristallo per ipotizzare la produzione di altra massa causa contatto con la massa precedente, e così via: alla fine forse ci si ritroverà tutti in massa a calpestare quel che resta della civiltà, ma questo è un discorso à la Baudrillard che esula alquanto dall’intento di questo articolo.
Che, lo ricordo, era sgranchirmi le dita.

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