"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 28 Febbraio 2013 21:06

CICLO BERGMAN (PARTE IV) - La fontana della vergine

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“Già da tempo l’idea di Dio aveva incominciato a incrinarsi in me, rimanendo per lo più come decorazione. Quello che, in realtà, m’interessava era l’orrenda storia della ragazza, dei violentatori e della vendetta”

(Ingmar Bergman)

 

Nel 1959, subito dopo Il volto, Bergman torna a dirigere un’opera dai tratti spiccatamente religiosi. Siamo ancora una volta nel medioevo. La giovane Karin, accompagnata dall’invidiosa serva Ingeri, si dirige, attraverso i boschi, verso la chiesa della contea per portare i consueti ceri alla Madonna. Nel bosco fa la conoscenza di tre pastori, fratelli vagabondi. Questi, dopo essersi finti amichevoli ed aver pranzato con lei, prima la violentano, poi la uccidono con un bastone (per la verità, uno dei tre è solo un bambino che si limita ad assistere al crimine per poi rimanerne turbato).

I tre fratelli rubano le eleganti vesti del cadavere e si dirigono inconsapevolmente proprio verso il villaggio di Karin. Qui fanno la conoscenza dei genitori della vittima che, ignari, offrono loro ospitalità. Di notte la mamma della povera fanciulla è preoccupata per il suo mancato ritorno, inizia a temere il peggio. Poi, un urlo la incuriosisce e va nella capanna dei tre vagabondi. Il bambino era stato picchiato perché ancora troppo turbato da ciò che aveva visto. Un altro dei fratelli offre alla donna, in cambio di monete, gli abiti preziosi che hanno rubato durante il giorno. A quel punto la donna capisce, mantiene la calma e, con una scusa, torna dal marito. Questi, sconvolto, prepara la sua vendetta. Intanto la serva Ingeri fa ritorno, e racconta (anche lei, nascosta in lontananza, aveva assistito all’orrenda violenza) quanto accaduto. Il padre della vittima, dopo essersi fustigato con dei ramoscelli, entra nel loro alloggio e fa una carneficina. Uccide anche il bambino, nonostante la moglie cerchi di evitarlo. La sua vendetta non conosce pietà, poi subito dopo arriva il pentimento. Le sue mani sono lerce di sangue. Il mattino seguente, moglie e marito, insieme agli altri del villaggio, si recano, guidati da Ingeri, sul luogo del delitto. La madre si abbandona al pianto, il padre invece, oltre al dolore per la morte della figlia, prova terribile angoscia per la colpa della sua vendetta ed urla al cielo tutta la sua disperazione: “Ma tu vedi, Dio! Tu vedi. Vedi la morte di una innocente, vedi la mia vendetta e non l’hai impedita. Io non ti capisco. Eppure adesso chiedo il tuo perdono. Non conosco altro mezzo per conciliarmi con queste mani. Non conosco altro modo di vivere”. Poi, insieme alla moglie, raccoglie il corpo della povera figlia e, appena sollevatolo da terra, una sorgente sgorga miracolosamente dal terreno.

Il film si ispira ad una leggenda svedese, una ballata del XIV secolo intitolata La figlia di Tore Wange. I temi trattati sono evidenti e si sincretizzano nel contrasto tra cristianesimo e paganesimo. La Scandinavia, del resto, è stata storicamente l’ultimo baluardo pagano contro l’evangelizzazione cristiana (ancora oggi gruppi e sottoculture giovanili, in prevalenza in ambito musicale, si rifanno a quelle antiche culture pagane come l’Odinismo per raccontare il proprio disagio. È interessante notare che, a dimostrazione dell’importanza ancora viva di tali tradizioni nei giovani, in Norvegia il black metal, sottogenere di musica heavy metal particolarmente estremo che racconta degli antichi riti pagani, delle gesta di Thor e quant’altro, è stato riconosciuto come fenomeno appartenente al patrimonio culturale della nazione e pare sia stato introdotto in alcune scuole come materia di insegnamento, dai noi è solo musica denominata satanica). Altro aspetto su cui gioca Bergman è la riproduzione, quasi paradossale, della fiaba di Cappuccetto Rosso, storia che mostra fin dalle prime versioni l’antitesi tipicamente medievale tra la tranquilla luminosità del villaggio e la selvaggia oscurità del bosco. Ebbene, il paradosso attuato da Bergman è il rovesciamento delle famose frasi che Cappuccetto Rosso rivolge al lupo. Nel film infatti sono i pastori (i lupi del bosco) che fanno apprezzamenti sulla fanciulla che di volta in volta risponde: “hai delle bianche mani delicate” – “la figlia di un re non deve lavare i panni né deve accendere il fuoco” – “hai il collo candido senza un difetto” – “la figlia di un re deve dare alle sue collane d’oro il maggior risalto” – “hai la vita sottile e i fianchi ben fatti”. Un capovolgimento dei ruoli classici che mescola indissolubilmente la violenza che sta di lì a poco per perpetrarsi con il candore e l’innocenza del mondo al di qua della foresta. Il film consacrò ulteriormente (se ancora ce ne fosse bisogno) la stella di Bergman regalando al regista il primo premio Oscar come miglior film straniero. Ancora un enorme successo, insomma. Il regista però ha lasciato intendere tempo dopo di non avere particolarmente a cuore questo suo film. Le sue parole sembrano trattarlo quanto meno con distacco: “È un film che migliorò il mio status economico e che vinse persino un Oscar”. Nonostante dunque non sia tra i suoi lavori preferiti, con questo film Bergman raggiunge la sua perfezione stilistica. Le immagini ed i primi piani sono di una intensità impressionante, così come i contrasti di luce (il film segna il ritorno della collaborazione con il grande direttore della fotografia Sven Nykvist) e le constanti inquadrature sui dettagli (il film indugia molto sulle mani, strumento capace di essere al tempo stesso utensile innocuo ed arma mortale). Dal punto di vista invece prettamente filosofico, possiamo dire che con La fontana della vergine Bergman esce dal quel concetto di “morte di Dio” per raccontare invece una storia dove Dio è estremamente presente. La mescolanza infatti tra rito pagano (nel film la serva invoca Odino e prepara antichi malefici, lo stesso padre della vergine prima di vendicarsi compie l’antico rito della flagellazione con ramoscelli e viene spesso rimproverato dalla moglie di non essere un buon cristiano) e rito cristiano (i ceri da portare alla Madonna, le preghiere e le invocazioni sempre presenti) fanno del film un’opera estremamente religiosa. Tale mescolanza sembra confondere le due diverse religiosità, distinguibili solo nel finale, quando Bergman traccia una linea di separazione netta tra il Dio della Vendetta ed il Dio dell’Amore. Un Dio che ancora parla all’uomo. Il suo silenzio sarà invece raccontato qualche anno dopo. Ne La fontana della vergine invece Dio si manifesta (la sorgente che sgorga dalla terra miracolosamente) in tutta la sua potenza. È un Dio però, ed in questo ancora estremamente ed ormai indissolubilmente legato al Dio pagano, che abbisogna del sangue per rivelarsi. Un Dio che si concede solo dopo l’atto violento, solo dopo la disperazione ed il dolore. Un Dio che ha taciuto e che poi mostra tutto il suo splendore quando l’uomo ha toccato invece la sua bassezza più infima. Solo un anno dopo Bergman approfondirà questo Dio mostruoso con l’opera (la prima della trilogia denominata “il silenzio di Dio”) Come in uno specchio (1960), ma racconteremo nei dettagli tale produzione nel prossimo scritto.

Anche se, come abbiamo visto, il regista prende le distanze da questo suo lavoro, è notevole invece l’importanza che l’opera ha ed avrà sull’evoluzione del suo pensiero filosofico, oltre che, è bene ricordarlo, la rilevanza che avrà sullo stile registico in generale (film che è stato usato come vero e proprio modello nelle scuole di regia cinematografica per intere generazioni) e l’influenza che darà ai cosiddetti revenge movies, uno su tutti Last house on the left di Wes Craven, a segnalare dunque l’importanza che ebbe anche sul cinema americano, del resto gli americani stessi sembrarono per la prima volta essersi accorti di lui premiandolo con l’Oscar. La fontana della vergine insomma, anche non volendo inserirlo tra i suoi capolavori, resta un film bellissimo, con una serie di immagini d’alta scuola, come nella scena finale, quando, davanti alla miracolosa sorgente, tutti i presenti si inginocchiano e pregano, intanto l’acqua che scorre riflette lo strano contrasto della luce che illumina il tutto nella sua oscurità. Un dipinto in movimento.

 

 

 

Retrovisioni

Junfrukàllan (La fontana della vergine)

regia Ingmar Bergman

con Max von Sydow, Brigitta Petterson, Brigitta Valberg, Gunnel Lindblom, Axel Duberg

produzione Svensk Filmindustri

sceneggiatura Ulla Isakson dalla ballata La figlia di Tore Wange

paese Svezia

lingua svedese

colore b/n

anno 1959

durata 89 min.

 

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