“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 30 Novembre 2021 00:00

Dell’infinita pienezza di Bach

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Essendo affatto di parte, lo scritto che segue non ha alcuna pretesa informativa. Chi abbia a intento la ricerca di notizie vere può interromperne la lettura. Chi sia, invece, naturalmente incline all’innamoramento non corrisposto e a un persistente senso di inferiorità, può proseguire.

“Se c’è qualcuno che deve tutto a Bach, questi è proprio Dio”: così scrisse un pensatore pessimista del secolo scorso del quale, tranne il pessimismo, condivido tutto. Con quelle parole andrebbe a parere mio presentato il Compositore a chi non lo conosca: non perché sia stato scrittore di classica – poiché tanti altri ve ne sono stati – ma perché, se è vero che nulla diluisce l’idea della morte meglio del Requiem di Kozlovskij e non vi è maggiore possibilità di farsi un’idea della santità se non ascoltando la Liturgia di San Giovanni Crisostomo di Tchaikovskij, io credo che lo strappo sensoriale e la successiva astrazione spirituale che alcune opere di Bach provocano sono impossibili da ritrovare su altri pentagrammi. Nei secoli dei secoli.
Intendiamoci: chi scrive non ascolta solo musica del Settecento. Anzi, porgerebbe due guance per soffiare qualcosa che vagamente somigli a Spiritual di Coltrane, darebbe una falange per produrre note che lontanamente si avvicinino a Cleopatra’s Dream di Powell e scommetterebbe tutte le unghie per riuscire a imitare Little Wing come la suonava Stevie Ray Vaughan. Ma cosa farebbe per saper fare salire al cielo un centesimo del materiale sonoro che il Maestro di cappella alla corte di Sassonia compose!
Che non sarei stato imparziale l’avevo dichiarato all’inizio, ma invoco un’attenuante: data la miseria dei tempi che vivo, ho deciso di ascoltare, una dietro l’altra, tutte le opere del tedesco. E ho appena terminato. Sessioni prostranti e mistiche come un viaggio in un altro mondo, nel quale ho sentito tutto, da Wie schön leuchtet der Morgenstern al Clavier-Büchlein für Anna Magdalena (appunto) e vi ho trovato quello che cercavo: la rabbia e la pazienza, la potenza e la pietà, lo slancio e la riflessione, Dio e Satana, la donna e l’uomo, il vecchio e il bambino, il pazzo e il savio. Il vivo e il morto. Il fragore e il silenzio. Il coro e l’assolo. Il basso e l’acuto. Un lavoro non richiesto, una maratona senza medaglie, la mia, nella quale però hanno fatto irruzione indimenticabili momenti di esaltazione. Per esempio, quando, come lampi, hanno attaccato gli archi e i fiati della cantata 62 (Nun komm, der Heiden Heiland) o ha iniziato a vibrare il coro ultraterreno della Herr Jesu Christ, du höchstes Gut (n. 113) o si sono levate le voci che accompagnano la Erhalt uns, Herr, bei deinem Wort (126).
Appreso che l’ultima opera del catalogo riporta il nome di Anna Magdalena, seconda moglie di Bach, ho trovato il film e ora di questo vi parlo. Non pensiate di divertirvi troppo, né con me, né col film, dato che la pellicola oscilla matematicamente fra il racconto e la musica, imbevendo il primo nella seconda a intervalli quasi regolari. Né aspettatevi di capire tutto dell’uomo, visto che, in un’ora e mezzo, sono raccontati quasi trent’anni di vita, dal 1721 (anno del matrimonio con Anna Magdalena Wülken), al 1750 (anno della morte di Bach). Se la colonna sonora manca di alcuni dei pezzi bachiani a mio parere più toccanti – ma forse fu un atto di coraggio da riconoscere ai registi – il racconto ci è necessario per svincolare da quelle altissime composizioni la vita di un uomo che fu anche una vita ordinaria, fatta di umani bisogni.
Il testo recitato, tratto dalla corrispondenza originale e da altri scritti del compositore, oltre che dal necrologio redatto da uno dei suoi figli, ci consola. Poiché vi apprendiamo che Bach riteneva di vivere fra “vessazioni, invidie e persecuzioni quasi costanti, tant’è che dovrò cercare la mia fortuna altrove”, si lamentava del costo della vita, discuteva del suo stipendio e chiedeva raccomandazioni, mentre gli nascevano e morivano figli come fossero pulcini nell’aia. Ma vi è dello straordinario, in quella vita ordinaria. Anna Magdalena ci ricorda infatti che quell’uomo fece un viaggio di quattrocento chilometri, a piedi, per osservare dal vivo la tecnica di un famoso organista di cui voleva apprendere i segreti. Nel film, soprattutto, c’è la sua musica che, anzi, assume un ruolo centrale, tant’è che molte scene (le più lunghe) sono costituite semplicemente dalla ripresa, a macchina ferma, senza parlato e con presa diretta del sonoro, di alcune esecuzioni su strumenti d’epoca. Nonostante la delusione che un film talmente atipico può riservare a chi si aspetta costruzioni teatrali all’altezza del fasto musicale, dopo le prime scene ci si abitua e, per contrasto, godiamo della musica barocca grazie a uno stile cinematografico che è la negazione del barocco. Quando risuonano le sue note, tutto si spoglia e si sfoglia. Si smarrisce e si chiarisce. E noi galleggiamo a occhi chiusi, raggiungendo subito il nostro punto di fusione. Non c’è vana decorazione, ma solo essenza. Un uomo, una vita e una musica. Un prezioso asintoto verso l’infinito, per chi vuole uscire a farsi un giro fuori dalla vanità del cinema contemporaneo.
D’altra parte, sarebbe plausibile anche l’opinione di chi osservasse che ciò che si vede è il contrario di ciò che si ode. In un bianco e nero molto contrastato, l’organista Bach suona su un clavicembalo che sembra un giocattolo per bambini, che trema quando i tasti vengono premuti con energia. Invece, la musica si presterebbe ad accompagnare corse nei prati, luci radenti del tramonto, rapide di fiumi, vertigini di bellezza, la bellezza delle cose, della natura, perché l’uomo è quasi superfluo, l’essere umano essendo una presenza sovrabbondante, al cospetto di quelle note. E invece, si vedono solo uomini che suonano e una donna nascosta che pensa, con una faccia triste che non vi dico. Ma è sua la voce narrante, che racconta fuori campo, con una cadenza fra il frettoloso, l’annoiato e l’obbligato. Ella, assieme ai parrucconi argentei e gli abiti d’epoca, ai costumi e agli ambienti ben ricostruiti, fanno sembrare tutto così vecchio, così passato, così un monumento funebre, laddove la musica di Bach è invece assolutamente vita ed è assolutamente viva – e, laddove fosse morte, non è morte noiosa, bensì gloriosa, quasi sognata – ed è sempre adesso. Ma lo straniamento (che vi investe anche grazie alle inquadrature diagonali, che vi fanno sentire uno che origlia, piuttosto che un invitato ai concerti) si deve accompagnare alla bellezza, sennò sarebbe tutto troppo facile, tutto troppo Hollywood.
Forse l’avevate capito subito, che questo non è un foglio di appunti sul film, ma una lettera di ringraziamenti lanciata all’indietro nel tempo. Spedita a chi non può più leggerla, poiché sepolto nella Thomaskirche di Lipsia. E un invito ad ascoltare l’autore a cui il film è ispirato. Che è ispirato. E che ispira. Vorrei farvi sentire qualcosa, ma cosa scegliere? È tutto grandioso. È tutto completo. Tutto riempie, non lascia spazi e vuoti e buchi e nostalgie. Forse perché è barocco e il barocco è come il vino: ubriaca. E, in questo momento, è come se io fossi al settimo bicchiere.





Retrovisioni
Cronaca di Anna Magdalena Bach
regia, soggetto e sceneggiatura
Jean-Marie Straub, Daniéle Huillet
con Gustav Leonhardt, Christiane Lang, Paolo Carlini, Ernst Castelli, Hans-Peter Boye, Joachim Wolff, Eckart Bruntjen, Walter Peters, Kathrien Leonhard, Anja Fahrmann, Katja Drewanz, Bob van Asperen, Andrea Pangritz, Christa Degler, Bernd Weikl, Hellmuth Costard, Nikolaus Harnoncourt
fotografia Ugo Piccone
montaggio Jean-Marie Straub, Daniéle Huillet
musiche Johann Sebastian Bach, Leo Leonius
scenografia Daniéle Huillet
costumi Vera Poggioni
casa di produzione Franz Seitz Filmproduktion, Hessischer Rundfunk, IDI Cinematografica, Kuratorium Junger Deutscher Film, RAI - Radiotelevisione italiana, Straub-Huillet, Telepool
paese Germania Ovest, Italia
lingua originale tedesco
colore bianco e nero
anno 1967
durata 94 min.

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