“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 08 Ottobre 2013 02:00

Martin Scorsese 02: Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno

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“I film di Martin Scorsese sono primitivi, originali e stilizzati. Mi confortano nella mia convinzione che l'arte derivi dalla vita. È stato detto che la tecnica fa di Scorsese un mago. Ma io penso che prima di tutto lui sia un poeta della giungla urbana, un poeta pieno di compassione. Un maestro che dirige un'opera in cui l'orchestra non è altro che la stessa città di Brooklyn”.
Non esistono altre parole, se non quelle summenzionate dal regista e filosofo cinese John Woo, per descrivere all’essenza pura, l’arte, il genio di Martin Scorsese.

Poeta della giungla urbana, il regista per antonomasia (forse, solo dopo Spielberg) ha sempre creduto che esistano solo due vie per condurre la vita: la via della violenza che conduce irrimediabilmente all’inferno, e la via della grazia, della redenzione che − più che condurti al paradiso − attenua e riduce i drammi di questo mondo. E se c’è un film che potremmo definire autobiografico non solo per i temi ma per lo stile di vita dei protagonisti, in eterna lotta tra bene e male, tra Dio e il sangue, questo é Mean Streets, sottotitolato in italiano – quasi stranamente alla perfezione – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno.
Conosciuto relativamente poco, se non tra la nicchia dei cinefili incalliti, Mean Streets é la prima opera pseudo-commerciale di Scorsese. La tecnica, i colori e soprattutto i temi che erano presenti fin dal suo primo cortometraggio si sono evoluti ma non sono cambiati. Il tormento, sempre il solito tomento scorsesiano, offusca la mente dei protagonisti che corrono, si dimenano, si uccidono ma che non riescono a trovare la luce, quella della redenzione. Una redenzione che non c’è, o che se c’è é solo un’illusione. Se sei nato e cresciuto a Little Italy, morirai a Little Italy. E di sicuro non di vecchiaia.
La trama del film si struttura sulle vicende di Charlie Cappa (Harvey Keitel), un giovane malavitoso che cerca di “fare carriera” grazie anche e soprattutto all’aiuto di suo zio Giovanni. A mettere un po’ di caos nella sua vita è Johnny Boy (Robert de Niro), cugino della ragazza con cui Charlie si frequenta, nonché suo caro amico d’infanzia. Scapestrato, piantagrane e bugiardo cronico, Johnny Boy creerà una spirale di eventi negativi che trascineranno non solo lui, ma anche il suo amico, verso una fine decisamente drammatica.
Considerato come il film che lancia Scorsese nell’olimpo della cinematografia, la pellicola, girata con un budget di soli cinquecentomila dollari, ne incassa più del triplo, consacrando la filmografia del regista di Long Island convincente per i produttori ed avvincente per lo spettatore. Ma al di là della commercialità dell’epoca il film venne studiato e ben organizzato. Sceneggiato dallo stesso regista con l’aiuto di un antropologo, il film diviene bene presto uno dei migliori spaccati dell’ambiente siculo-americano. Autobiografico fino al midollo, Scorsese proietta i suoi tormenti e le sue ossessioni nel personaggio di Charlie che, ossessionato dalle scelte, finisce per bruciare pelle e carriera. Ovviamente non è andata così per Scorsese che, tra malavitoso e prete, come disse in un’intervista, preferì diventare regista, o meglio narratore, o meglio ancora storico dell’antropologia siculo-americana.
Per quanto riguarda la produzione bisogna dire che questo è il primo film interamente “progettato” da Scorsese resosi ormai indipendente dal produttore Corman. Deciso a dare ampio spazio alla tematica dell’ossessione, cosa che poi rifarà in Taxi Driver raggiungendo l’apoteosi e facendo scuola ai futuri trent’anni di cinema, Scorsese crea un prodotto nuovo, originale, stilizzato e realisticamente violento. Un film che vuole essere prima di tutto un documentario della vita di tutti i giorni a Little Italy, un manifesto dell’Italia americanizzata ma sempre e comunque radicata nelle sue tradizioni.
Il film non passò dunque inosservato, tanto che, amato sia dal pubblico che dai block notes della critica, fece vincere al giovanissimo ed ancora acerbo Robert De Niro il premio come “miglior attore non protagonista” della National Society of Film Critics. Tralasciando il premio di De Niro, Mean Streets è stato “ufficialmente” rivalutato solo nel ’97 quando la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti lo ha scelto per la conservazione presso la National Film Registry.
Degna di nota l’affermazione dell’illustre critico Roger Ebert che sul Chicago Sun-Times scrisse: “Mean Streets è il punto di origine di tutti i film moderni”. Più di recente anche James Gandolfini ha osannato il film affermando che per trovare l’ispirazione nell’interpretare l’immortale parte del boss ne I Soprano decise di vedere il film di Martin Scorsese quattro volte di fila.

 

 

 

 

 

Retrovisioni
Mean Streets − Domenica in chiesa, lunedì all'inferno (Mean Streets)
regia Martin Scorsese
con Hervey Keitel, Robert De Niro, David Proval, Amy Robinson, Richard Romanus, Cesare Danova, Robert Carradine, David Carradine
soggetto Martin Scorsese
sceneggiatura Martin Scorsese, Mardik Martin
fotografia Kent L. Wakeford
scenografia Dave Nichols
paese Stati Uniti
lingua originale inglese
colore a colori
anno 1973
durata 110 min.

 

  

 

 

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