“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Venerdì, 29 Novembre 2013 01:00

The invention of lying o delle False Verità

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In un ipotetico futuro (all’incirca nel 6000) l’umanità intera vive incapace di dire il falso. Ogni singolo individuo pronuncia ciò che gli viene spontaneamente in testa. Lo stesso fanno le grandi multinazionali che, in pragmatiche pubblicità, evidenziano le controindicazioni dei propri prodotti invitando il pubblico ad acquistarli solo perché essenzialmente devono pur vendere qualcosa. La politica è inesistente, non ce n’è bisogno vista l’impossibilità di immaginare ideali che contraddicano un sistema che si basa sulla semplice evidenza dell’apparire fisico-economico. Stesso discorso, ovviamente, per le religioni.

In questo contesto viviamo la storia di Mark, sceneggiatore di una nota casa cinematografica. Per sceneggiatura si intende la ricostruzione sintetica di un determinato periodo storico del passato (non avendo la facoltà di mentire non c’è nemmeno la possibilità di inventare una realtà fantasiosa, il Cinema del resto è, di per sé, un’alterazione della realtà, una menzogna, gli attori devono infatti interpretare quello che solitamente non sono, quindi i film sono solo compendi storici narrati da un uomo seduto in poltrona). Un giorno Mark viene licenziato. L’affitto di casa incombe e va in banca per prelevare i soldi, ma è quasi al verde. I computer della banca sono momentaneamente fuori uso ed ecco che accade un fatto che cambierà la storia di questo strano mondo: qualcosa nel cervello di Mark comincia a vibrare, un evento che lo spinge a formulare la prima bugia della sua vita. Il nostro Mark afferma di dover prelevare 800 dollari (molti di più di quanto il suo conto abbia), ma subito dopo i computer tornano a funzionare. La cassiera dà uno sguardo al suo conto e nota che la somma richiesta dal cliente non è coperta.
Il povero Mark sembra  pronto a confessare la sua insolita bugia, ma la cassiera, sorridente, dice che evidentemente il computer deve essere guasto e gli versa i soldi richiesti (è impossibile che un uomo dica il falso, è più probabile che una macchina sbagli). Mark, stupito di quanto è appena riuscito a fare, inizia a sperimentare nuove bugie e si accorge che è in grado di diventare famoso.
Scrive una sceneggiatura fantastica, un’accozzaglia di fatti improponibili e la spaccia (ovviamente) per un evento storico accaduto nel 1300. Riesce così a trasformarsi in uno scrittore di successo, ma un episodio cambia radicalmente le sorti dell’intero pianeta. Un giorno sua madre ha un infarto e le restano pochi istanti di vita (così ha comunicato il dottore schiettamente come al solito).
Disperata, la donna cerca conforto nel figlio, ma la paura di svanire nel nulla con la morte è insostenibile. Ecco che Mark inventa l’ennesima bugia: una vita felice dopo la morte. Infermieri e dottori ascoltano il racconto di Mark e rimangono sbigottiti: “Come sa queste cose?” – “La prego continui”. La notizia fa il giro della città, poi dello stato e del mondo intero. Gruppi in pellegrinaggio assediano la villa dello scrittore e le televisioni di mezzo mondo preparano la diretta del suo intervento. Alla fine Mark accetta di parlare. Inventa una serie di “sciocchezze” che riecheggiano le varie confessioni religiose. “C’è un uomo che vive nel cielo e decide le nostre esistenze – Dopo la morte avremo una felice vita eterna – Per conquistarla bisogna comportarsi bene, e si possono fare solo tre cattive azioni, come nel baseball, altrimenti niente vita felice dopo la morte”.
L’epilogo è prevedibile, Mark diventa un uomo potentissimo (“colui che parla con l’uomo che vive nel cielo”) e può controllare qualsiasi scelta perché gli basta mentire per influenzare qualcuno. Ma Mark è innamorato. Da sempre il suo cuore batte per una ragazza bellissima e dolce, che però non ricambia il suo amore perché non attratta fisicamente da lui. Con lei non mente e spera che un giorno o l’altro lo scelga come compagno. Alla fine la donna sembra riconoscere in Mark grandi qualità: intelligenza, gentilezza, bontà, simpatia. Rimane il fatto che il povero Mark non è bellissimo. “Dimmi cosa devo fare. Cosa vuole che faccia l’uomo che vive nel cielo?” chiede la ragazza ingenuamente. Alla fine Mark confessa: “Non c’è nessun uomo che vive nel cielo”. L’uomo ammette di aver inventato tutto ma giura di non aver mai mentito con lei. La donna, incredula (ancora non capisce come sia possibile che qualcuno affermi deliberatamente una cosa non vera) accetta di sposarlo… e vissero felici e contenti.
Ci perdonerete il facile luogo comune nella conclusione, ma il film è sotto tutti gli aspetti una favola. Divertente ed intelligente, con gags spiritose ed allo stesso tempo argute, come quella della Nasa che manda le sonde nello spazio per scovare questo fantomatico uomo che vive nel cielo. Sta di fatto che, al di là della leggerezza della pellicola (una canonica commedia americana, che però non ha quel ritmo vertiginoso al quale ci hanno abituato le commedie più commerciali, ma si concede invece una narrazione più pacata e lenta, facendo immergere lo spettatore in una atmosfera a tratti malinconica), l’allegoria dell’umanità onesta è estremamente riuscita. In realtà il film tocca molte corde, tante che è difficile riassumerle in questo breve scritto. Innanzitutto la genialità della menzogna, l’estro e la fantasia sono prerogative di una visione altra della realtà (nessun animale oltre l’uomo a quanto pare è in grado di mentire).
Le prime bugie di Mark sono tutto sommato anche opere buone, ad esempio aiuta un senzatetto, fa riappacificare una coppia che litiga continuamente, fa sorridere gli anziani di una casa di riposo dove è ricoverata anche sua madre. Ma tale genialità ha anche un rovescio della medaglia. La sua bugia assume proporzioni cosmiche nel momento in cui tocca ambiti che possono riguardare tutti. Ci riferiamo alla creazione di un mondo ultraterreno, una religione (in una delle ultime scene del film vediamo che una chiesa ha, alle spalle dell’altare, una gigantografia di Mark).
Questa prospettiva rischia di paralizzare l’evolversi degli eventi (un amico gli confessa che sta solo aspettando la morte, visto che c’è una splendida vita felice dall’altra parte) ed è la prima causa a suggerire al nostro protagonista di fermare le sue bugie. Sostanzialmente il film non offre una morale (e ci è sembrato interessante anche per questo), si accontenta di tracciare vagamente una sorta di compromesso tra l’uomo macchina che risponde istintivamente abbandonando ogni diplomazia e l’uomo libero che calcola consapevolmente ogni sua azione e affermazione. Ciò che più ci sembra evidente però è l’estrema tranquillità di ogni scena (fatta eccezione per la gag col poliziotto cocainomane interpretato da uno scoppiettante Edward Norton), un film che sembra suggerirci proprio questo, la totale mancanza di ira, di odio sia dei personaggi che dei cineasti che lo hanno girato. Un prodotto che fa sorridere e serenamente pensare che in fin dei conti una piccola bugia non può far male, l’importante è prenderla con il sorriso sulle labbra prima che sfoci in una menzogna planetaria.

 

 

 

 

 

Retrovisioni
Il primo dei bugiardi (The inveniton of lying)
regia
Ricky Gervais, Matthew Robinson
con Ricky Gervais, Jennifer Garner, Rob Lowe, Louis C.K., Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Edward Norton
sceneggiatura Ricky Gervais, Matthew Robinson
produzione Warner Bros, Univeral Pictures
paese USA
lingua inglese
colore a colori
anno 2009
durata 99 min.

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