“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Venerdì, 31 Gennaio 2014 00:00

Zialidiasocialclub, sesta serata: "L'arte della felicità" di Alessandro Rak

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Ho visto diversi film negli ultimi mesi girati da registi italiani, nei più belli sprofonda il nostro triste Paese sempre più corrotto, sempre più fragile, sempre più dilaniato da contraddizioni e incapace di sollevarsi. Bei film per aggrovigliarsi nell'amarezza della rassegnazione, per trincerarsi nel pensiero, per ammuffire negli accomodamenti del "non c'è niente da fare", per rifugiarsi nella "media-crazia" o nella "medio-crazia" che offre sempre una soluzione allo sconforto e un motivo conveniente per dissuadere da qualsiasi tentativo di ribellione.

E così torniamo a casa dopo aver visto questi bei film, allegramente pessimisti o tristemente ottimisti, con la sensazione che la vita ormai si ritira e perde qualsiasi attitudine al rischio emotivo, alla follia, al sentire profondo, al brivido del cambiamento. La realtà non si scosta di un centimentro da questi bei film e da certi discorsi ed "il punto è che certi discorsi non spostano la realtà di un centimetro". Ma succede all'improvviso, in poco più di un'ora di restare scossi da un tripudio di emozioni nell'accostamento di colori, con-fondendo sensi, sogno e realtà, oggetti e disegni, mezzi e scopi, avvicinando le distanze e allontanando le vicinanze, succede all'improvviso di intrecciare suoni e parole, note e passi, echi e riflessi, simboli e cose che tracciano mappe e regie, succede di vedere soggetti e oggetti, presenze e assenze, vivi e morti, contrasti, scambiare i propri significati offrendo nuove ragioni alla vita, nuove prospettive di comprensione di noi stessi e di ciò che accade, nuovi modi di sentire di esserci. Tutto questo succede grazie a un film, un film che non riprende la realtà ma la ridisegna, non offre solo immagini ma spinge a rincorrere l'immaginazione, un film che non vuole ribadirci quanto è squallida la nostra vita ma ci pone di fronte ai nostri modi di soffrirla per poi sognarla, ridisegnarla e realizzarla. Tutto questo succede nel film di animazione di Alessandro Rak L'arte della felicità visto nella sesta serata della rassegna organizzata dallo Zia Lidia Social Club. Ed è il caso di dire che quest'opera vive, è espressione autenticamente impura della fusione di mezzo e scopo, forma e sostanza, stile e contenuto, corpo e città, anima e ambiente, anima che oltrepassa l'ambiente.
Sergio, protagonista del film, talentuoso pianista, fa il tassista a Napoli, città che meglio può esprimere il fermento emozionale che l'opera trasmette a più livelli, l'intensità emotiva e artistica che si appresta a divenire riscatto sociale, "dando forma nuova alle cose vecchie", nuova vita alle cose vive e nuova morte a quelle morte.
La sperimentazione artistica in questo film che presuppone il contributo di più persone e forme d'arte è in perfetta sintonia con uno dei sui scopi: interrogarsi sui modi di stare al mondo che ci hanno dato e che non "abbiamo votato", per trovare insieme nuovi modi di fare il nostro mondo. Il disorientamento sociale e culturale, nel film, fa da sfondo e attraversa la crisi profonda e intima vissuta da Sergio in seguito alla separazione dal fratello di sangue e di anima, Alfredo. E mentre Sergio attraversa la sua vita e i disegni di una Napoli piovosa e piena d'immondizia, senza maschere, mandolini e criminali, e forse proprio per questo ancora più vera e affascinante, incontra nel taxi diversi personaggi, che raccontano le loro vite nelle sconfitte e nelle rivalse. Tra le varie persone incontra anche l'uomo che ascolta tutti i giorni in radio. Per il radiofonista "La strada ormai è dritta e punta verso il baratro", sempre più calati in una realtà di vecchi che marciscono in poltrona pur di non lasciare spazio ai giovani, infantilizzati e mortificati nei talenti, nelle passioni ma anche semplicemente nelle qualità più autentiche, moriamo di solitudine e d'infelicità, "quella infelicità che non ha niente da dire". Davanti a noi restano due strade, la distruzione totale, la demolizione di tutto, o proprio la manutenzione, la presa in cura, la strada della rinascita. Se ci manca ogni idea di futuro possiamo sognare l'apocalisse, l'esplosione felice delle infelicità in una morte comune e collettiva, oppure possiamo farci salvare proprio da "ciò che ci manca". Se non ci riconosciamo più nel nostro presente e non abbiamo nessuna idea di futuro bisogna tramutare la reazione al presente in creazione di futuro, guardando oltre le ovvietà e necessità imposte, restituendo fiducia e dignità al talento e alle nostre qualità possiamo ancora ridiventare noi stessi. Il film ci invita a ritrovare "le nostre note migliori", a sprigionare e imporre e il talento magari nell'intreccio vitalizzante con la natura. Dando più spazio alla nostra vita, al sogno, al viaggio e a ciò che piace di più, possiamo sfondare le nostre gabbie mentali, accorciare le distanze ampliando il nostro sentire, a contatto con le coincidenze e le corrispondenze inattese che la vita ci riserva. Il film ci insegna a guardare la vita in un altro modo cominciando a girare e guardare un film in un altro modo: L'arte della felicità non si spiega ma si vive, non si comprende con la ragione ma si sente nelle risonanze emotive, l'arte della felicità cambia il mondo aiutandoci a percepire che un mondo nuovo può essere inventato da persone più felici, del resto non solo la tristezza ma "anche la felicità ce la danno per poco", basta poco per scegliere.

 

 

Zia Lidia Social Club
XI stagione – Sesta serata rassegna cinematografica 2013/2014

Proiezione:
L'arte della felicità
regia Alessandro Rak

foto della serata Katia Maretto

Avellino, Teatro Carlo Gesualdo – Sala Prove Orchestrali, 26 gennaio 2014

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