"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Grazia Gala

Rock around the PAN, il palazzo rock di Napoli

Rock.
Rock. Una parola che è diventata davvero facile da pronunciare, a volte anche a sproposito.
Le prime volte in cui è stata pronunciata molti dei lettori non erano manco nati: erano gli anni '50 e un ragazzo biondino, un po’ stile Cicciobello, ondeggiava con i suoi completi e la sua banana cotonata. Era la nascita del King, del re del rock: Elvis the Pelvis.
Eppure col passare del tempo il termine rock, o meglio, la musica rock, è riuscita ad oltrepassare i confini del suono e della voce per arrivare a diventare qualcosa di molto più significativo e imperituro: iconografia, modus vivendi.

"300 – Rise of an Empire": volevo solo fare a pezzi (persiani) e un film

Tanti, troppi film da vedere nelle sale nell’ultimo periodo e poco tempo per farlo: Her, 12 Anni schiavo riproposto dopo la vittoria della statuetta alla scorsa edizione degli Oscar, tutta una sfilza di film italiani più o meno interessanti, eppure, la mia recondita voglia di sano trash e blockbuster, mi ha condotta verso altri lidi, anzi altri imperi è il caso di dire.

L’omofobia e la malattia: "Dallas Buyers Club"

“A volte mi sembra di lottare per una vita che non avrò tempo di vivere”

Texas, patria dei machi cowboy americani. Siamo tra il 1985 e il 1988 e la trama di Dallas Buyes Club è ispirata ad un storia vera: il rude Ron Woodroof (Matthew McConaughey) conduce una vita sregolata a base di alcool, droga e sesso; proprio a causa di un rapporto sessuale non protetto con una tossicodipendente contrae l'HIV e gli vengono dati trenta giorni di vita. La presa di coscienza del protagonista nel non avere realmente un domani a causa della contrazione del virus apre un calvario di medicinali poco testati e molto inefficaci, fino all'estrema soluzione di sconfinare in Messico alla ricerca di cure alternative.

Nebraska, la strada del perdono di Alexander Payne

Ci riprova a fare il botto a distanza di due anni dal suo ultimo lavoro, Paradiso Amaro, valsogli l’oscar come miglior sceneggiatura, il regista statunitense Alexander Payne e stavolta lo fa con un road movie in stile retrò, un viaggio fisico che compiono due personaggi, un padre anziano con il figlio, viaggio che diventa il pretesto per scoprire gli scheletri nascosti della loro famiglia.

Alceste, il misantropo in bicicletta di Philippe Le Guay

Amarezza. È questa la parola che avevo in mente dopo aver visto l’ultimo film del regista francese Philippe Le Guay, Molière in bicicletta, uscito nel dicembre scorso nelle sale italiane. Eppure l’essenza e l’atmosfera che si respirano in tutta la pellicola non sono sintetizzabili in un'unica parola, così come non è racchiudibile in un’unica parola il personaggio teatrale al quale si ispira il protagonista del film, il misantropo Alceste dell’omonima pièce teatrale di Molière.

... mi butto, tanto è morbido!

Tu che sei pieno come un tacchino nel giorno del ringraziamento.
Tu che hai gli struffoli della nonna e l’uvetta che ti escono dalle orecchie.
Tu, che hai già perso miriadi di monetine e cerchi invano un modo per barare a tombola, se stai leggendo questo articolo sei proprio nel posto giusto.
Lascia perdere i giochi da tavola e le rimpatriate tra parenti più o meno serpenti e fai fuoriuscire il Grinch che è in te e che sta scalpitando. Riesco a sentirlo persino io da qui!

È Funky-blues con i TheRivati

Nell’ultimo periodo sto entrando in contatto con molta musica dell’underground napoletano e la cosa mi sta entusiasmando non poco e voi, mie cari lettori, appassionati di musica o chi è qui “per caso”, dico: “Mi dispiace!” ma siete costretti a sorbire le mie impressioni di novembre su questo fermento napulegno.
Dopo i Foja, una band sulla cresta dell’onda anche grazie all’abbinamento della loro musica con il cartoon di Alessandro Rak, L’arte della felicità, nelle sale in questi giorni e reduce da critiche più che positive, la mia attenzione si è spostata su un altro gruppo, o meglio un duo, di simpaticissimi e bravi musicisti e cantanti originari di Nola, Marco Cassese e Paolo Maccaro: ecco a voi i TheRivati, ladies and gentlemen.

La Venere, chiacchierona, in pelliccia di Roman Polanski

... e Dio lo colpì e lo mise nelle mani di una donna

 

Nell’entrare nel cinema in quel pomeriggio tempestoso e uggioso mi sono sentita proprio la protagonista del film che da lì a poco sarei andata a vedere: una venere (la differenza tra me ed Emmanuelle Seigner è davvero minima, ci tengo a precisarlo!) bagnata dalla pioggia nei boulevard parigini, o nel mio caso sarebbe più corretto dire nei vicarielli napoletani, pronta per la sua audizione, in tal caso rimandata di qualche minuto, giusto il tempo della lettura di queste deliranti righe.

“Dimane torna ‘o sole”

A distanza di due anni dal loro primo disco Na storia nuova, pubblicato nel 2011, torna sulle scene musicali un gruppo partenopeo molto conosciuto e apprezzato dal pubblico, i Foja con un album dal titolo speranzoso e ottimista: Dimane torna ‘o sole.
Ma andiamo un po' indietro nel tempo: il progetto Foja nasce ufficialmente nel 2006 e per molti critici questo gruppo, sin dagli esordi, ha rappresentato la naturale continuazione di quel ciclo florido e indimenticabile che fu la musica degli anni Settanta. Un movimento musicale che fondeva blues, funk, jazz e melodia partenopea in un flusso di note ed emozioni nato dall’ascolto di musica americana e vecchio repertorio melodico napoletano: i vari Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Enzo Avitabile, Tony Esposito gettarono le basi di una vera e propria rivoluzione nel campo della musica italiana.

23 Ottobre 2013: "Ritorno al futuro parte II", il grande raduno al cinema

 

“Strade...? Dove andiamo noi non ci servono 'strade'!”

22 Dicembre 1989.
Ad oggi sono passati “solo” ventotto anni dall’uscita del secondo episodio di una trilogia cinematografica che ha scritto la storia della fantascienza. Molti ragazzi degli anni Ottanta saranno stati ben felici di ricevere come regalo di Natale la seconda opera di un regista americano di grande talento, Robert Zemeckis, sotto i loro alberi addobbati per la grande occasione. Non il Natale, no.
In quel Dicembre del 1989 usciva Back to the future Part II, Ritorno al futuro Parte Seconda.

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