"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 31 Maggio 2013 02:00

Barton Fink - Lo scrittore che sfidò Hollywood

Scritto da 

Che Joel e Ethan Coen vadano pazzi per i biopic – talvolta modificati, storpiati, corretti, edulcorati, estremizzati, radicalizzati, deformati – lo sappiamo. Uno di questi è Barton Fink che noi conosciamo con il titolo italiano Barton Fink – È successo a Hollywood.

Prima di analizzare il film, urge qualche chiarimento sul regista, o meglio, sui registi. Infatti, sebbene sia sempre Joel ad essere accreditato come regista, non dobbiamo mai dimenticare che dietro ogni lavoro c’è sempre la mano di entrambi.
Come spesso accade nell’opera dei Coen, il film possiede una sua potenza narrativa rafforzata dalle storie che si intrecciano: storie semplici e lineari che, talvolta, prendono pieghe che solo Dio e la mano dei due registi, per l’appunto, saprebbero risolvere. Geniali per taluni, pretenziosi e no sense per altri, di fatto i due sono tutt’oggi icone del cinema americano.
Partiamo dall’esistenzialismo: forse è proprio questo il termine chiave per decriptare l’essenza della cinematografia dei Coen. Nichilismo, pessimismo, passioni viscerali, annullamento della ragion d’esserci, teorie russelliane, tematiche queste che per molti (davvero molti), esclusa l’amata/odiata critica, potrebbero risultare di difficile comprensione e decisamente inadatte alla settima arte. Mi correggo: decisamente inadatte ‘oggi’.
Dunque come conciliare pubblico e critica? La risposta è semplice: il “tocco”. È dai tempi di Blood Simple che i Coen non fanno altro che sfornare opere intrise di quel qualcosa di così indescrivibile eppure di così materiale, edonista, tangibile, da rendere le pellicole uniche nel loro genere: è il loro personale tocco, appunto, un qualcosa che affonda le radici nella vera essenza del genere umano, costituita di ambivalenze, orrore, ma anche di bellezza.
Questi sono i Coen, questo è il loro cinema.
Ma torniamo ora a parlare di Fink, Barton Fink: scrittore, drammaturgo per la precisione, pessimo taglio di capelli, miope e con una dannata essenza da tenero poeta maledetto. Dopo aver ottenuto un notevole successo in teatro, Barton Fink è invitato a lavorare per il cinema. Restio all’inizio, perché consapevole di mettere a dura prova la sua verve artistica, alla fine accetta. Ad aspettarlo a Hollywood c’è una topaia di albergo, l’Earle, i cui tre esseri viventi che lo popolano sono il portinaio Chet, l’ambiguo anziano addetto all’ascensore e Charlie Meadows, un simpatico e goffo ‘panzone’ che abita proprio la stanza accanto a quella del nostro protagonista. Nonostante voci e rumori strani, pareti che si sciolgono e zanzare inesistenti, Barton riesce a trovare il suo equilibrio.
Ma lo status quo non dura a lungo; a un certo punto sopraggiunge la cosa più odiosa per uno scrittore: il blocco. Poi però accade che più i personaggi che incontra diventano ambigui, più le situazioni si fanno misteriose, e più il nostro eroe riesce a trovare l’ispirazione perduta. L’incontro con lo scrittore alcolizzato W. P. Mayhew (figura ispirata a quella del romanziere premio Nobel William Faulkner) e con la sua dolce segretaria risulta determinante. Proprio di quest’ultima Barton si innamora al punto di chiederle aiuto per la composizione di un soggetto cinematografico sul wrestling che il direttore della casa di produzione attende con ansia. Tuttavia la notte passata con Audrey sarà l’inizio di un’escalation di avvenimenti e misteri, talvolta rimasti irrisolti, destinati a cambiare per sempre la vita di Barton. Il resto è storia, una storia che va vista, assolutamente.
È difficile trovare un lungometraggio emblema, un masterpiece per così dire, nell’intera filmografia coeniana. Ogni pellicola – tralasciando Ladykillers e Prima ti sposo e poi ti rovino – è un capolavoro. Barton Fink è uno di questi. Colonna sonora, ambientazioni, scenografie, luci, montaggio: tutto materiale tecnico di ottimo livello che converge in un’opera in cui perderci, sulla quale indagare. Non sempre troviamo risposte, forse perché non ci sono, o forse ancora perché sono così nascoste da risultare invisibili se non ad una élite di cineasti incalliti. Fatto sta che, come in un film di Hitchcock, la nostra suspense arriva alle stelle dal primo all’ultimo fotogramma. La morale qui sembra nascosta, o perlomeno ovattata.
Ma parliamo del cast. Immensa l’interpretazione di John Turturro, nei panni dell’ormai memorabile Fink. Al solito notevole l’interpretazione di John Goodman, nei panni dell’ambiguo e misterioso vicino di porta di Barton. Simpatiche e particolari le restanti interpretazioni di Davis, Lerner, Mahoney e dell’irriverente Jon Polito.
Aneddoto che merita di essere menzionato è quello riguardante il nome di Charlie Meadows. In realtà, come è facilmente deducibile, il vero nome del personaggio interpretato da John Goodman è Karl Mundt.
Per chi non fosse un cultore della storia americana, Mundt fu un membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti; in seguito divenne vicepresidente del “Comitato per le attività antiamericane”, lo stesso Comitato che intorno agli anni Quaranta del Novecento (in pieno regime di maccartismo) stroncò la carriera di molti attori, registi e sceneggiatori, accusati di essere simpatizzanti socialisti.
Tornando ai fini del nostro discorso, la vicenda comincia a diventare bollente quando proprio il personaggio interpretato da Goodman pronuncia, prima di uccidere un detective, l’ormai (purtroppo) celebre saluto nazista: Heil Hitler.

 

 

Retrovisioni
Barton Fink − È successo a Hollywood (Barton Fink)
regia Joel Coen
con John Turturro, John Goodman, Judy Davis, Michael Lerner, John Mahoney, Tony Shalhoub, Jon Polito, Steve Buscemi, David Warrilow, Richard Portnow, Christopher Murney
soggetto e sceneggiatura Joel Coen, Ethan Coen
fotografia Roger Deakins
musiche Carte Burwell
colore a colori
paese USA
anno 1991
lingua originale inglese
durata 116'

Lascia un commento

Sostieni


Facebook