“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Alessandro Toppi

Dell'Amleto di Iodice, del malessere di Napoli

Per Jan Kott mettere in scena l'Amleto, nella sua integrità, è impossibile. Non è tanto una questione di durata, sei ore circa, quanto d'ampiezza di significati – di vastità dell'opera. Capita perciò non solo che si debba tagliare, scorciare, eliminare scene o battute, luoghi o personaggi, ma – ancora di più – che un regista o un interprete debba accontentarsi di rappresentare, nel perimetro limitato di questo palcoscenico, “uno soltanto degli Amleti” contenuti nell'Amleto. Sia chiaro: sarà sempre e comunque più povero e modesto di quello shakespeariano – lo sbircio dato a un panorama troppo vasto per essere contenuto da un qualsiasi sguardo umano – ma può essere almeno, ci avverte Kott fiducioso, “un Amleto arricchito della nostra contemporaneità” e se ciò è possibile è perché si tratta di un testo che non puoi limitarti a rappresentare, aderendogli come il volto aderisce ad una maschera, ma t'impone una riflessione epidermica e della coscienza, una messa in gioco di te stesso fisica e morale, una partecipazione maggiore di quella imposta da qualsiasi altra drammaturgia che appartiene al grande canone del Teatro.

Un delirio pirandelliano

Il Camelot
“Non sono nato a Messina. La prima volta che ho sentito parlare dell'(ex) ospedale psichiatrico Mandalari è stato a causa dell'Opera dei pupi. Stavo aiutando Venerando Gargano, l'ultimo puparo della città, a registrare un cunto in cui ripercorreva il curriculum centenario della sua famiglia e venni a sapere che Rosario, suo padre, proprio nel periodo di massima indifferenza della città verso i suoi gloriosi paladini, fece laboratori ai pacci di Mandalari” – ai pazzi del Mandalari.

Dell'attore di Jouvet; dell'Elvira di Servillo

Per un elogio del disordine
Ogni pensiero, ogni frase, ogni parola, ogni lacerto teorico – ogni lezione – con Jouvet assume la dimensione concreta, artigianale ed umana, del teatro allestito in teatro. Qui, sul palco, tra quinte scure, con qualche piazzato o qualche faro verticale a fare luce, nell'aria l'eco del rumore di un passo – un tacco ha appena battuto sul legno – mentre sulle poltrone della platea giacciono le borse, i cappelli, le sciarpe e i cappotti degli attori.

Appunti su "Calcedonio"

Una coppia (Egisto e Cesarina) e un amico (Vitaliano) a distanza di alcuni anni dall'ultimo incontro si ritrovano a cena. Ospitalità, convivialità, genericità d'argomenti finché non viene pronunciato il nome di Calcedonio, che fu compagno di liceo, figura al tempo comico-mitica, tema (allora e, dunque, di nuovo adesso) di supposizioni, analisi, di pettegolezzi e di risate. Il ricordo porta alla ricostruzione memoriale, al rimando a ciò che fu e quindi a ciò che fummo e alla progressiva presa di coscienza degli inganni della giovinezza, alla comprensione che la vita è una pratica che disillude, che certe dichiarazioni di principio erano solo una menzogna, che le utopie (partitiche) e le speranze (personali) si sono seccate come le foglie di un albero in autunno. Una volta; vi ricordate; noi credevamo; quel giorno che; io avrei tanto voluto e non sono stato mai in grado di.

Metamorfosi. Di Perla, Roberto, Fortebraccio

Perla
“Cominciamo da dove si finisce”, per citare le note di regia di Latini a Buio Re.
“Il teatro, che era la vita vera, di fronte alla vita reale si disillude e così mi sono svegliata dal coma in cui mi aveva rinchiusa il teatro i cui meccanismi, ora, erano diventati automatici, non più sublimi. Negli ultimi spettacoli non riuscivo più ad abbandonarmi e così – durante Annabel Lee – ho detto: non è giusto che finga. E il cerchio si è chiuso”.

Peperoni pirandelliani

Insomma, lo volete fare anche voi, sì o no, questo
esperimento con me, una buona volta? Dico, di
penetrare lo scherzo spaventoso che sta sotto alla
pacifica naturalezza delle relazioni quotidiane, di
quelle che vi paiono le più consuete e normali, e
sotto la quieta apparenza della così detta realtà
delle cose.
(Luigi Pirandello, Uno nessuno e centomila)

 

Col naso che pende a destra
“Che fai?” chiede la moglie a Vitangelo Moscarda; “Niente, mi guardo qua, dentro il naso, in questa radice” –  risponde lui – “Premendo avverto un certo dolorino”. La moglie sorride poi passa oltre dicendo: “Credevo ti guardassi da che parte ti pende”. “Mi pende? A me? Il naso?”.

Sul "Miseria e nobiltà" di Cirillo

Del Miseria e nobiltà di Cirillo è stato detto già molto, in apparenza quasi tutto: dal recupero filologico della drammaturgia tardo-ottocentesca alla voluta dimenticanza del film del '54 firmato da Mattioli; dalla centralità assunta dal cibo – in termini elencatori e scenografici – alla disposizione etico/politico/sociale di Scarpetta nei confronti dei poveri e della povertà: sono stati già citati i “lu” (“lu ventaglio”, “lu sapunaro”, “lu ciuccio”) pronunciati dagli attori; è stato già citato il Benedetto Croce del 1937 e il paradosso costituito in concreto dalla miseria (non dovrebbe esistere ma, se non esistesse, molti di noi non avrebbero diritto all'esistenza); sono già stati citati da un lato certi strepiti da sceneggiata e, dall'altro, le questioni biografiche evocate da una trama che prevede il recupero della genitorialità, così rimandando al vincolo di paternità (taciuta, negata) tra Scarpetta e i De Filippo. Si è già detto della complessiva bravura degli interpreti, della necessità di preservare la tradizione innovandola, della policromia di arredi e costumi, di quanto sia stato suggestivo che lo spettacolo sia andato in scena nel teatro che fu sede/casa/palco della Scarpettiana voluta da Eduardo. E dunque: cosa aggiungere a un discorso già così ampio?
Inutile narrare la trama – nota da un secolo e propria dell'immaginario di tutti noi – provo a mettere giù qualche nota sperando così d'integrare l'analisi che si è svolta negli ultimi venti giorni.

La signora Frola, il signor Ponza e il coro

La signora Frola sostiene che la giovane donna che si affaccia ogni giorno dal ballatoio, calandole nel paniere un biglietto recante i fatti del giorno, si chiami Giulia e che si tratti di sua figlia. Sarà vero?
Il signor Ponza, invece, sostiene che la giovane donna si chiami Imma e che ogni giorno reciti per non turbare la povera vecchia: mia moglie – sua figlia, cioè Giulia – è morta da anni e lei n'è rimasta scossa tanto da non comprendere che quella che ora vede è – per me – la seconda moglie mentre – per lei – soltanto un'estranea. L'annebbia, insomma, la follia. Sarà vero?

Ivanov o del nichilismo

Ivanov è un Amleto?
L'Amleto di Shakespeare cammina a ciglie basse, come cercasse il padre nella polvere. Veste di nero, si muove senza costrutto da una stanza all'altra della fortezza e in lui “né l'uomo esteriore né l'interiore somigliano a ciò che era”. Qualcosa lo affligge. Amleto ha smesso di bere e di frequentare le taverne, non bada più alla musica, non tira più di scherma e dalla bocca gli escono solo paradossi, metafore illogiche, associazioni incomprensibili; Amleto legge tanto, Amleto legge troppo. Amleto osserva e annota su un taccuino e – qualche volta – scrive versi, poesie che sembrano aver perduto il loro senso: “Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che si muova il sole, dubita che la verità menta non poco...”. Di Amleto gli altri dicono sia melanconico, notturno, ormai ammalato, dicono che vederlo è uno spettacolo penoso: dicono sia pazzo; di sé invece Amleto afferma: “Negli ultimi tempi ho smarrito la mia allegria, ho trascurato ogni mia abitudine di svago ed esercizio e – in verità – è così depresso il mio umore che questa fabbrica” – cioè la Terra tutta – “mi sembra un promontorio sterile e questo splendido firmamento sospeso,” – ossia il cielo intero – “a me sembra nient'altro che un'immonda congregazione di vapori”. Questo castello è una prigione, Elsinore è una prigione, la Danimarca è una prigione.

Svenimenti o dell'importanza degli attori

Io, pagliaccio alla splendida ribalta,
affioro da una botola dischiusa.
È il baratro che guata fra le lampade,
avido ragno insaziabile.


(Aleksander Blok)

 

Svenimenti è innanzitutto un rito evocativo, una messa di richiamo, è una funzione commemorativa finalizzata a destare in palcoscenico i personaggi antichi e – con loro – lo spettro di chi li fece nascere. Così Elena Bucci avanza in proscenio, con indosso un abito nero che copre lo sgargiante vestito che le servirà per La domanda di matrimonio e recando in mano una mezza candela accesa: tizzone di cera, già smangiato dal tempo – smangiato dalle repliche di questo  spettacolo – la candela fa da luce pre-buio, oscurità dalla quale poi (ri)prenderanno vita – meglio: apparenza di vita – le creature dei vaudeville cechoviani.

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