“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Lunedì, 11 Ottobre 2021 00:00

La libertà è un gatto siriano

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Pochi, pochissimi in sala per godersi il bellissimo film L’uomo che vendette la sua pelle. La prima cosa che viene detta in merito all’opera dela tunisina Kaouther Ben Hania (candidato all’Oscar come miglior film straniero) è la sua natura complessa. Ma non è la pellicola a essere complessa, quanto le altre a essersi appiattite a una desolante semplicità.

The Man Who Sold His Skin, infatti, riflette la natura complessa della realtà che viviamo, complici questi tempi confusi, e non sceglie di attutirla ma accetta la sfida di riportarne le sfumature senza visioni assolutorie o pretenziosamente consolanti come ci hanno abituati le opere di questi ultimi anni. Un film, quindi, che scantona l’impietosa logicità dell’algoritmico netflixiano, che detta i pattern ripetitivi e confortanti delle attuali pellicole, e si assume il ruolo che è proprio (o dovrebbe, o era) dell’arte rispetto alla società: precorrere i tempi che verranno (o almeno essere in sintonia con gli attuali). E ci riesce. In tal senso, impossibile non accostarlo a uno dei recentissimi capolavori che (sempre per merito del lodevolissimo lavoro quest’anno messo in campo dal Napoli Film Festival) è stato possibile godersi sui nostri schermi (ancora non al 100% della capienza: ma cosa importa il decontingentamento delle sale quando l’offerta distributiva è provinciale e culturalmente anestetitazzante?), quel Titane, vincitore di Cannes, di Julia Ducournau, che ancora a lungo farà parlare di sé, così cronenberghianamente postumano e transfemministicamente cyborg, da non poter lasciare indifferenti.
Ma torniamo alla produzione tunisino, francobelga, tedesca e svedese: necessitava un taglio internazionale, anche produttivo, perché la storia è trasversale ad almeno tre Stati. Come lo sono quelle della nostra modernità. Un film complesso, dicevamo, che ricorda il celebre incipit di Unastoria: “Dammi risposte complesse”. Il nostro protagonista è un giovane siriano che, preso da un momento d’euforia romantica, a bordo di un malmesso trenino, complice un moto d’irrefrenabile amore, offende il regime decantando, situazionisticamente, la rivoluzionarietà dell’amore. Questa sua hybris esigerà un prezzo altissimo, costringendolo a riparare nel Libano, come molti altri rifugiati. Il Libano (in questo momento in blackout reale, non da social, a causa dell’esaurimento delle risorse energetiche) che ha, ottimamente, introdotto il giornalista, tra gli altri, de Il Manifesto, Pasquale Porciello (ennesimo valore aggiunto a un’organizzazione che ci prova, ci sta provando, realmente, a sollevare il livello dell’offerta culturale cittadino).
Nella sua introduzione, scopriamo che il Libano, confinante con la Siria, è in una situazione di congestionamento, arrivando ad accogliere due milioni di rifugiati (su una popolazione di quattro), con tutti i problemi del caso. Problemi che vediamo nella condizione del nostro protagonista, il turbolento e impulsivo Sam, che si ritrova lontano dalla famiglia, dal suo amore e dalla sua vita, finendo per fare lo stesso, terribile, lavoro da schiavo subumano del recentissimo Minari di Lee Isaac Chung: lo smistatore di pulcini. Ma Sam non è uomo da accettare questi condizionamenti. Intemperante, riesce a sottrarsi da questa forma di letargica morte. Per buona parte (ma non solo: in quest’opera non ci sono piccoli ruoli, anzi), il film si regge (letteralmente) sulle ampie spalle, quasi da signore degli anelli di Yahaya Mahayni, quasi avvitate per caso su un corpo da ballerino. Il Premio Orizzonti a Venezia per la migliore interpretazione maschile riesce a infondere al suo antieroe tutto il vibratile e sottocutaneo nervosismo di un uomo in rivolta, anche contro sé stesso, mai addomesticato nonostante i rovesci del destino che riesce a sottrargli tutto. Fino a che non riconosce e coglie l’opportunità che questo stesso gli squaderna in faccia. Ed è qui che il film accetta la sfida della complessità: tramite un evento paradossale (la proposta di un artista di acquistare il suo corpo per renderlo un’opera d’arte), si riesce, con una serie di situazioni, a illustrare, portandole alle estreme conseguenze, tutte le contraddizioni irrisolte della nostra realtà contemporanea.
A prestare il volto a questo provocatorio e spregiudicato artista è il fiammingo Koen De Bouw, ennesima grande scoperta del cinema europeo che (dopo i vari Fassbender, Waltz, Mikkelsen) continua a stupire attingendo a una scuola sotterranea di notevolissimi interpreti. Il suo personaggio è quasi faustiano, come il personaggio dichiara, con la sua proposta indecente, quando propone, gli occhi cerchiati di un ammaliante rimmel, il suo mefistofelico patto. Rivendicherà fino alla fine il suo gesto, sbattendoci in faccia la verità: in un mondo sedicentemente globale, dove tutto e tutti sono liberi di spostarsi, la realtà è ben diversa, al punto che l’unico modo che ha qualcuno (nato nella parte sbagliata del mondo, come dirà Sam) per muoversi è quello di accettare di diventare merce. La merce gode di più libertà delle persone. Una verità tristemente autoevidente se si pensa a tutti i passi indietro, o non fatti, proprio qui in Italia, con la negazione dello ius soli per i giovani delle seconde generazioni (degradanti i termini del dibattito, in questo come in altri sensi, se si pensa a quando, durante la recente euforia olimpionica, si è arrivati a proporre uno ius soli sportivo…).
Ci voleva la sensibilità della regista (donna: non sorprende, il suo sguardo sensibile lo tradiva) tunisina per puntare l’indice all’elefante al centro della stanza cavalcato dal re nudo: la reiterata rimozione, colpevole, neocolonialista, del privilegio alla cittadinanza, che noi vantiamo e che, odiosamente, neghiamo, con puntualità, derubricandolo dalle agende dei nostri politici (più sovranisti che nazionalisti, in questo senso) e contribuendo, colpevolmente, con la nostra tacita inerzia, a invisibilizzarlo. Liberamente ispirato alle reali provocazioni del belga Wim Delvoye (noto per il suo Cloaca, dove era possibile inserire cibo in un macchinario da cui fuoriuscivano escrementi che potevano essere acquistati, in continuità, come rilevato da Porciello, dalla merda d’arista manzoniana o la fontana duchampiana: consigliato il suo sito, per farsi un’idea), il film dell’autrice de La Bella e le Bestie e Zaineb Takrahou Etheli, sembra, allora, riprendere il discorso in qualche modo critico verso le provocazioni dell’arte moderna, già fascinosamente scandagliato dal celebre (forse anche troppo) svedese The Square. Ma ha una marcia in più insita nel suo farsi tramite anche di altri valori e ideologie come, appunto, la ripresa di una certa critica marxista, aggiornata agli infausti e inclementi tempi attuali neocapitalistici, dove la reificazione alienante e disturbante non è nemmeno più messa in dubbio, tanto è assimilata e introiettata, ma sdoganata e accettata disinvoltamente (“Se prostituirsi significa affittare il proprio corpo, sposarsi significa venderlo”, recitava il piccolo cult E morì con un felafel in mano e, alle volte, l’arte e gli artisti, sembrano essersi ridotti a qualcosa di poco diverso da questo, come il film sembra volerci indicare).
Ma il nostro artista è un provocatore a tutto campo, uno di quelli che pensa che per criticare il sistema l’unica sia entrarvi e mostrarne le contraddizioni, pur consapevole dell’impossibilità del cambiamento e della vanità di qualsiasi tentativo di impattare sulla realtà, che non vada oltre la provocazione. E allora, ferma restando una pacifica e fideisticamente accettata insignificanza di qualsiasi possibilità di riscatto o risveglio delle coscienze, tatua sulla schiena del nostro eroe proprio per quel permesso di soggiorno, la Visa, da patto Schengen, che gli sarebbe altrimenti negata. Nonsense, paradosso, provocazione. Il nostro Sam si ritrova, così, esposto come un’opera d’arte vivente, fra le nature morte, degno erede, solo un poco più consapevole, ma con esattamente la stessa impotente mancanza di scelta, dei celebri zoo umani dello scorso secolo, in cui a finire esposti, come animali esotici nei loro diorama, erano pigmei, danzatrici del ventre e veneri ottentotte come Saartije Baartman od Ota Benga (niente di troppo lontano da noi: nel 1940 alla Mostra D’Oltremare di Napoli, nel Padiglione Libia c’era la ricostruzione di un tucul con sessanta fra eritrei ed etiopi. Il nostro rimosso coloniale continua a esser tale...).
L’allegoria è abbastanza chiara fra la condizione dei migranti, quella dei rifugiati, in una società che ha sdoganato lo schiavismo e in cui tutti, chi più chi meno, non riusciamo ad affrancarci ma, al massimo, svendiamo parti più o meno consistenti dei nostri diritti civili, sul mercato, in cambio di qualcosa. Possibilità remota?  Già Naomi Klein nel suo No logo (il lontanissimo, ma sempre attuale, saggio del 1999, caposaldo di quel movimento No Global oggi decaduto immeritatamente) parlava di consumatori che si facevano tatuare brand sull’epidermide in cambio di scontistica, subaffittando il proprio corpo a una multinazionale, diventando a loro volta vetrine (Jason George ne ha tatuati 321 per poter entrare nel Guinness mentre la Marc Ecko Enterprises offre uno sconto del 20% su tutto il suo listino a chi ospiti sul proprio corpo il suo marchio: la fidelizzazione del marchio ha subito un transfert di ritorno tutto da studiare per cui il consumatore è incentivato a gettare il proprio corpo nella lotta da brandorama, prestandosi volentieri a colonizzare non più solamente il proprio immaginario ma abdicandovi in corpore vivi):  neocoloni di sé stessi autoschiavizzatisi da sé.
Nel film c’è anche molto altro: una storia d’amore con la semplicemente radiosa Dea Liane, dallo sguardo magnetico frustato da due malinconiche sopracciglia e una Monica Bellucci meravigliosamente in parte nelle vesti di una factotum terribile ma sempre sul ciglio del baratro, in lotta fra una deprivata moralità, accantonata per un’etica laburista che nega qualsiasi etica, e una fragile empatia contro cui combatte per non soccombere. In questo incubo kafkiano, alle prese con la farraginosa burocrazia eurocratica del rinnovo dei permessi di soggiorno (labirintica agonia che ben conosce chi divide con noi il nostro suolo ma in ancor più precaria veste), Sam si destreggia, inciampa, sbraita, cade e si risolleva, sbotta e, in qualche modo, compie il suo viaggio di crescita. La sua piccola odissea privata, cartina di tornasole dei tanti migranti e rifugiati strangolati da un sistema che fa letteralmente di tutto per osteggiarli (sulle colonne di cronaca l’ennesima proposta di un muro da alzare ai confini), cancellarli, sottacerli. In questa bellissima fatica su celluloide, trovano il giusto terreno d’incontro entrambe le più famose poesie di Kavafis: Aspettando i barbari e Itaca, salvo scoprire, con nostra sorpresa, non solamente che siamo tutti per qualcun altro in condizione di barbarie, e che i barbari già da tempo sono fra noi, ma che non siamo noi a non volerli, ma loro a non volerci stare da noi, e che quella che credevamo un’invasione da sventare, è solo una tappa temporanea del loro nostos. E per nostra sciagura, perché è da voci come queste (femminili e non europee) che possiamo ottenere quella biodiversità culturale, quell’alterità in grado di rifornire di nuova linfa vitale le vene del nostro cinema (e della nostra arte, appunto), contaminandolo e reimmettendolo nella realtà viva e pulsante, fra le strade e i marginali, fuori dai salotti e dagli studios.
Grazie al Napoli Film Festival che questa visione eterogenea e lungimirantemente antimercatale l’ha abbracciata aprendo le nostre sale e il nostro immaginario a questi incontri che ci si augura forieri di inneschi futuri fra culture diverse, in attesa del prossimo, imminente, appuntamento con la nuova edizione di Venezia a Napoli: d’altra parte, non è in questo che consiste la vocazione dell’animatore culturale? Spetta solo a noi, ora, raccogliere la responsabilità di attivarci per far sì che questi sforzi vengano premiati e dare loro la possibilità di ripetersi: tornando in sala, sì, dove il cinema è rito collettivo e non solipsistico atto di consumo, dove ci facciamo cassa di risonanza per le emozioni che le autrici e gli autori ci trasmettono. Ma, soprattutto, premiando sale di nicchia, film d’essai, e boicottando una grande distribuzione e quelle mastodontiche produzioni cui noi siamo poco più che indifferenti. Scegliere quale film andare a vedere (premiando gli sforzi produttivi e distributivi, optando per registi esordienti, non del nord del mondo, magari donne) può anch’esso, e oggi più che mai, scandire il nostro attivismo politico, con una scelta che restituisca, a chi prova a fare arte diversa, la cortesia. Se film del genere circoleranno meno, infatti, saranno le nostre teste, le nostre coscienze, e i nostri valori a perderne, oltre alla consapevolezza politica del nostro tempo.





Napoli Film Festival
L’uomo che vendette la sua pelle
regia e sceneggiatura Kaouther Ben Hania
con Yahya Mahayni, Monica Bellucci, Dea Liane, Koen De Bouw, Husam Chadat, Rupert Wynne-James, Adrienne Mei Irving, Saad Lostan, Darina al-Joundi, Jan Dahdouh, Christian Vadim, Najoua Zouhair, Nadim Cheikhrouha
fotografia Christopher Aoun
montaggio Marie-Hélène Dozo
musiche Amine Bouhafa
produzione Cinétéléfilms, Tanit Films, Twenty Twenty Vision, Kwassa Films, Laika Film & Television, Metafora Media Production, Sunnyland Film, Film ï Vast, VOO & BeTV, Istiqlal Films
distribuzione Wanted Cinema
paese Tunisia, Francia, Belgio, Germania, Svezia
lingua originale arabo levantino, inglese, francese
colore
a colori
anno 2020
durata 90 min.

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