"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 04 Aprile 2014 00:00

Sull’origine o diario filosofico 4

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Il problema dell’origine è un problema immediato. Mi sta davanti, cioè, senza mediazioni: non c’è niente tra me e ciò che mi è gettato davanti, come dice anche l’etimologia. Problema è infatti ciò che insiste e persiste sullo spazio del mio cammino, ostacolandolo: mi sta di fronte (pro) come se qualcuno ce l’avesse messo d’improvviso (-blema  viene da ballein, mettere, porre, gettare). Buffo che questo problema mi stia sempre davanti all’improvviso, come se dovessi inciamparvi: il carattere di sorpresa si mantiene nel tempo, finché il problema è problema. Non possiamo ancora lasciarlo andare: il cammino è bloccato da una presenza inesorabile. Il problema rimane tale, cioè, fino a quando mi è presente, fino a quando impegna la mia coscienza e la mia attenzione.

Ogni problema risolto è una presenza mediata, rimandata: da cosa mangio oggi? fino a perché l’essere e non il nulla?, ogni risoluzione è un mettere da parte il problema, riparandosi attraverso un medio che ci permetta di mettere distanza tra noi e il problema, di aggirarlo.
Perché? Perché un problema fondamentale rimane costante, ed è il problema immediato: il problema che non ammette distanze, perché ci è sempre presente come un nostro carattere essenziale. Il cammino comporta, allora, sempre una certa resistenza: alcune domande, cioè, ci terranno sempre svegli di notte. Questi problemi a risoluzione potenzialmente infinita ci offrono sempre qualcosa da pensare, qualcosa di impensato: e sono, in una maniera affascinante, proprio i problemi che ci sono più vicini – immediatamente vicini. Per continuare a vivere, dopo averli ritrovati, bisogna distrarsi, inventarsi qualcosa, andarsene, magari per tornare dopo un po’. E qui, tra gli altri, c’è l'ultimo grande paradosso: che la vita più piena, la vita posta come problema nella sua semplicità, impedisca la vita “restante”. Ed è bello che qui non servano gerarchie, dato che né il problema comporta la morte (essendo la vita già da sempre cammino problematico), né la distrazione è vita meno degna, rimanendo necessaria.
L’immediatezza di ciascun problema fondamentale comporta, in effetti, che il problema sia in realtà uno: posti più problemi “immediati”, infatti, tutti meno uno sarebbero riconducibili ad un’altra domanda, più fondamentale – risultando, così, mediati. Vari sono i modi di giungere a questa istanza prima: ogni domanda risolta porta in sé il rimando ad una questione più essenziale, ad una zona oscura che già da prima era sottintesa. Da poco più di un paio di millenni, in effetti, una formulazione particolare del problema ha conquistato i cuori dei pensatori occidentali.
La domanda fondamentale sarebbe quella del nostro esempio: perché l’essere e non il nulla?, e cioè la questione ontologica. Martin Heidegger rimane, oggi, l’ultimo esponente del canone filosofico occidentale ad aver posto il problema in tutta la sua problematicità, in tutto il suo insistente starci davanti. Ma forse non è stato l’ultimo ad affrontarlo: e del resto la struttura stessa della questione ontologica comporta che il nostro domandare sia strutturalmente parziale, incompleto, riformulabile. In ogni domanda, cioè, c’è un punto cieco: il punto da cui ripensarla nel momento in cui non riusciamo a risponderle. E il punto cieco della nostra domanda prima sta proprio nel permanere del punto cieco: perché inaggirabile, questa mancanza cronica sarà una mancanza fondamentale. Ed è proprio la mancanza che si espone nel problema dell’origine, che ci chiede quale sia l’origine di ciò che è. Questo problema ci riguarda fin dall’inizio di questo discorso: esso prima non era, ora è e continua ad accrescersi. È questo forse il problema più proprio dei poeti, intesi, in senso lato, come produttori: perché qui, come in qualunque altro discorso, si tratta di inscenare un inizio che nella vita è già sempre dato – e il maggior controllo che si offre nell’arte, rispetto alla vita in cui siamo gettati, offre altresì maggiori difficoltà. Qui si tratta di come iniziare. Ed ecco che questo problema ci mette in tensione, domandando al cammino di fermarsi e, ad un tempo, aprendo nuove vie. Ora possiamo sentire questa eco:

Da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione,
secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro
la pena e l’espiazione dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo.

Anche queste parole, infatti, si rivolgono alla domanda sull’inizio: la aprono, nell’aprire davanti a noi il problema; provano a chiuderla, disegnando un cerchio per unire inizio e fine. Queste stesse parole sorgono a partire da ciò in cui finiranno: ciò in cui termineranno e che, comprendendo tutto il loro essere, è anche il loro fine, il loro scopo. Questo stesso pensiero, compiuto nella sua brevità, avvolge tutto ciò che è stato e che sarà: e se con esso inizia il pensiero occidentale, forse tornando ad esso dovrà terminare – almeno in quanto pensiero occidentale. È questo, infatti, il primo frammento scritto lasciatoci da un “filosofo”: a parlare è Anassimandro, astronomo milesio convinto di dover  ripensare il concetto omerico di caos in una nuova forma – non più narrandolo, ma spiegandolo. La fine del medioevo ellenico apriva gli spazi della città e del mondo: questo, intuito come uno, doveva anche essere pensato nel suo principio unificante.
Attraverso questa eco il problema dell’origine è gettato su di noi da molteplici direzioni. Da un lato, la domanda sull’origine degli esseri; dall’altro, la questione dell’inizio della filosofia; ma, ancora, il problema sull’origine di ogni scrittura: direzioni che possiamo intravedere soltanto perché tutto ciòinsiste ancora davanti a noi, resistendo ai secoli. Il fatto stesso che questa comunanza ci sia, mostra quanto il problema, dapprima ostacolo, possa in concreto diventare apertura: apertura sullo spazio in cui camminiamo e che rischiamo di dimenticare, presi dal percorso.
Vale la pena, allora, di continuare a farci problema del problema. Ammessa una coerenza interna alla tradizione occidentale, quelle molteplici direzioni ritrovano la loro unità nella domanda sul modo in cui il nostro pensiero sia stato influenzato, nel suo sviluppo storico, da quella prima questione. In altre parole: quanto della forma anassimandrea è rimasto nella nostra filosofia? Molto, probabilmente, se ancora oggi fatichiamo a porre la domanda fondamentale fuori dai termini di quel frammento. Sono, in effetti, proprio gli stessi termini, non altri: a legarci ad Anassimandro è infatti l’immediato porsi dello stesso problema, al di là di grandi narrazioni teleologiche.
Questa posizione, nel frammento, è in effetti sottintesa. Ad essa è legata essenzialmente una richiesta di rendere ragione: gli esseri hanno origine e fine in un certo luogo per un motivo ben preciso. C’è stata un’ingiustizia: in base ad essa avviene un processo necessario di nascita e morte. Il percorso è già segnato: ciò che nasce, collocandosi nel tempo, è già perituro. Questo stato di cose sembra determinato da un elemento morale: uno squilibrio iniziale comporta che la nascita sia immediatamente colpa da espiare. È a partire da queste coordinate che ritroviamo la cifra di Anassimandro nella storia della metafisica, consistente nell’idea di una potenza del nulla. La colpa delle forme sorte alla vita è, infatti, nei confronti del nulla: esse pagano l’ingiustizia di essersi formate, di essersi determinate in un confine (πέρας, péras), a scapito di altri potenziali enti ancora informi nell’oscuro sconfinato (ἄπειρον, ápeiron). E lo sconfinato è necessariamente un nulla: luogo dove le cause non causano e le potenze non si attuano, si inscrive in un ordine totalmente altro, tanto che è impossibile ridurlo ad un altro elemento, come vorrebbero Teofrasto e buona parte dei professori al liceo. Anassimandro pone, di fatto, una relazione morale con il nulla, così che ogni ente nasce con un debito che non potrà ripagare se non perdendo se stesso. Dal nulla al mondo l’unico rapporto che consegue è quello di necessità: ciò che è eterno e infinito segna i confini del finito e temporale, ne stabilisce gli sviluppi e i diritti. L’articolazione temporale diventa limite e credito concesso dal nulla; l’esistenza stessa nel mondo è frutto di una lotta, di un trionfo momentaneo su forme non ancora formate. 
Nella sua forma più lata, è questa risposta alla questione dell’origine a delimitare una prima metà legittima della pianura degli sviluppi possibili: i successivi due millenni vedono l’accumularsi di  sentieri nella “zona anassimandrea” (da Platone al cristianesimo, dai neoplatonici a Tommaso, da Leibniz a Nietzsche), con parziali tentativi di sortita, comunque portentosi (lo scetticismo, la mistica cristiana, Guglielmo d’Ockham, Hegel, Heidegger). Sesto Empirico, citando Anassagora, scrive che

Le cose che appaiono sono l’aspetto visibile di quelle nascoste.

Questa assicurazione dell’essenza nell’invisibile (intangibile, immortale, eterno) è il movimento fondamentale della nostra filosofia. Anche i pensatori “ribelli” ne sono stati presi, finendo giocoforza per sovraccaricare la pars destruens delle loro teorie a scapito della construens.
Due versi di Angelo Silesio stanno ad indicare, emblematici, i frutti che il pensiero antiessenzialista è riuscito a guadagnare prima di Heidegger:

La rosa è senza perché, fiorisce poiché fiorisce,
di sé non gliene cale, non chiede d’esser vista.

Della rosa non si chiede ragione. Essa consegue a se stessa, in un movimento di sorgenza che col nulla instaura una relazione di parità. L’ente che è, in realtà, sta avvenendo: l’essere è un movimento – quel movimento che Hegel chiama divenire, luogo dove essere statico e nulla statico si sono «già trapassati» (cfr. Scienza della logica). L’ente è tale in quanto è in unmondo, che non è più totalità ma spazio delle relazioni: questo spazio è un’apertura in cui ci siamo noi, e non solo: c’è l’esserci, l’ente che tiene a cuore il proprio essere, che se lo pone davanti, che lo rende problema. El’esserci,probabilmente, è più dell’uomo, come carattere più antico ed essenziale di una qualsiasi idea storica di umanità: l’esserci è l’ente libero, che fa del mondo un luogo di libertà e responsabilità. E se non c’è davvero un “uomo” che faccia da ponte tra noi e Anassimandro, lo spazio dell’eco, del legame, è quello della vita vissuta lucidamente, che si fa carico di se stessa e di ciò che è ancora e sempre nascosto nel futuro.
La libertà che permea le cose ci mostra che esse sempre vanno e vengono, in costante rapporto con una possibilità infinita. Noi abitiamo innanzitutto in questo mandato di libertà, nel senso che intende Heidegger in Costruire abitare pensare: è in questa attività abitativa che «risiede l’essere dell’uomo». «Il tratto fondamentale dell’abitare è l’aver cura», che esercitiamo quando «lasciamo essere qualcosa nella sua essenza, lo riconduciamo e ricoveriamo in questa essenza». Ma questa essenza è, infine, libertà. E allora, per custodirla, non faremmo meglio ad impegnarci, più che come pastori, come agitatori dell’essere?

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