“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Lunedì, 27 Settembre 2021 00:00

La purezza della fantascienza e il sogno di “Dune”

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Gli immensi spazi del tempo e gli sterminati territori dell’esistenza lambiscono confini che diventano sempre più remoti ogni volta che lo sguardo viene gettato ancora un poco più in là, oltre il precedente limite, scoprendo che la forma dell’esistente è plurima, che si dilata e procede all’infinito.

Una visione globale e intricata, alimentata da un’ampia parte dello spettro di sfumature della mente e delle vocazioni più umane, proiettate al di là degli apparenti limiti del qui e ora, dà vita alla fantascienza pura e autentica nella sua essenzialità, che non è mai andamento analitico o risolutivo, e nella maniera più assoluta non è mero contesto bensì emblematica struttura. La vaghezza di una dimensione omnicomprensiva si costituisce propriamente del mistero che risiede nell’inconoscibile e nelle basi fondanti dell’esistenza; dentro di essa la ricercatezza e la nobiltà di un pensiero profondo non è questione di aggettivi e non è una politica di austera o vezzosa albagia, ma solo la naturale conseguenza della visione cristallina, seppur ugualmente imperscrutabile, di un tutto. Che sia nella vita di ogni giorno o nei momenti salienti dell’esistenza, in un’opera letteraria o cinematografica, questo inafferrabile tutto che non può essere concepito al di là delle nostra parziale intuizione e della coscienza, si genera, paradossalmente, nel momento stesso in cui lo immaginiamo. Ecco cosa crea il corpo e l’anima di una storia come quella di Dune ed è al contempo rivelato da questa, nella precisa inquadratura temporale dentro la quale ha luogo l’epico avvicendarsi degli accadimenti, a dir poco clamorosi, descritti da Frank Herbert. L’intreccio si sviluppa così in un lontanissimo avvenire, durante il corso dell’anno diecimilanovecentouno, ed è il compiersi di un inevitabile quanto coadiuvato stravolgimento dello status quo; un decisivo passaggio storico frutto di preveggenza e di un’azione costante la quale perdura da innumerevoli secoli.
Tale universo è un incanto che il regista coglie e restituisce allo spettatore, un mondo edificante e ostile, drammatico e ricolmo di straordinario carisma. In questo film iniziale del ciclo programmato da Villeneuve, costruito sulla base della prima metà del primo dei sei libri scritti da Herbert, il pianeta di Arrakis, conosciuto anche come Dune, si mostra quale scenario principale della vicenda che vede schierate due nobili e rivali casate: la raffinata casa Atreides e la sprezzante e crudele casa degli Harkonnen. Questo pianeta completamente desertico e inospitale, abitato dalla popolazione umana nativa dei Fremen, è il luogo cardine di tutto l’impero poiché unico mondo conosciuto su cui è possibile trovare il mélange, la cosiddetta spezia, una sostanza psicotropa indispensabile per amplificare la coscienza e permettere il viaggio interstellare. Tutto ha inizio quando il controllo di Arrakis e della raccolta della spezia viene affidato agli Atreides capeggiati dal Duca Leto, che succedono in questo modo alla precedente, e quasi centenaria gestione degli Harkonnen. Dietro alla decisione dell’imperatore si nascondono però  non ben celati obiettivi politici, volti a scatenare una guerra tra le due casate nemiche e ad impedire l’ascesa degli Atreides.
Il precipitare degli eventi vedrà il giovane protagonista Paul, figlio del Duca e di una Bene Gesserit, Lady Jessica, membro della sorellanza esoterica grandemente influente sulla politica e sulle ideologie dell’impero, impugnare il destino della propria casata e di Arrakis, acquisendo via via maggior consapevolezza e imparando a sfruttare appieno non soltanto il proprio addestramento militare ma soprattutto il controllo delle straordinarie facoltà psichiche trasmessegli dalla madre. Il cammino del giovane erede Atreides sarà accompagnato da visioni e sogni premonitori incentrati sull’immagine di una ragazza indigena di nome Chani, i quali disveleranno incredibili avvenimenti futuri, viaggiando sempre sugli altissimi livelli di spiritualità e misticismo di cui il plot è intriso.
Questo film ha un’aura di aristocratica (ma in verità democratica) importanza. È solenne, fortemente coinvolgente, ed è condotto al culmine da una sapiente estetica, che non soffre di un distacco intellettuale pur nel rapportarsi alla nitida supremazia delle proporzioni immense degli spazi intergalattici e delle loro imponenti istituzioni, e per questo diventa una visione calda e umanamente partecipata del sublime, anche nel dialogo con quell’oscuro e sovrastante bene superiore che è evocato sin dai primi fotogrammi della narrazione. Guardare Dune vuol dire estraniarsi per davvero, ascendendo con leggerezza alla zona sovradimensionale dell’immaginazione, pur restando a stretto contatto con questo nostro attuale mondo. Ciò si è reso possibile solo ridisegnando per bene la struttura filmica su quella di un libro che cinquantasei anni fa raccontava degli eterni conflitti fra i popoli oppressi e i loro oppressori, della inarrestabile evoluzione dello spirito umano e dell’ambigua e conturbante sospensione, specie ai nostri occhi stranieri, fra un credo atavico delineato da costumi primordiali e una vocazione ecologista moderna e libertaria, agganciata ad una spiritualità nuova che in tutto il cosmo sembra disfare i confini tra passato, presente e futuro fondendo le varie istanze e i diversi impulsi delle società umane nel corso del tempo.
Nel 1965 Herbert aveva già pensato le tute che i Fremen usavano per sopravvivere in uno degli ambienti più proibitivi che si conoscessero, come dotate di un sofisticato sistema di riciclaggio dei liquidi corporei, dispositivo ecologico per eccellenza, e, lungo la stessa linea concettuale, a una metodologia di bonifica dell’arido suolo di Arrakis portata avanti da questi nativi sino all’arrivo dei tiranni venuti da altri pianeti. Oggi, fra l’altro, per tutti noi è difficile guardare il desertico Dune e la situazione che vivono i suoi abitanti senza che ci sfiori la mente, anche per un solo istante, la condizione in cui versano alcune delle popolazioni mediorientali e le recenti tragedie legate a quelle zone specifiche, che interessano in verità il destino di tutti gli esseri umani. Come avviene costantemente, l’opera si carica anche di altri significati ai nostri occhi, arrivando a noi con una nuova veste che Villeneuve ha saputo ricucire alimentando le originarie premesse e rispettando a fondo il lavoro di scrittura da cui è stato ispirato e di cui, come si può facilmente notare, è un grande estimatore. Da qui le immagini vivide eppure trasognate di quegli scenari superbi attraverso una regia che, al solito, si fonda sull’accuratissima edificazione di ogni componente visiva, dalla più ampia scena nel suo complesso al più piccolo dettaglio, come nei monili di straordinaria fattura che adornano il volto di Lady Jessica durante l’approdo ufficiale su Arrakis.
Ogni più piccolo particolare contribuisce a creare il legame con lo strenuo simbolismo mistico e le appartenenze a caste e organizzazioni le quali rimandano a sistemi tribali apotropaici reinterpretati in chiave contemporanea, o meglio senza tempo, a fronte di quel contesto. La ricostruzione di tale mondo tramite l’uso di eccellenti interpreti, l’espressione di quella ritualità, la leggiadria e il peso degli oggetti e degli ambienti tecnologizzati e ad un tempo arcaici, rurali, si esprimono in tutta la loro maestosità al primo sguardo e continuano a rivelare i propri segreti a poco a poco. Si vedono navi che spuntano appena al di là dell’atmosfera di Dune, dall’estremità del mastodontico e materico tunnel che incanala il viaggio interstellare, offrendo un empireo spettacolo in scorcio che sfuma nell’alone azzurrino stagliato sul limitare dell’area visibile dal pianeta, con il suo incommensurabile e insieme tenue disegno, gli sguardi tinti di blu del popolo il cui organismo è ricolmo di spezia, la manifestazione subdola e prorompente dei giganteschi vermi del deserto, esemplari della fauna autoctona di Arrakis lunghi centinaia e centinaia di metri, che disturbano “la mietitura” con il loro inarrestabile e travolgente attacco, delineati da un profilo essenziale e spaventoso come quello di organismi preistorici la cui misura fuori scala non sia mai stata rapportabile alle dimensioni umane. E ancora le dimore regali, i mezzi di trasporto, le visioni di un avvenire che agisce attivamente sul presente seguendo un tema caro al regista e già approfondito in Arrival,  la tempesta di sabbia, la luce e le musiche e tutti gli altri elementi che restano negli occhi dopo il termine della pellicola, incalzando la dichiarata attesa dei sequel e il proseguire della grandiosa epopea.
Il tipo di ricerca che conduce a una simile pellicola e la sua vera e propria realizzazione sono ciò che ci si aspettava da una personalità come quella di Villeneuve, e sono sempre un ottimo segno, anche in relazione al principio di salvaguardia di una linea creativa autentica, che resista all’appiattimento e combatta la bassezza di alcuni degli attuali tentativi di originare cultura, che in verità con la cultura non hanno niente da spartire. Accanto a diversi esempi virtuosi e davvero rinfrancanti continua infatti ancora ad arrivare, da ogni ambito, una quantità rilevante di opere che hanno la pretesa di essere chiamate d’arte ma che non sono interessate da un consapevole e competente lavoro di edizione, da un’espressione degna e alimentata da reali contenuti o da uno sguardo critico intellettualmente onesto, né da un pubblico che al di là di ipocriti applausi, solitamente di becera convenienza o sconcertante rimbambimento, creda nel loro fasullo potere. In molti casi non si dispone neanche del supporto di uno sguardo attendibile da parte di fruitori e spettatori che possiedano gli strumenti idonei a comprendere e che sappiano davvero usare tali strumenti. Forse, a volte, si vuole o si tende a vedere in tutto ciò che all’apparenza sembra creare distacco dalle preoccupazioni e dai pensieri più pregnanti, o vili, una fonte di soddisfacente intrattenimento. Si resta pertanto ciechi davanti alla standardizzata povertà artistica di alcuni prodotti di sfavillante successo commerciale e spessore nullo, lasciandosi convincere che ciò che è divertente, e da qui interessante, sia esente dall’intensità, dalla logica, dal buon gusto delle opere presumibilmente troppo “grevi”. È bene rimarcare ancora una volta che il malcontento che porta a una sana e necessaria contestazione non ha che fare con sfoghi retorici di creatori sottostimati e dunque invidiosi nei confronti di osannati idioti. Non c’entra nulla nemmeno con l’indolente lamentela o con quella non ben inquadrata accusa di fantomatica negatività che porta a ricusare un sistema fintamente trionfale.
La difesa del malessere aberrante di una parte ancora troppo significativa dell’arte ha a che fare con la volontà di sfuggire il confronto con un vuoto fin troppo diffuso e con il feroce condizionamento esercitato dall’alto piedistallo del profitto, oltre il quale riemergere con idee costruttive e prospettive tangibili di futuro. A tal proposito si deve ricordare anche che il regista in questione, insieme a pochi altri, si è nettamente schierato contro il lancio di un film come Dune in contemporanea in sala e sulle piattaforme in streaming, lasciando che la magia e la pertinente autorevolezza del cinema salvassero la spettacolare classe di quest’opera. I risultati concreti di una scelta vittoriosa e moralmente corretta non si sono fatti attendere, riempiendo le sale, da troppo agonizzanti, con spettatori entusiasti del potente lavoro di fino. La desolazione culturale andrebbe sempre combattuta con la brillantezza di un contenuto e della sua forma; in mezzo a questo coro anonimo e inconsistente c’è dunque estremo bisogno di voci distintive come quella di Herbert, di Villeneuve, di Nolan e di Cuarón, come c’è e ci sarà sempre bisogno della Woolf, di Dick, di Asimov, di Dostoevskij, della Mitchell e di Dylan. Vi è un’estesa e comune esigenza di arte e di musica profonde e ben fatte, perché essendo arrivati a sfiorare dimensioni tanto elevate grazie alla guida di personalità del genere e ad altre di pasta similare, ossia fatte di sensibilità, cultura, fede ed energia, non si può dare significato all’esistenza al di sotto dei picchi vertiginosi che la creatività ha mostrato di saper scalare.
Insomma non si torna indietro dopo aver intercettato certe eterne componenti nel proprio animo e in quello degli altri, rendendole palpabili e più vicine, e non si va avanti se non nel solco degli esempi e dei doni umani, tracciato da identità illuminate che si sono imbattute in visioni interstellari snebbiate da quelle “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione”,  da esseri che si sono ritrovati davanti agli occhi scene iconiche a tal punto da far loro mormorare: “Non male, per un umano”, e da sguardi che hanno già intravisto in lontananza interi pianeti formati da distese di sabbia a perdita d’occhio e sferzate con dolcezza dal vento, su cui, quando il sole è basso, puoi vedere la spezia nell’aria.





Dune. Part One
regia
Denis Villeneuve
sceneggiatura Eric Roth, Denis Villeneuve, Jon Spaihts
con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling, Dave Bautista, Jason Momoa, Javier Bardem, Zendaya, Stephen McKinley Henderson, David Dastmalchian, Chang Chen, Sharon Duncan-Brewster, Babs Olusanmokun, Souad Faress
fotografia Greg Fraser
musiche Hans Zimmer
scenografia Patrice Vermette
costumi Bob Morgan
trucco Judit Farkas-Arful, Kata Huszàr, Daniel McGraw
produttore Cale Broyter, Joseph M. Caracciolo Jr., Mary Parent, Denis Villeneuve
produzione Legendary Pictures, Villeneuve Films, Warner Bros
distribuzione italiana Warner Bros
paese Stati Uniti d’America, Ungheria, Canada
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2021
durata 155 min.

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