"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 21 Novembre 2012 10:33

Al tempo di mastro Shakespeare

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Al tempo di mastro Shakespeare una sagoma di cartone era un albero, un ammasso grigiastro era una montagna, una fiamma era il giorno. Al tempo di mastro Shakespeare la notte veniva declamando il termine “notte”. Poche le scene, le macchine, le attrezzerie e così il boudoir s’apriva dov’era un campo di battaglia, il campo di battaglia era nello stesso posto in cui – pochi attimi prima – sorgeva un palazzo.
Al tempo di mastro Shakespeare, per diventare invisibili, s’usava un manto notturno: calcato alla meglio sulla testa, la schiena, le spalle, produceva il suo vuoto: il personaggio – per quanto i suoi passi fossero ancora pesanti – spariva leggiadro.
Al tempo di mastro Shakespeare i costumi erano elaborati, certo, e tenuti in gran conto e tuttavia poco si badava alla loro coerenza: cappelli con piume, vesti dai ricami preziosi, giacche di panno o fustagno, abiti Tudor potevano usarsi in un’antica tragedia di Grecia.

E d’altronde cosa attendersi da mastro Shakespeare? Egli dona il mare alla Boemia; perché Proteo giunga da Verona a Milano è costretto a imbarcarsi; anche a Bergamo e Firenze regna l’acqua salata. Il suo Ulisse cita Aristotele, Timone d’Atene si richiama a Seneca mentre Tito Larzio nomina Catone trecento anni prima che Catone venisse al mondo. Gli egizi giocano al biliardo, per mastro Shakespeare. S’ode il ticchettio dell’orologio nell’antica Roma, per mastro Shakespeare. Per mastro Shakespeare Venezia non ha canali, Cleopatra usa il busto e Lord Talbot muore con ventidue anni d’anticipo.
Eppure non una di queste menzogne è presa per menzogna, al tempo di mastro Shakespeare.
Agli spettatori è detto che un fantasma invisibile appare sulla torre invisibile di un castello invisibile ed agli spettatori pare evidente, sulla ribalta di legno, scorgere il castello, la torre e il fantasma: è lì, appena apparso.
“Supponete” – chiede mastro Shakespeare ai suoi uditori – “che nella cinta di queste pareti siano adesso racchiuse due monarchie”, (ecco le due monarchie), “i cui domini sono divisi e separati dal periglioso stretto dell’oceano”, (ecco lo stretto dell’oceano), “ed immaginatevi un possente esercito”: ecco il possente esercito. Un uomo si divide in mille parti, la sola parola “cavalli” fa stampare gli zoccoli sulla pedana, le imprese di molti anni si condensano nel giro di una clessidra: con mastro Shakespeare.
Così quando ieri sera, spettatori de La bisbetica domata, sentiamo Caterina pronunciare: “Avanti, vi prego, e sia luna, o sole, o quello che volete; e se vi farà piacere chiamarla candela di sego, d’ora in poi giuro che tale sarà per me” e, poco dopo, confermare che “è il sole benedetto; ma sole non è, quando voi dite che non lo è; e la luna cambia come il vostro umore”, per poi terminare con un “quello che voi vorrete chiamare, quello è, e tale sarà per Caterina”, comprendiamo che ciò che ci è data non è la recita di una delle prime commedie di mastro Shakespeare ma una lezione sul teatro del bardo: in esso il sole può essere luna, la luna può essere una candela di sego: “quello che voi vorrete chiamare”, mastro Shakespeare, “quello è, e tale sarà per Caterina”, ovvero per noi, seduti in platea.
La bisbetica domata  di Laura Angiulli è una lezione sul teatro del bardo.
Non è forse vero che in Come vi piace (Rosalina) e La dodicesima notte (Viola) abbiamo un ragazzo che recita una ragazza che recita un ragazzo? Ed allora ecco che La bisbetica domata – già opera che si presta al travestitismo di scena (Tranio diventa Lucenzio, Lucenzio diventa Cambio, Ortensio diventa Licio; un pedante di Mantova è Vincenzo da Pisa, una compagnia d’attori impronta un’intera trama nella trama, un uomo fa da moglie ad un ubriacone vestito da ricco signore, un anziano è preso per “una giovane vergine in boccio”) – diventa, per la regia di Laura Angiulli, una vorticosa dimostrazione del potere teatrale di mutare identità ai luoghi, ai volti, alle ore della giornata senza che, in apparenza, muti davvero qualcosa.
Così siamo in strada ed in casa nella frazione di un attimo; è sera e mattino in poco più di un secondo; in un minuto un attore – svestendo una giacca per indossarne una diversa (ostentazione fatta al pubblico, rivela il trucco che sfuma l’identità percepita) – recita più parti in commedia. Si prenda Stefano Jotti, ad esempio: egli è, a stretto giro di palco: l’ubriaco Sly, Ortensio, Licio, Battista, il pedante di Mantova ed uno dei servi di Petruccio.
E non è forse vero che, a partire da mastro Shakespeare, questa labilità dell’esistente, questa negromanzia da drammaturghi, questa lestofante pratica magica che fa di un vecchio un bambino, di un bambino una balia, di una balia un sovrano s’è adattata sui palcoscenici di Ferrara, Milano, di Urbino e di ogni altro luogo della penisola in cui una carretta di comici trascinava il suo palco a rimorchio? Perciò La bisbetica domata dell’Angiulli mischiando le parti in commedia mischia i dialetti facendo suonare il veneto, il pugliese, il napoletano perché mastro Shakespeare prende dall’Italia (La bisbetica domata deve tanto a I Suppositi di Ludovico Ariosto – Petruccio e Licio da lì sono presi – quanto deve a Plauto ed alle storie d’agnizione: Tranio e Grumio non sono già nella Mostellaria?), almeno quanto l’Italia prende da mastro Shakespeare per raccontare gli amori giovanili ostacolati dai divieti paterni, arrangiati dalla furbizia dei servi, premiati dal riconoscimento finale.
Ecco: La bisbetica domata dell’Angiulli è una lezione sul teatro del bardo e su tutto quel teatro che, al bardo, deve la propria inventiva, la propria libertà di ricreazione, il proprio diritto al mascheramento palese e giocoso.
“Badate di recitare la parte come si deve” s’intima, mentre all’interprete che ha da fare la sposa si consiglia: “con teneri abbracci e seducenti baci, e con il capo reclinato sul suo seno, digli di versare delle lacrime come sopraffatta dalla gioia” e “se il fanciullo non possiede il dono femminile di far piovere una tempesta di lacrime a comando, basterà per tal uopo una cipolla avvolta in un fazzoletto: avvicinata all’occhio lo renderà umido a dispetto di tutto”. Trucchi da fasulli, da commedianti, da ingannatori. Trucchi d’attori al servizio di mastro Shakespeare.
Trucchi degni di questa Bisbetica domata in cui la cornice iniziale rende la platea malata di mestizia e melanconia quanto n’è malato Sly; in cui un occhiolino rivolto agli astanti è il segno concordato per una finzione; in cui una maschera di cartone pressato diventa l’emblema dell’immaginazione appena intravista.
“Gran prodigio – di solito i padri generano i propri figli; ma nel caso di questo corteggiamento, troverà a un figlio un padre il mio talento”. Anche questa battuta di Tranio è una dichiarazione d’intenti: il servo, detta la parte, scatta, risale, s’appioppa seduto sul ponte che è in alto, al fondo di scena: da lì assisterà al gran teatro. 
A quest’illusione per la quale il talento può generare ad un figlio il proprio padre.
Al tempo di mastro Shakespeare; ieri sera a Galleria Toledo.

 

La bisbetica domata

da William Shakespeare
regia e drammaturgia Laura Angiulli
con Alessandra D’Elia, Giovanni Battaglia, Francesca Florio, Roberto Giordano, Stefano Jotti, Antonio Martella, Lorenzo Profita
ambientazione scenica Rosario Squillace
costumi Mauritz Slabbert
luci Cesare Accetta
musiche originali Rino Alfieri
collaboratore scenografo Renato Esposito
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Galleria Toledo, 20 novembre 2012
In scena dal 20 al 25 novembre 2012

 

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