"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 04 Febbraio 2014 00:00

Genialità erotica nel Don Giovanni di Mozart

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Sin dai tempi più antichi gli eroi nati dalla genialità artistica hanno sempre esasperato la duplice natura umana nelle sue sfumature virtuose (l’epica greca) e viziose (i protagonisti di tutta la produzione post-classica, romantica nel senso hegeliano del termine). Siano questi appartenenti alla categoria omerica o byroniana, sono stati egualmente trasformati in idiomi, simboli che nel corso dei secoli hanno costituito le radici della cultura occidentale come odiernamente si presenta. È ovvio quindi l’inevitabile parallelismo tra Mito e Rito, se con ciò intendiamo la ritualizzazione di tali figure, il culto nato attorno ad esse.

Il mito tende sempre a distaccarsi dai contesti che più gli sono propri, come la musica, il teatro, la letteratura, per entrare nella vita quotidiana trasformandosi in relazione ai tempi e ai luoghi, in varianti di se stesso attraverso un processo che  Claude Lévi-Strauss ha definito "bricolage mitopoietico". Il mito sostanzialmente rimane invariato nelle sue componenti essenziali (mitemi narrativi) ma assume ogni volta un nuovo scopo e un nuovo valore passando da una dimensione originariamente etica (Ulisse), ad una psicanalitica (si pensi al mito di Edipo o del Faust), giungendo ad una completamente opposta come quella estetica (Don Giovanni). Proprio la sfera estetica è quella maggiormente emblematica se sottoposta al giudizio storico-temporale, quello morale che direttamente si scontra con la realtà.
Il Don Giovanni infatti risulta essere stereotipo dell’amore libertino e la sua esistenza temporale di conseguenza  non può che impersonificarsi nell’immagine inquinata del maschile. In questa prospettiva il mito “estetizzato” trova il proprio fallimento e la propria condanna, specialmente se consideriamo cosa esso arriva a rappresentare: la sensualità come principio spirituale introdotta dal cristianesimo.
Bisogna chiarire infatti che la sensualità in quanto elemento armonicamente presente ovunque, è sempre esistita, come in Grecia ove non era una pericolosa nemica in grado di soggiogare e trovava spazio nella filosofia più pura (“sensuale armonia” infatti era definita la sinfonia cosmica di Pitagora) e nella poetica in cui non si scontrava con le leggi divine (Eros era dio dell’amore ma non era raffigurato come innamorato egli stesso, contaminato, bensì come fanciullo ignaro, quasi innocente). La sensualità in quanto principio è stata introdotta nel mondo dal cristianesimo proprio perché ve l’ha esclusa e negata. Cosa ha permesso allora a Don Giovanni di mantenere attiva la sua geniale sensualità acquistando un suo autonomo spazio nell'immaginario collettivo? Come è riuscito un mito estetico a sopravvivere senza giudizio della coscienza nell’indifferenza etica mantenendo la propria immediatezza e schiettezza? La risposta forse la ritroviamo nell’eterno dibattito che coinvolge il materiale espressivo delle forme d’arte (Mukařovský).
Dobbiamo porre su piani diversi di rappresentazione quella “geniale sensualità” che probabilmente è la vera protagonista del mito.
Il personaggio del Don Giovanni si presenta come seduttore “psicologico” e seduttore “passionale”. Nel primo caso mette in atto una seduzione mediata poiché ha bisogno di tempo per preparare le sue strategie ed i suoi calcoli, anzi è proprio sul gioco temporale dell’attesa che lui punta per sedurre tutte le donne del mondo che con egoismo raffinato e compiacimento pone in lista. Egli si mostra alla sua preda con totale ambiguità: ora distaccato, ora interessatissimo, ora fiero e aggressivo, ora dolce e presente, cercando di rendere la relazione “interessante” e lo è nel momento in cui è lunge da vincoli, decisioni e scelte rimanendo indeterminata. Il suo godimento consiste nel condurre la donna ad uno stato di soggiogamento totale, senza esssere a sua volta soggiogato in questo nemmeno fisicamente.
Tuttavia, volendo trovare una forma di libertà, il protagonista rimane schiavo dei suoi stessi intrighi e conflitti, conducendo un’esistenza inquieta all’insegna della caducità.
Il seduttore psichico quindi vive nel dubbio, nell’inappagabilità, dato che nessuna donna lo soddisfa pienamente, ma nonostante ciò rimane passivo nei confronti dell’angoscia del peccato e rifiuta il pentimento come via di salvezza. Lo stesso banchetto che precede l’entrata del Commendatore suona come atto di sfida contro quel giudizio etico e quella coscienza razionale che quest’ultimo incarna. Il conforto dei cibi, il vino spumeggiante e l’aria festiva costituiscono un inno sfacciato alla gioia di vivere anche al cospetto della morte di cui Don Giovanni non ha paura, mantenendo fede al suo ruolo. Da un lato, quindi, soggiunge la punizione divina al comportamento eticamente sbagliato dell’amatore, dall’altro l’ideale estetico per il quale ciascuno “è immediatamente ciò che è” rappresenta l’elemento vincente della seduzione “sensuale”. È questa seconda lettura delle azioni di Don Giovanni che permette all’estetica di manifestarsi nella sua totale purezza ostentandosi legittimamente.
Questo tipo di seduzione, a differenza della precedente, non ha bisogno di preparativi, di piani strategici, è indipendente dalla successione logica e temporale e si mostra appunto nell’immediatezza del desiderio erotico. L’elemento diacronico separa le due forme di genialità e questa volta, di conseguenza, la dialettica della seduzione sensuale mette capo all’inesauribilità. Il “catalogo” delle donne viene a presentarsi come una ripetizione all’infinito, specchio narcisistico su cui l’eroe riflette con compiacimento le proprie capacità.
In questo senso il genio sensuale assume i connotati del mito stesso e diventa pura idea astratta, quasi inesprimibile e non a caso Kierkegaard nella riflessione sulla Fase Estetica della vita umana, della quale il Don Giovanni è simbolo, descrive la passione come una forza lirica.
In quanto pura astrazione la sensualità si riduce quasi ad autonoma forma d’arte dato che non la si può rappresentare con nessuna tecnica figurativa; né con la scultura in quanto troppo intima per avere forma plastica, né con la pittura in quanto non fissabile in contorni definiti, insomma in quanto non imprimibile poiché si esplica in una successione continua che impedisce di coglierla in un singolo momento.
Il Don Giovanni infatti non deve essere visto poiché si rischia di applicargli una tridimensionalità che tradisce la sua stessa essenza a-fisica che inevitabilmente porterebbe alla dissoluzione della sua ragione d’esistere. La morte, infatti, colpisce il lato più storicizzabile del suo fascino, quello psichico che scandisce la narrazione; una morte del resto aleatoria, indeterminata che ben ci indirizza nell’inesistenza di una corporalità. Don Giovanni non seduce per la sua bellezza o per qualsiasi altro attributo fisico, piuttosto in virtù del suo spirito, del suo desiderare.
La scelta della soluzione espressiva si restringe quindi a due tecniche estetiche in grado di instaurare un profondo rapporto con l’eros che il mito di Don Giovanni incarna: la poesia e la musica. La prima conferisce all’amante la parola e quindi una “personalità” che lo porta a sedurre con l’astuzia razionale e con la riflessione ed il personaggio “in prosa” è quindi paragonabile al seduttore psichico.
Il Don Giovanni di Byron, di Molière e L’ingannatore teatrale di Tirso de Molina non saranno perfettamente conformi quindi all’ideale estetico.
Tuttavia il libretto firmato Da Ponte integra e completa perfettamente la rappresentazione musicale mozartiana del mito facendone un innesto operistico oscillante tra stile buffo dal punto di vista formale (tipicamente italiano) e stile serio per la presenza di determinate tassonomie teatrali, con toni compresi fra la tragedia e la commedia, ben giustificando quindi il sottotitolo “dramma giocoso” con cui lo stesso autore definisce i versi. Siccome la musica è la meno storica fra tutte le arti e non riesce ad esprimere la successione temporale degli accadimenti, ma più che altro un ethos istintivo dell’animo, l’aggettivo “lirico” di Kierkegaard dato al potere della seduzione trasfigura il re dell’amore nel “materiale acustico”. Eros e musica si legheranno necessariamente per la loro indeterminatezza comune e in tale unione è identificabile il motivo deontologico di un estetismo estremo, puro, che ha permesso la sopravvivenza del leggendario Don Giovanni. Egli ha sconfitto la morte in quanto ha trovato nuova vita nell’idea musicale, solo questa poteva giustificarlo e preservarlo da una censura alla quale era destinato nello scontro con la sfera etica.
L’Eros, che qui sta per genialità sensuale, viene accolto così dalla lucidità della musica mozartiana in un coesivo trionfo del dionisiaco sulla sistematicità della logica rideterminandone il mito in chiave moderna e sempre attualizzabile.

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