“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 23 Settembre 2013 02:00

È stato il figlio o del Mito della Caverna

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Un uomo dall’aria stranita in un ufficio delle poste italiane racconta alle persone, come lui in attesa, le vicende accadute molti anni prima ad una famiglia disagiata dei quartieri popolari di Palermo. Assistiamo alle peripezie di Nicola e la sua famiglia, sempre in difficoltà nel combinare il pranzo con la cena. La svolta sembra arrivare quando Serenella, la figlia più piccola, muore colpita da una pallottola vagante destinata al cugino Masino, delinquente di quartiere.

La famiglia viene così informata della possibilità di un risarcimento economico destinato alle vittime di mafia. I soldi però tardano ad arrivare e Nicola si indebita con un usuraio del luogo. Quando poi finalmente la somma arriva, questi decide di utilizzarla quasi tutta per l’acquisto di una Mercedes che segnerà la definitiva rovina. Preferiamo, questa volta, non aggiungere altro, si tratta in effetti di un film con finale a sorpresa e il gusto provato nella visione dell’epilogo rappresenta un colpo di genio che il lettore deve avere il diritto di assaporare. Il film è bellissimo, esteticamente di gran classe. Trattasi del primo film di Daniele Ciprì senza il collega Maresco. Come in tutti i film precedenti, anche in questo caso ci troviamo davanti ad una Palermo (in realtà, per problemi burocratici, il film è stato girato in Puglia) post-atomica. Senza abbandonare del tutto il grottesco (i personaggi sono molto caricati e rasentano il ridicolo se non addirittura in certi casi il paradosso) l’opera presenta una linearità narrativa molto solida (va da sé l’idea del racconto nel racconto) con interpretazioni attoriali tutte di grande livello.
Il degrado a cui ci avevano abituati i due registi nelle opere precedenti rimane intatto. Ricordiamo ad esempio Totò che visse due volte (1998), opera dall’elevato valore figurativo, esteticamente raffinatissima nella rappresentazione del marcio e dello sporciume provinciale meridionale. Se, però, nel film del 1998 Palermo veniva sezionata nella spazzatura senza possibilità di uscirne, questa volta il solo Ciprì prova a dare ai suoi personaggi un desiderio di rivalsa sociale (la Mercedes), desiderio che però è destinato a fallire. Confrontando ancora le due opere possiamo sviluppare questo parallelismo: nel film precedente, emblema di una Palermo senza futuro (ne è metafora la scelta di far interpretare tutti i ruoli, anche quelli femminili, a uomini, a simboleggiare l’impossibilità di una procreazione e quindi di una sopravvivenza del popolo), i personaggi si muovono, o meglio, rimangono fermi intrappolati in una dimensione quasi onirica da incubo senza il minimo interesse a conoscere il mondo oltre quella loro grottesca caverna, nel nuovo lavoro di Ciprì, invece, i personaggi sono sì intrappolati nella stessa condizione di emarginati dei loro antenati filmici, ma conoscono il bel mondo, ne hanno quanto meno un’idea e cercano di imitarlo.
Ci troviamo quindi in una sorta di platonico tentativo di emulare la borghesia che conta, o per meglio dire, la società civile (la piccola Serenella che immagina auto lussuose e passeggeri ben vestiti passarle di fianco, l’usuraio che viene chiamato da Nicola “il banchiere”, l’idea che la Mercedes trasformi lo stato sociale della famiglia per il solo fatto di possederla, “sembreremo veramente ricchi” dice Nicola alla moglie). L’unico membro della famiglia a dare l’impressione di poter uscire da questo mondo illusorio è il figlio Tancredi, ragazzo sensibile e timido. In questo senso è interessante anche rilevare lo stravolgimento contenutistico operato dal regista: in un mondo (reale) in cui la televisione stravolge il senso delle cose, per contrappunto nel mondo-copia (cioè quello creato dai personaggi del film) la televisione rimane forse l’ultimo appiglio alla realtà, l’ultima possibilità di informarsi su ciò che avviene davvero nell’iperuranio.
Soprattutto in un mondo dove si ha anche difficoltà a leggere un semplice quotidiano, un mondo dove non si parla altro che il proprio dialetto, e non si ascolta che musica pseudo-neomelodica (in realtà il Nino D’Angelo degli ultimi tempi) proveniente da una città che ha tanto, troppo in comune con certe realtà palermitane. Vediamo infatti più volte durante il film il giovane Tancredi adoperarsi per trovare la giusta posizione dell’antenna portatile e cercare la frequenza adatta per la visione della tv, purtroppo con scarsi successi. In questo mondo (che poi non è realtà solo siciliana, o meridionale, o italiana, ma una realtà che può essere estesa a tutto il genere umano) tutto è contraffazione, plagio, se vogliamo usare un termine a tema, pirateria. Una realtà non fatta col copia e incolla, non clonata, ma surrogata. Le cause sono evidenti. Il divario tra i due mondi è insormontabile, il mondo dei ricchi e quello dei poveri precari disgraziati è in una forbice divaricata all’estremo, il rischio è che spezzare questa forbice significa separare definitivamente le due realtà. Questo sembra essere l’esito conclusivo dell’opera, la forbice si è spezzata e i due mondi sono praticamente l’uno il sogno/incubo dell’altro. Anche i personaggi 'alti' del racconto, ci riferiamo ad esempio all’avvocato che cura gli interessi della famiglia di Nicola e ad altre cariche statali presenti nel film, sono mezze figure, personaggi grotteschi e sporchi perché facenti parti di quello stesso mondo di poveracci che accomuna le vicende di questa triste e meschina famiglia palermitana.
Uscire da questa caverna è impossibile, senza dilungarci nella facile retorica possiamo concludere solo sentenziando che lasciarci nell’ignoranza è la soluzione più facile, meglio inventare una realtà comoda che affrontare la verità che qualcuno vuole mostrarci. Anzi, meglio accusare questo stesso qualcuno ed incolparlo di ogni cattiveria, e continuare a vivere come se il sogno fosse realtà. E quel finale che non vi sveliamo lo denuncia forte e chiaro.

 

Retrovisioni
È stato il figlio
regia
Daniele Ciprì
con Toni Servillo, Giselda Volodi, Fabrizio Falco, Piero Misuraca, Aurora Quattrocchi
produzione Alessandra Acciai, Giorgio Magliulo, Francesco Tatò
sceneggiatura Daniele Ciprì, Massimo Gaudioso
paese Italia, Francia
lingua Italiano (dialetto palermitano)
colore a colori
anno 2012
durata 90 min.

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