“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 14 Gennaio 2013 01:00

Alla luna

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Selene, alma Cerere, Artemide e Proserpina, Cibale, Pessinunzia. Poi Ecate, Minerva, Venere Cipria, Venere Pafia, Venere Celeste e Bellona, Ramnusia, Iside e Giunone, Persefone e Trivia, Lucina, Diana. Mille e mille nomi di mille e mille dee ha la Luna perché mille e mille volti mostra in mille e mille notti.

Il sole splende fisso, arrossandosi soltanto al suo riposo. Brilla bianco e freddo l’algido Saturno, Marte arde come un moccolo, Giove sta fisso e mite mentre Mercurio… è soltanto Mercurio. Ma la Luna (diletta e tacita, silente e cara, silenziosa e vergine) varia sempre ed ogni volta è nuova: ora brilla tersa, chiara e tonda; ora è una falce gialla, dai bordi rossi, violacei o grigi; ieri era a Nord, oggi ad Ovest, domani sarà a Sud; adesso sale altissima, prima pendeva bassa. Coperta d’ombre e macchie, talora offusca, concedendo un manto ai truffaldini, ai rivoluzionari in fuga, agli amanti che cercano un cantuccio. Coperta d’ombre e macchie, talora illumina potente, rischiarando fino all’ultimo centimetro dell’ultimo tugurio nell’ultimo quartiere.
È alla Luna che tormentano i pensieri. È alla luna che si mischiano le carni. È alla luna che si cullano gli abbagli. È alla luna che guidano le rotte, che tendono i cammini, che parlano i poeti. È alla luna che parla Giacomo Leopardi: “Era la luna nel cortile, un lato/ Tutto ne illuminava, e discendea/ Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…”.
Un lamento, il primo dello Zibaldone, che pare un rantolo, un guaito, meglio: un ululo da lupo: Leopardi – questo giovane Leopardi di cui Michele Mari fa invenzione sopraffina in Io venìa pien d’angoscia a rimirarti – ulula alla Luna in una notte chiara e senza vento, bianca in mezzo agli orti o nei pressi di un albero frondoso, mentre al buio si rasserenano dormienti montagne e rocce, siepi e valli. Qui è “ignuda”, “alla deserta notte”, mentre “con gli occhi intenti” va seguendo il viaggiatore; lì si fa “inquieta” e “funesta” mentre esplora la campagna; instancabile prima (“Ancor tu non sei paga/ Di riandare i sempiterni calli?”) poi spossata perché complice degli affanni degli umani (“E tu certo comprendi/ Il perché delle cose/ Tu sai, tu certo/ Mille cose sai tu”). Eterna peregrina, straniera a volte, a volte complice immorale o zitta e indifferente, intenditrice sospirosa: Leopardi parla alla Luna ed alla Luna scrive: La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, Al Conte Carlo Pepoli, Ultimo canto a Saffo, Alla luna, La vita solitaria, l’Inno ai Patriarchi, ed Il risorgimento, Alla Primavera, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e pagine e pagine dello Zibaldone.
Leopardi scrive e ciò che scrive lo scrive dopo essere stato il Leopardi di cui Michele Mari ha scritto: un fanciullo inquieto, che ha perso i giochi, che s’incurva sullo scrittoio disubbidendo ai compiti dell’istruzione per setacciare da ogni tomo ciò che è vero sulla Luna: “I libri ch’io gli avea visto leggere, aggiunse, dovean servirgli a preparare e digrossare la materia, e in ciò dir mostrommi il volume ch’avea per le mani […]. Come sempre gli avviene quando mi parla de’ suoi progetti, s’infervorò tutto. Sostenne che non c’è alla poesia materia più propria e più acconcia della Luna, di che già s’avvider li popoli antichi; che il primo uomo ch’arrestossi in contemplare la Luna segnò l’uscita dell’Umanità dallo stato animale, per dura necessità legato alla Terra; che la luce della Luna rivela il vero volto delle cose, rendendo smorto ciò ch’è vivo di giorno, e rendendo a vita ciò che alla luce del Sole par morto”.
Leopardi, il Leopardi di Michele Mari, ha quattordici anni ma già sragiona come sragiona un filosofo, un filologo, un teatrante o un letterato: ammattisce d’improvviso, s’adombra, appare e ricompare, prostra il fisico alla mente poi torna sereno per un attimo, fa confidenza e chiede venia, un attimo dopo ancora scatta, si fa torvo, abbandona il mondo e torna allo scrittoio. Alla camera. Ad un luogo insolito. Ad un luogo lontano. Alla Luna.
Leopardi torna alla Luna ogni volta che alla Luna può tornare ed in questo suo rapporto c’è il rapporto (carnale e ideale, vissuto e romanzato, patito ma cercato) che il Romantico ed il Romanticismo hanno stabilito col notturno naturale: “E se la nostra autentica vita fosse quella notturna, quando l’intelletto svapora e quaj cervi elefanti orsi anguille serpenti noi siamo raccolti nel vastissimo abbraccio di Madre Natura?”. Per questo Michele Mari, in un libro di cui innanzitutto il tono affascina (linguaggio manierato e arcaico è quello di Orazio, fratello minore di Giacomo ed estensore del diario da cui giunge l’immagine rubata del poeta), gioca con le ombre della sera che fondono e confondono l’acqua e i prati, i fiori e i sassi, gli uomini e le bestie ponendo – parallela – una vicenda di pecore e pecorai sgozzati da uno strano mannaro inafferrabile: metafora – tra le altre metafore del volume – con cui alludere al potere insicuro e vasto delle tenebre, alle pulsioni sanguigne degli uomini, ai desideri insoddisfatti di chi si accorge d’essere infelice.
Per questo Michele Mari – mai svelando troppo ciò che va lasciato oscuro – rende pagine nerastre accanto ad altre che hanno il tono lieve alternando, alla scrittura mefistofelica, dolci pennellate da ritratto: “Di esso [Giacomo] mi colpì surtutto il tratto della penna, difforme da solito suo, così minuto e sottile, per via di un disordine nuovo e d’una maggiore forza di mano, come di chi scrive in preda a grande commozione di spirito”; “non fu tanto mai assorto ne’ suoi studj. S’allontana dal suo tavolo solo per cercare altro libro che gli bisogni, né mai si riscuote dalla sua concentrazione”; “ei pare animato da un demone di frenesia ch’io non gli conoscea, come fosse impaziente di raggiungere una qualche sua meta”.
Questo Leopardi crescente poeta, crescente quant’è crescente la Luna in certe notti, “trascorre l’intera giornata in Biblioteca a studiare, né mai n’esce se non nell’ora del desinare” mentre – passata la sera ed atteso il mattino – lo si può ascoltare fare avanti e indietro nella stanza, prolungarsi alla finestra, aprirla, spalancarla al vento, da lì sussurrare chissà che cosa, chissà per quanto, chissà perché.
“Più l’individuo cresce, meno ricorda i suoi sogni: il veggo già in me Orazio mio, che perlopiù mi ridesto in un’impenetrabile nebbia, e il brivido da cui allora tutto il mio essere è scosso è solo il movimento dell’ultima imagine che si stacca e precipita al fondo, colà dove temiamo e insieme desiamo discender pure noi”. Crescente poeta, crescente quant’è crescente la Luna in certe notti, Leopardi va in abisso come “in un arcano pozzo insondato” vincendo, col desiderio, “l’orrore di quel volo”: strapparsi a sé stessi, lasciare ogni cosa chiara e facile, negare ciò ch’è già saputo per darsi al tuffo: in basso, nel proprio ventre, ch’è come andare in alto verso la Luna.
Formazione deformante, è la più profonda nota di questo libro assai prezioso che comparve – per disparire – nel 1980 per Longanesi; che ricomparve – per disparire ancora – nel 1998 per Marsilio; che ricompare oggi per Cavallo di Ferro: sperando non abbia a disparire nuovamente.
Come dispare, al mattino, la Luna; come dispare, al mattino, l’opera poetica.
Ma prima c’è la notte e, nella notte, la possibilità della lettura.

 

 

 

 

Michele Mari
Io venìa pien d’angoscia a rimirarti
Cavallo di Ferro, Roma, 2012
pp. 134

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