“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Sabato, 11 Gennaio 2014 07:08

Alceste, il misantropo in bicicletta di Philippe Le Guay

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Amarezza. È questa la parola che avevo in mente dopo aver visto l’ultimo film del regista francese Philippe Le Guay, Molière in bicicletta, uscito nel dicembre scorso nelle sale italiane. Eppure l’essenza e l’atmosfera che si respirano in tutta la pellicola non sono sintetizzabili in un'unica parola, così come non è racchiudibile in un’unica parola il personaggio teatrale al quale si ispira il protagonista del film, il misantropo Alceste dell’omonima pièce teatrale di Molière.

È per questo che uno sguardo più approfondito e attento era d’obbligo perché non si può riassumere il film con il termine “amarezza”, né il misantropo di Molière è solo un uomo innamorato che odia il genere umano.
Il film inizia con un viaggio che Gauthier Valence (Lambert Wilson), celebre attore di fiction televisive, compie a l’Île de Ré, isola di soli trenta chilometri sulla costa atlantica della Francia, andando a rintracciare un suo vecchio amico, Serge Tanneur (Fabrice Luchini), ex attore con una passione smisurata per il teatro e per Molière, inattivo però da ormai tre anni e riluttante a tornare “in sella” in quel mondo che definisce volgare. Ciò che spinge Gauthier su quest’isola dimenticata da Dio, ma di un fascino unico, è una missione, una vocazione: l’attore vuole portare in scena Il misantropo di Molière e cerca di convincere il suo amico a partecipare proponendogli dapprima la parte dell’amico di Alceste, Filinte, e poi, raggiungendo un accordo, decidono di alternarsi i ruoli di Alceste e Filinte attraverso il classico lancio di una monetina da un euro.
Tra alti e bassi, tra incessanti prove e letture dell’opera teatrale, il rapporto tra i due finisce per fondersi con quello esistente tra Filinte e Alceste, così come il cinema riesce a fondersi col teatro: attraverso la recitazione e la messa in scena della pièce viene fuori quello che è il carattere chiuso, schivo, e spesso arrogante di Serge, perfetto nei panni del misantropo tanto da definirsi egli stesso “un orso” che odia l’umana natura, soprattutto il mondo delle luci e della ribalta, ipocrita e superficiale. La prigione che Serge si è costruito negli ultimi tre anni viene però messa a dura prova non solo dalla sua voglia di recitare, che con fatica ammette, ma anche dall’incontro con una donna, una bella italiana divorziata (Maya Sansa), il cui incontro sconvolgerà l’equilibrio tra i due amici, rimescolando testo e vita.
Ci sono almeno tre storie di quattro personaggi che si sovrappongono l’una sull’altra nel film: in primis la storia teatrale vera e propria. Il misantropo è un'opera che contiene dati biografici in quanto nasce nella solitudine e nella crisi delle pièce di Don Giovanni e de Il Tartufo, censurate e non esibite, e per la depressione e la malinconia di Molière per l'abbandono da parte della moglie. Molière è Alceste in scena ma anche nella vita reale ed è un’opera che rinuncia alla comicità dirompente della maggior parte delle altre commedie: in particolare il personaggio di Alceste proclama ad alta voce, fin dall'inizio della pièce, i propri rigidi principi, e il suo ideale di un'umanità nobilitata dalla virtù proprio come l’Alceste/Serge nel film di Le Guay.
Il secondo piano è quello che si interseca tra il protagonista del film Serge e Alceste: Serge è un estimatore e profondo conoscitore di Molière e del personaggio di Alceste tanto che alla fine è diventato proprio come lui, il personaggio ha assorbito la persona o ne ha fatto uscire la vera natura. Un uomo intransigente, che rifiuta l'ipocrisia ed esibisce una rigida rettitudine che si ripete “per principio”, allontanandosi dal mondo e dalle relazioni umane:

“La stima ha fondamento su qualche preferenza
E stimar tutti è come non stimare nessuno.
No, se ai vizi del tempo così vi abbandonate,
Del mio mondo, perbacco! non farete mai parte.
Io rifiuto di un cuore l'estrema compiacenza
Che al merito non pone differenze di sorta.
Voglio mi si distingua; e parliamoci chiaro,
Non fa per me chi ama tutto il genere umano”.

Queste le parole della prima scena dell’atto primo recitato quasi per intero all’interno del film. E come l'Alceste di Molière, Serge Tanneur si è congedato dalla mondanità andandosi a confinare su una piccola isola abitata da pochissime anime e concedendosi come lusso i suoi giri in bicicletta. Proprio come Alceste si innamora di una donna ma sarà proprio questa, forse, la sua rovina.
La terza sovrapposizione è quella tra Fabrice Luchini, Serge Tanneur e Alceste: il soggetto del film nasce infatti da un reale viaggio che il regista Philippe Le Guay fece a l'Île de Ré dove viveva Luchini per proporgli il suo precedente film Le donne del sesto piano. In quel momento l’attore ripeteva Il misantropo di Molière, opera che Luchini conosce a memoria. Fecero lunghe passeggiate in bici intorno all’isola mentre Fabrice declamava i versi e Le Guay ascoltava: stava nascendo Molière in bicicletta.
Philippe Le Guay rende omaggio al mondo del teatro e alla fragilità dei suoi protagonisti: sul divano o in sella alla bicicletta del titolo, Serge e Gauthier, due antagonisti nel misantropo ma anche nella vita, declamano versi e incarnano Alceste e Filinte, ognuno con i suoi piccoli fallimenti e falsità.
Un film incentrato sulla parola, sui versi, sugli scontri più o meno recitati tra i personaggi fino alla messa a nudo delle loro anime nel modo più crudo e amaro possibile in un finale funzionale che sembra rimettere le cose al loro posto nel rispetto della pièce di Molière durante il quale Serge, diventato Alceste a tutti gli effetti, riprenderà questi versi: "Se in mezzo ai vostri simili voi vivete da lupi, non passerò i miei giorni, manigoldi, fra voi”.
Un film nel quale i titoli di testa risultano quasi superflui tanto è forte il marchio francese nel soggetto, nelle ambientazioni e nella recitazione. Un’opera molto francese che ha però un tocco di Italia, non solo grazie all’attrice Maya Sansa, ma anche per l’inserimento all’interno dalla colonna sonora del capolavoro di Jimmy Fontana Il mondo: “la notte insegue sempre il giorno, e il giorno verrà...”.
Una nota di ottimismo per un film che non è solo un film amaro sull’ipocrisia, la disillusione ma è la storia di una distanza, di quei trenta chilometri di quell’isola che svolgono un ruolo portante nel film, e che rappresentano una ben più lunga distanza tra due amici che si ritrovano, si perdono ma che avrebbero ancora bisogno l’uno dell’altro ma troppo orgogliosi per ammetterlo.  

 

 

 

Molière in bicicletta (Alceste à byciclette)
regia Philippe Le Guay
con Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa, Annie Mercier, Laurie Bourdesoules, Camille Japy
sceneggiatura Philippe Le Guay, Fabrice Lucchini
produzione Teodora Film
paese Francia
lingua originale francese
colore a colori
anno 2013
durata 104 min.

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