“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Giovedì, 25 Novembre 2021 00:00

Uno sguardo libero sull’immaginario horror italiano

Scritto da 

Il recente volume uscito per Odoya, Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni, reca in copertina, grazie a una efficace grafica tipica dell’editore, una serie di parole in caratteri colorati, in stampatello, che sembrano quasi sommergere il lettore: “Benandanti, cronaca nerissima, Etruschi, incubi rurali, il diavolo, Dino Buzzati, trionfi della morte, bambole, Tiziano Sclavi, Pupi Avati, fiabe sanguinose, lupi, orchi, culti innominabili, provincia segreta, masche, krampus”.

Il tutto, sormontato dal disegno di un diavolo intento a catturare due bambini. Cosa hanno in comune gli Etruschi con il diavolo o con Tiziano Sclavi o Pupi Avati? O, ancora, le fiabe sanguinose con i trionfi della morte o i lupi con la provincia segreta? Ebbene, si tratta di un vero e proprio patrimonio culturale che fa parte di un bagaglio di natura inequivocabilmente popolare, tutto tipicamente italiano. Orrore e immaginario entrano quindi in stretta connessione: la cronaca nerissima evoca perciò scenari di provincia, forse quegli stessi declinati in una dimensione dell’orrore e raccontati così bene da Pupi Avati con il suo cinema “gotico padano” o ancora, quelle leggende popolari che facevano paura ai bambini (e la predisposizione del lettore, di fronte a un’opera di questo tipo, lo fa assomigliare ai due bambini della copertina: spaventati ma anche quasi affascinati dal diabolico essere), magari nate da un sostrato pagano sopravvissuto appunto in campagne popolate da lupi e, chissà, forse anche da orchi.
Come scrive Fabio Camilletti nell’introduzione, “Almanacco popolare raccoglie dunque saggi, racconti e testimonianze senza alcuna pretesa di completezza, e anzi inseguendo – in piena coscienza lo spirito dei vecchi Almanacchi del Mistero ed Enciclopedie della Paura della Bonelli degli anni Ottanta”. I testi raccolti nel volume non perseguono perciò nessuna ambizione di completezza o di coerenza accademica. Sono bensì accomunati da un sottile fil rouge che non è intessuto di materia dotta ma di immaginario popolare. Ed è per questo che i saggisti e gli scrittori, chiamati a dare un volto a questo immaginario, lo hanno affrescato in modo così personale e suggestivo. Ciò che appartiene a una ininterrotta narrazione culturale di matrice popolare non appare rigidamente strutturato o ingabbiato in giudizi preconfezionati bensì è fluido, proteiforme, in continua mutazione, dominato da uno spirito antigerarchico. Ecco perché le ‘parole in libertà’ della copertina che rappresentano perfettamente il contenuto ‘libero’ del libro e che, nei loro colori, quasi prendono vita, appaiono tutte connesse fra di loro: è il nostro immaginario comune a legarle insieme, sono i momenti vissuti, i film visti o i libri letti come, in un libero elenco di associazioni scrive lo stesso Camilletti. Sarebbe opportuno riportarlo per intero ma qui, per ragioni di spazio, sono costretto a estrapolare: “Le streghe di Luisa Muraro. I matti di Basaglia. La Bassavilla di Danilo Arona. I romanzi dell’orrore della Edilfumetto. L’epica, l’etica, l’etnica e il pathos. Splatter. I canti popolari più truci. La Roma labirintica di Giorgio Vigolo, Carlo Levi, Dario Argento, Daniele D’Anza. Gli Etruschi. La cronaca nera degli anni Novanta. I cimiteri della pianura padana intravisti dall’autostrada. Gli autogrill sotto Natale quando piove. Italo Calvino, ma solo in quella manciata di Fiabe italiane in cui irrompono sale da biliardo, aerei e grattacieli. Fellini che va a trovare i medium insieme a Dino Buzzati. Il piccolo popolo di Dario Spada. Angelo Branduardi, anche se a volte non si può sentire. Samarcanda. Il segno del comando, Ritratto di donna velata, Voci notturne. L’Almanacco del giorno dopo con quell’aria da carnevale bachtiniano. Il Seicento. Frate Indovino... ”.
All’interno di questo immaginario, la figura del “lupo cattivo” ha sicuramente una importanza rilevante. In questo senso, nel volume, il saggio di Fabio Giovannini intende indicare alcuni elementi che hanno fatto del lupo un vero e proprio protagonista dell’orrore popolare. Se nella realtà, dal Medioevo ai giorni nostri, il lupo ha rappresentato un vero e proprio ‘nemico’ dell’uomo da eliminare senza pietà, l’immaginario letterario e cinematografico non è stato da meno, dalla “lupa” simbolo di cupidigia che sbarra la strada a  Dante all’inizio dell’Inferno fino al lupo di Gubbio ammansito da San Francesco (il santo, quindi, è capace di rabbonire il nemico per eccellenza della società rurale medievale) e a quelli delle fiabe e dei racconti dell’orrore. Per arrivare ai vari licantropi che tanto cinema e tanta narrativa hanno raccontato: basti ricordare, in ambito italiano, Lycanthropus (1961) che Paolo Heusch − un anno prima di girare, insieme a Brunello Rondi, Una vita violenta, tratto dal romanzo di Pasolini – firma con lo pseudonimo di Richard Benson. Da notare, inoltre, che un vero e proprio antesignano del lupo mannaro lo incontriamo in una novella horror del Satyricon di Petronio narrata al banchetto di Trimalcione: un soldato che, di notte, appunto, si trasforma in un versipellis, un lupo mannaro.
Dopo un suggestivo excursus dedicato a Lovecraft e a un suo presunto passaggio nella campagna del Polesine (naturalmente un fake) attuato da Marco Malvestio, l’analisi dei saggi e dei racconti (nel volume incontriamo infatti sia saggi che racconti oppure, anche, racconti in forma di saggio ma anche saggi in forma di racconto) assume un impianto di carattere geografico. Si passa dal nord, dalla “terra delle montagne”, cioè il Trentino-Alto Adige, le cui leggende vengono indagate da Lorenzo Fabris con un riferimento alle belle raccolte di storie e leggende di quei luoghi realizzate da Brunamaria Dal Lago Veneri fino a Napoli e alla Sicilia. È Alessandra Macchia a parlarci del particolare rapporto dei napoletani con la morte e con l’adilà, fino al culto delle anime pezzentelle o capuzzelle (anime di poveri che non hanno ricevuto la debita sepoltura cristiana). Interessante, al riguardo, è venire a sapere che il presepe napoletano è pieno di figure come pastori e questuanti, poveri, ciechi e storpi “che hanno qualcosa in comune con le anime pezzentelle, ossia il fatto di chiedere, di elemosinare qualcosa dalle persone”. Tutte le statuine vengono inoltre costruite con le braccia aperte, proprio come erano rappresentate le anime del Purgatorio.
Il percorso geografico continua con due suggestivi sguardi su due città del Nord: da una parte Trieste, le cui “dimore del diavolo” sono passate in rassegna da Lisa Deiuri che attua anche una interessante storia della massoneria in città; dall’altra parte Torino, e allora è Franco Pezzini a srotolare un avvincente racconto, venato di spunti autobiografici, su “Torino magica e orrore popolare”, arricchito da una testimonianza (per certi aspetti davvero inquietante) di Marco Gobetti. Sotto la sapiente penna di Pezzini, Torino si trasforma in una Augusta Vampyrorum, una vera e propria città di vampiri e allora possiamo addentrarci in racconti di presunti vampiri in città, arricchiti da continui rimandi alla letteratura e al cinema.
Qui ho offerto solo un rapido sguardo sull’Almanacco dell’orrore popolare; sono svariati i saggi e i racconti (come, ad esempio, due suggestivi racconti di Orazio Labbate e Danilo Arona) che compongono il libro e che non sono riuscito qui ad affrontare. Del resto, un’analisi sistematica, rigorosa e precisa del volume, anche in sede di recensione, andrebbe contro lo spirito libero e antigerarchico che lo pervade. Anzi, questa incompletezza che anche io ho qui offerto potrebbe essere uno stimolo in più a leggerlo perché ogni saggio e racconto, pure se diverso, appare quasi magicamente correlato all’altro. Non resta quindi che predisporsi alla lettura con spirito curioso, affascinato e anche un po’ inquieto (visti i temi), come i due bambini della copertina sotto le grinfie di un ludico demone.





Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano
a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni
Odoya, Bologna, 2021
pp. 399

Lascia un commento

Sostieni


Facebook