“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 17 Aprile 2014 00:01

Inutili disquisizioni sul concetto di Realtà (e Verità) – I

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“Una forza che nasce su un punto di rottura genera l’impensabile e l’inimmaginabile, e fa dell’uomo un soggetto capace di verità”.
(Alain Badiou, L'Être et l'événément, 1988, trad. it. 1995)

Il minimo comun denominatore del secolo Novecento è stato forse il tentativo di estrarre dalla miniera della Realtà un dato puro come il reale. Un reale che si presentasse da sé, che permettesse il funzionamento del paradigma apocalittico, connotato fondamentale della civiltà occidentale, della storia del mondo, del dramma dell’uomo, di tutta la letteratura. Non sarà questo uno spazio molto utile e si ha premura di non annoiar nessuno. È una bella giornata fuori, il sole è certamente reale. Pertanto si pretende di restringere il destinatario ad un particolare tipo di lettore, ideologicamente determinato come perditempo che si sente profondo, e si consiglia, solo ad esso, di proseguire la lettura.  

I grandi mutamenti del XX secolo hanno apportato trasformazioni gigantesche, cambiando radicalmente la percezione sensoriale della realtà, per via del famoso problema Spazio/Tempo, la teoria della Relatività di Einstein, bla bla bla. L’idea che ci sia una storia del mondo con un Inizio ed una Fine ci rende perfettamente al centro di questa storia, schiacciati da superfici che non procedono più soltanto in avanti ma sono anche dietro, di lato, sopra, sotto, dappertutto, e si espandono sotto il peso di un orologio che si fa umano, col suo perpetuo tic tac. Siamo confusi, siamo piegati su noi stessi, abbiamo difficoltà a renderci soggetti capaci di verità, eppure di punti di rottura (talvolta anche di palle) se ne presentano tanti. Siamo nel bel mezzo di un’attesa, tipico modello dell’intreccio, in una mista alternanza di narrazione e dialogo, spesso disomogenea, che non fa altro che cercare una logica universale, quella Logica del Racconto di Bremond,  che si chiama Sequenza Elementare:    
1) Situazione che apre una possibilità           
2) Attualizzazione di tale possibilità
3) Compimento dell’azione, che si chiude con un successo o un fallimento.         
Una sequenza molto semplice, fatta di tre tempi, Prima – Mentre – Dopo, che genera quel famoso punto di rottura che intendiamo approfondire, non tanto per trovarci di fronte all’impensabile quanto per renderci soggetti capaci di verità. Ma di quale verità parla Alain Badiou?                     
Fino a che punto possiamo confidare in quel dato puro del Reale?
Le certezze medievali (La verità è l’esatta corrispondenza/adeguatezza della cosa, e dell’intelletto) sono state letteralmente spazzate via dalla nostra attività costruttrice, un punto di vista ben rappresentato nell’opera La realtà come costruzione sociale di Peter L. Berger e Thomas Luckmann. Decade così qualunque tipo di rappresentazione oggettiva, la realtà non è più a priori. E allora dov’è finito quel dato puro del reale? Dobbiamo abbandonarci totalmente alla relazione fiduciaria tra ciò che è e ciò che appare? L’osservatore guasta sempre la realtà, determina egli stesso una nuova realtà, in quel gioco dell’inganno, tra essere e apparire, che costituiva la Veridizione di Algirdas Julien Greimas, il fondatore della semiotica strutturale. Greimas era uno che diceva anche “L’uomo vive in un mondo significante. Per lui il problema del senso non si pone, il senso è posto, s’impone come un’evidenza, come una ‘sensazione di compresenza’ del tutto naturale”. Ma noi siamo d’accordo solo in parte, perché il problema del senso si pone e come. Ci sarà un fare persuasivo del senso che è posto, ed un fare interpretativo del senso che poniamo. L’importante è che ci sia sempre una compresenza di sensi, poiché solo grazie al confronto/lotta tra di essi, ce ne sarà uno (o più di uno) che assumerà valore. Il pacchetto preso oggi in prestito da Alain Badiou, fatto di Essere (stasi, qualità, identità) e Evento (cambiamento di stato), non può più essere quindi inquadrato all’interno di uno schema chiuso, rassicurante, ma è gettato in una polisemia infinita, una rete aperta. L’Essere è pura molteplicità, una teoria degli insiemi strutturata secondo una legge di presentazione, periodicamente interrotta e riconfigurata dall’apparire di un evento. Gli Eventi, d’altro canto, farebbero parte di quello che Barthes chiamava codice ermeneutico, che sviluppa domande, enigmi, indizi che circondano il grande mistero, tutti volti al raggiungimento dell’obiettivo. Perché c’è sempre un obiettivo, anche quando non lo conosciamo. Il soggetto, rifondando la situazione in cui vive, produce nuove verità che, volenti o nolenti, esistono (il verbo Esistere è utilizzato in questa sede in maniera impropria) e non sono trascurabili. Non è più il caso di strutturare nulla allora, bensì di destrutturare, di destrutturarci, di spaventarci di noi stessi, di imparare a riconoscere e vivere il punto di rottura per renderci soggetti capaci di verità. Non importa quanti punti di rottura ci saranno, dieci, cento, mille. “La verità è che la verità cambia” (Friedrich Nietzsche).

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