“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Venerdì, 30 Aprile 2021 00:00

“Nomadland”: geografie dell’anima on the road

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Capita spesso di sentire urlare al miracolo quando vengono prodotte e distribuite delle opere che combinano tematiche delicate attraverso una sublime poetica stilistica, per alcuni innovativa e per altri pletoricamente estatica, usufruendo allo stesso tempo di una maschera del protagonista che armonizza, amplifica o contrasta alla perfezione il tutto.

Nomadland non è quel titolo che rimarrà inciso nella storia del cinema in quanto capolavoro, bensì come film che, dopo il già notevole The Rider, ha avviato verso la consacrazione definitiva la cifra stilistica del suo autore, la regista cinese Chloé Zhao, fresca vincitrice agli Oscar per il miglior film e la miglior regia.
Zhao dà prova di essere attenta ai dettagli, creando una combinazione narrativa tra l’indie on the road di Andrea Arnold come tema del viaggio visto in American Honey, e la delicatezza struggente delle sequenze in natura verso il tramonto proprie di Malick, delineando così attraverso i paesaggi le geografie dell’anima, per poi formare un parallelismo perfetto con l’altro soggetto espressivo del film, il volto autentico di un’attrice antidiva nell’accezione classica ma diva in quella indipendente, afflato di tempra inossidabile, anche qui premio Oscar: Frances McDormand.
Come un Diogene dei nostri tempi, Fern (Frances McDormand) cammina con una lanterna in mano senza cercare l’uomo ma la dignità che dovrebbe appartenere ad ogni essere umano nel vivere bastando a sé stessi, nel rispetto dell’altro e dell’ambiente. La necessità è madre di tutte le cose come disse Bertolt Brecht nell’Opera da tre soldi, e la nostra Fern si ingegna per ottimizzare ogni singolo centimetro del proprio furgone/abitazione – furgone in inglese si dice van e da questo gli dà il nome di vanguard: avanguardia, perché bisogna essere pronti non al conflitto attuale ma a quello che sta per scatenarsi.
Fedele trasposizione del successo editoriale di Jessica Bruder Surviving America in the Twenty-First Century, Nomadland rievoca l’archetipo steinbeckiano del ramingo Tom Joad dell’indimenticato Furore, e si inserisce in quel filone che sottolinea l’importanza o l’impellenza di defilarsi dalla società a partire da Into the Wild, ispirato dalla filosofia di Thoreau, come ai più recenti Captain Fantastic e Leave No Trace, tutti accomunati dal distacco dalla impropriamente detta società civile, ognuno per diversi motivi, isolamento che sfugge all’alienazione del cittadino/utente perennemente loggato nei social, sino a sfiorare l’impegno di denuncia per la working class di Ken Loach, formando un ritratto non convenzionale degli Stati Uniti in stile Harmony Korine, che universalmente racchiude tutta l’umanità.
Nomadland mette in scena una composta, educata, quasi dolce, critica al capitalismo. Lo stesso che in un solo colpo ha spazzato dalla faccia della terra un luogo, Empire – nomen omen − cittadina del Nevada, cancellandone il codice postale 89405 – immaginate se accedesse al luogo in cui vivete − solo perché non è più produttiva, redditizia come invece è Amazon oggi, questo moderno dinosauro che inghiotte tutto ciò che vuole, rispettando minuziosamente la legge naturale del più forte. Non a caso è presente una scena dove si ammira il modello in scala 1:1 di un dinosauro mastodontico e l’uomo non può che sottostarvi in silenzio. Quindi se non esistiamo più come luogo di residenza, dove finisce la nostra casa? “Casa è solo una parola o è qualcosa che ti porti dentro?”: in questo verso dei The Smiths si presenta allo spettatore il quesito che inconsciamente emerge nella coscienza della protagonista, costretta a vivere senza sicurezze, e con un’identità sospesa in un limbo proteso verso una strada senza un orizzonte definito. La strada percorsa dalla nostra eroina in questo viaggio è un percorso interiore oltre che fisico, viaggio dell’eroe votato alla resistenza, che mantiene viva la propria memoria attraverso pochi ma simbolici oggetti di una famiglia che è presente solo nei ricordi di chi vive.
In Nomadland si arriva addirittura a riflettere e riconsiderare anche la dimensione del migrante relegato a profugo, che scappa per venire nel nostro mondo, ma paradossalmente anche qui noi scappiamo dal nostro mondo e nel nostro mondo, dove non c’è spazio per i deboli e gli ultimi. Il nomade, l’uomo nuovo da sé come cercatore di una dimensione umana del vivere, l’uomo-migrante non in cerca di un posto migliore, ma bensì ramingo per trovare un posto che non sia semplicemente il mondo come lo intendiamo noi.
Gli ultimi, gli sfortunati, estromessi dalla scala sociale, si radunano dunque dove c’è spazio, come nel deserto, quasi a formare una Burning Man collettiva, ma senza feste ed eccessi iconoclasti, in cui si brucerà unicamente il loro totem-roulotte, esclusivamente per esorcizzare e trovare una dimensione sostenibile in cui il silenzio, il mutuo soccorso e la cordialità, siano le basi per l’autosufficienza propria di chi sa vivere per il necessario. Come introduce l’organizzatore del raduno il Guru/Santa-Clause Bob Wells, che interpreta sé stesso, e che apre le porte e le menti dando conforto, speranza di sopravvivere pur non avendo nulla e nessuno: “Se la società ci espelle e, come cavalli da soma, ci manda in pensione, noi, cavalli da soma, dobbiamo riunirci e aiutarci a vicenda. Di questo si tratta. Per come la vedo io, il Titanic affonda e la congiuntura economica sta cambiando. Perciò, il mio scopo è calare le scialuppe di salvataggio e farci salire quante più persone possibile”.
Nomadland dunque – come il libro − è dedicato a chi se n’è dovuto andare dal proprio luogo, dove aveva le proprie radici, o semplicemente dove conduceva una vita normale con la propria famiglia. Ogni personaggio in cui si imbatte Fern si allontana dal dolore e dalla perdita. C’è sempre una frattura, una ferita, una mancanza, un vuoto interiore che spinge le persone a vivere fuori dagli schemi, e aggiungerei anche dagli schermi convenzionali del nostro tempo.
Campi lunghissimi che tolgono il fiato, in cui Zhao tesse un intimo rapporto con la terra, con lo spazio, dove spogliati dal dovere sociale i nomadi hanno la possibilità di contemplare la natura e lasciarsi catturare dalla bellezza di un tramonto, dalla maestosità di un albero, dal volo caotico e pieno di vita delle rondini, facendo venire voglia di fare le stesse esperienze e di sentirci in difetto per non possedere la stessa libertà di staccarsi dalle proprie comfort zone e dai beni materiali. False sicurezze che sono momentanee, come insegna una dolcissima Swankie, amica della protagonista che, malata terminale, si prepara a lasciare questo mondo senza rimpianti, donando tutti i suoi averi ad altri nomadi, con l’unico desiderio di vedere luoghi e cose nuove che arricchiscano lo spirito prima della fine. Con le musiche di pianoforte e viole di Ludovico Einaudi viene davvero voglia di partire come loro e salutarsi con un: “Ci vediamo sulla strada”.





Nomadland
regia
Chloé Zhao
soggetto dal libro di Jessica Bruder
sceneggiatura Chloé Zhao
con Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells
fotografia Joshua James Richards
montaggio Chloé Zhao
musiche Ludovico Einaudi
costumi Hannah Logan Perterson
produttori Frances McDormand, Peter Spears, Mollye Asher, Dan Janvey, Chloé Zhao
casa di produzione Highwayman Films, Hear/Say Productions, Cor Cordium Productions
distribuzione Walt Disney Studios Motion Pictures, Disney+
paese USA
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2020
durata 107 min.

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