"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 01 Settembre 2013 02:00

Begotten o della trasformazione del Tutto

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Dio è morto. Si è appena suicidato disseminando viscere sul pavimento e imbrattando le pareti di sangue. Dal suo stesso corpo viene in essere “madre natura”, che inizia a masturbare il cadavere già in putrefazione del Dio. Si sparge sul delicato ventre lo sperma che ne fuoriesce, poi lo introduce all’interno della sua folta cavità pubica. Dall’atto sessuale nasce il “figlio della terra”. Il nuovo essere è cagionevole ed indifeso, e dimenandosi convulsamente mostra i segni della sua purezza. Ma il mondo e la materia sono dietro l’angolo, pronti a modo loro ad accoglierlo. L’impatto è violento. Gli esseri del “teatro della materia” rapiscono ed abusano del figlio e della madre. Li plasmano con strumenti arcaici e ne distruggono la forma, ma non la sostanza. L’annientamento delle due figure primordiali (madre e figlio) fa da seme per la natura che germoglia in tutta la sua bellezza e potenza.

Abbiamo cercato di riassumere la trama del film che vi presentiamo oggi cercando di mantenere un linguaggio che ci consenta di rimanere in quell’atmosfera ermetica e surreale che contraddistingue l’opera. Avvertiamo il lettore che questo non è un film per tutti. Trattasi di una delle produzioni più enigmatiche e disturbanti della storia del cinema, vero e proprio manifesto del cinema weird. Un'opera fatta di sangue e sperma, il tutto mescolato in uno sporciume degradante e disordinato a cui fanno contrasto le improvvise immagini della bellezza della natura rappresentate da commoventi albe, tramonti e paesaggi bucolici. Molti critici ne hanno sottolineato la potenza espressionista dello stile, immagini che nel loro lerciume si palesano in una bellezza disarmante, un’opera estetica di enorme fascino (pare che per ottenere la particolare fotografia del film ci sia stata una lavorazione sulla pellicola di 10 ore per ogni singolo fotogramma), altri invece hanno espresso seri dubbi sulla capacità di sintesi del regista. In effetti l’insostenibilità dell’opera è dovuta anche all’eccessiva lunghezza di alcune sequenze, che però a nostro avviso servono a simboleggiare la prolissità del mondo in tutte le sue sfaccettature. Affascinante anche la colonna sonora, un insieme di suoni tipici della natura e di boati silenziosi che ricordano lo stile di Alan Splet, maestro degli effetti sonori del primo David Lynch. Le interpretazioni sul contenuto dell’opera vertono tutte o quasi sullo stesso tema ecologico che ne traspare ad una immediata visione: l’uomo (gli esseri del “teatro della materia”) che distrugge la natura per il proprio utile. È importante però evidenziare che i personaggi sono presentati solo nei titoli di coda, lasciando lo spettatore fino a quel momento assolutamente disorientato. Riteniamo che tale disorientamento sia una delle chiavi di lettura dell’opera. La nostra comprensione che scaturisce dai titoli che ci dicono che quell’uomo sulla sedia che si è squartato il ventre era Dio, fa sì che tutto si compia, così come i germogli dei semi iniziano a fiorire dopo che madre natura e il figlio della terra sono stati annientati. Questo nuovo modus interpretativo, fatto di sequenze putrefatte e violenza gratuita, trova quindi compimento e ragione di essere e fornisce dell’opera un’interpretazione più intima ed alta. Se infatti possiamo definire la lettura ecologica come l’interpretazione essoterica dell’opera, possiamo altrettanto dire che essa presenta anche una visuale esoterica, potremmo forse azzardare per pochi adepti (quelli che hanno la pazienza e lo stomaco di arrivare ai titoli di coda). Ne scaturisce un insieme cosmologico ed escatologico di non poco interesse.
Prima il Dio che si mortifica nella carne fino al suicidio (un Dio in questo senso molto cristiano) generando ("begotten") e liberando in questo modo la sua parte femminile dall’oppressione del maschio, poi il femmineo che ne scaturisce, o per usare un termine che l’ebraismo ha coniato, la "Shekhinah" si presenta al mondo (è in mezzo a noi, si manifesta) e domina incontrastata le leggi della fisica. Madre natura ricorda che nulla si crea e nulla si distrugge e nell’atto sessuale col cadavere di Dio dimostra che ha ancora bisogno di quell’essere metafisico (colui che ha in sé tutte le cose, passate presenti e future) che giace sulla sedia per dare il là alla creazione (ma è più corretto dire trasformazione). Il figlio della terra rappresenterebbe quindi non proprio un’umanità primordiale, per usare ancora il linguaggio ebraico, non l’Adam Qadmon, bensì un prototipo universale ed eterno, un’Idea oltre lo spazio ed il tempo eppure immanente a spazio e tempo. La materia infatti è già presente, gli uomini chiamati teatranti della materia sono già vivi nel mondo e saranno, come abbiamo visto, proprio loro a uccidere (ma anche qui è più corretto dire trasformare) madre e figlio. A ben vedere dunque l’intera opera sintetizza in maniera estremamente organica (nel senso che tutto il film è fatto di organi e sangue e cellule che fuoriescono dallo schermo e nello schermo) ed unitaria il rapporto tra trascendenza e immanenza, divino e materia. Le due controparti sono tutt’uno come nella ben rotonda sfera parmenidea. Da una parte gli esseri trascendenti fatti di carne, dall’altra la materia che li violenta, una diade che si mescola e si confonde svelando il segreto dei fenomeni della natura, come nascita e morte, termini artigianali per esprimere il misterioso concetto della eterna trasformazione dell’essere generato e non creato. Un film di una bellezza estetica sconvolgente, potente ed enigmatico nei contenuti che si dividono senza scindersi del tutto e fondendosi in uno specchio di materia e pensiero di grande impatto, sintetizzati nella frase di apertura del film, una frase che racchiude il trascendente e misterioso senso del tutto imprigionandolo nella carne dell’esistenza: “come una fiamma che brucia l’oscurità, la vita è carne su ossa che si agitano sulla terra”.

 

 

Retrovisioni
Begotten
regia
E. Elias Merhige
con Brian Salzberg, Donna Dempsey, Stephen Charles Barry
produzione E. Elias Merhige
sceneggiatura E. Elias Merhige
paese Usa
lingua Muto
colore b/n
anno 1991
durata 78 min.

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