“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Giovedì, 07 Gennaio 2021 00:00

“SanPa”, un laboratorio sociale dell’Italia a venire

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È da poco disponibile su Netflix SanPa: luci e tenebre di San Patrignano (2020), serie televisiva documentaristica ideata, realizzata e prodotta da Gianluca Neri, alla cui sceneggiatura ha lavorato insieme a Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, con la regia di Cosima Spender. Sarebbe riduttivo vedere in questo lungo documentario – cinque puntate di circa un’ora cadauna – esclusivamente una ricostruzione della celebre comunità di recupero creata da Vincenzo Muccioli con l’intento di fare luce sugli episodi giudiziari che hanno riguardato la storia dell’esperienza romagnola e del suo  fondatore.

Per certi versi, infatti, si può affermare che la serie, attraverso l’esperienza di “SanPa”, fornisca più in generale una ricostruzione dell’Italia degli anni Ottanta devastata dalla diffusione della droga che ha, di fatto, annientato una parte considerevole di una generazione e sconvolto la vita di tante famiglie e con esse dell’intera società. Un’Italia, inoltre, all’epoca alle prese con l’affermarsi di una nuova modalità di fare televisione che contribuirà a cambiare radicalmente il volto del Paese.
Ai racconti dei sostenitori dell’esperienza di “SanPa” e di coloro che osannano il suo fondatore, il documentario alterna testimonianze che denunciano come le modalità terapeutiche a cui ricorre la comunità privino di fatto gli ospiti dei diritti fondamentali trasformandoli in internati costretti a sottostare a un’autorità assoluta che, in nome della riabilitazione, rivendica il diritto di poter disporre nei loro confronti di ogni strumento coercitivo considerato utile senza dover rendere conto a nessuno di ciò.
Al di là delle critiche piovute sulla serie dai vertici dell’attuale Comunità di San Patrignano, probabilmente la visione del documentario non modificherà granché l’idea che ognuno già aveva di quel modello di comunità degli anni Ottanta; gli stessi episodi passati dalle aule dei tribunali e ricostruiti dalla serie possono essere, dagli estimatori di Muccioli, derubricati a tragici incidenti o a impreviste deviazioni di un sistema magari non proprio perfetto ma sicuramente necessario ad arginare la diffusione della tossicodipendenza. Insomma, se nel documentario si possono facilmente individuare tutti i rischi delle istituzioni totali concentrazionarie, non di meno in tanti continueranno a vedere in quell’esperienza il male minore necessario per tirare a campare e non importa a quale prezzo.
La serie televisiva ricostruisce efficacemente il consenso smisurato che la società italiana dell’epoca manifesta nei confronti di un modello concentrazionario del trattamento delle tossicodipendenze che opera ponendosi, quando ritenuto necessario, al di fuori delle regole vigenti al suo esterno. La delega in bianco accordata da buona parte della società italiana degli anni Ottanta a tale modello deriva indubbiamente anche dal lancinante sconforto patito dai famigliari di tanti giovani alle prese con la tossicodipendenza. Una disperazione sociale rafforzata anche dall’incapacità delle strutture pubbliche dell’epoca di rapportarsi con il disastro di una generazione fornendo un sostengo concreto a chi, del tutto impreparato, si è trovato a fare i conti direttamente o indirettamente con la tossicodipendenza. Ciò ricorda per certi versi la disperazione di chi si trova a confrontarsi con la sofferenza mentale di un famigliare e che, nel non trovare un aiuto reale nella società e nelle istituzioni, finisce non solo per accettare ma persino per auspicare pratiche concentrazionarie. L’auspicio di una comunità chiusa risponde, inoltre, all’ipocrita speranza di poter confinare il problema al di fuori della società rinchiudendolo all’interno di una sorta di discarica sociale capace di liberare la quotidianità e pazienza se all’interno della struttura si vive in un clima di umiliazione, delazione e ricatto.
La società degli anni Ottanta mostrata dal documentario, pronta com’è a riconsegnare chi evade dalla segregazione senza farsi troppe domande, non lascia alternative ai fuggitivi che, infatti, non di rado si riconsegnano alla struttura in quanto incapaci di affrontare la quotidianità al suo esterno: per tanti l’unica risposta alla dipendenza fisica e mentale dall’eroina diventa quella di una comunità che chiede all’individuo una resa incondizionata, di consegnarsi, rinunciare al passato personale e lasciarsi plasmare.
Il documentario mostra come la comunità romagnola degli anni Ottanta sia costruita su una rigidissima gerarchia di sorveglianza volta a eliminare ogni minimo legame solidale considerato nocivo di fatto delegando alla sola autorità, dall’alto della sua superiorità etica, la gestione della quotidianità e del futuro degli individui presi in cura. Nella serie è possibile scorgere in controluce come l’Italia dei primi anni Ottanta sia un Paese che si avvia a cancellare ogni forma solidaristico-partecipativa tentando con “ogni media necessario” di indirizzare la società verso un’acritica delega a figure carismatiche capaci di scegliere per tutti e per il bene di tutti. Non a caso sono gli anni in cui all’idea di una politica partecipata si sostituiscono figure di politici rampanti che chiedono sostanzialmente carta bianca; si sta elaborando un nuovo modello di autoritarismo costruito con il contributo fondamentale della nuova televisione che finisce per segnare l’immaginario e la vita del Paese. Non a caso proprio la televisione, attraverso i suoi influencer, ha un ruolo essenziale nella creazione del mito di Muccioli.
Terminata la visione delle cinque puntate viene da chiedersi fino a che punto il modello San Patrignano degli anni Ottanta sia stato introiettato in questo Paese. Viene da chiederselo alla luce di come, in tempi di pandemia, l’attuale popolazione italiana si sia trovata a sottomettersi alla sospensione delle libertà fondamentali rimettendole nelle mani dell’autorità mentre non manca chi sostiene a cuor leggero la necessità dell’imposizione obbligatoria del vaccino alla popolazione. Al di là di quel che si pensa su di esso (personalmente mi vaccinerò), la facilità con cui si invoca il “trattamento sanitario obbligatorio” non può che generare qualche preoccupazione. Viene allora da domandarsi se, al pari di quanto accaduto negli anni Ottanta, il Paese, di fronte all’ennesima emergenza, sia nuovamente disposto a rinunciare e far rinunciare alle libertà individuali con una certa faciloneria. E, sappiamo, purtroppo, quanto questo sia un Paese che vive di emergenze e quanto possano essere varie le modalità coercitive. Per quanto riguarda il disagio psichico, ad esempio, si rimanda allo scritto pubblicato su Scenari.
Se il sistema “SanPa” è nato e ha ottenuto consenso ciò è dovuto soprattutto alle carenze sociali e sanitarie degli anni Ottanta di un Paese rivelatosi incapace di confrontarsi con la tossicodipendenza. L’attuale pandemia palesa nuovamente e impietosamente le magagne di una sanità pubblica volutamente lasciata andare alla malora insieme al welfare da decenni.
In chiusura torna allora utile ricorrere a un passaggio contenuto in un bell’intervento pubblicato da Codice RossoLa medicalizzazione della società: medicina, bio-politica e spettacolo dal XVIII secolo all’epoca del Covid – a firma Guy van Stratten: “Invece di lasciarci colpevolizzare dal potere politico, dovremmo finalmente riconoscere le gravi colpe di quello stesso potere, dal secondo dopoguerra a oggi, reo di crimini contro l’umanità per avere smantellato e devastato il sistema sanitario pubblico, trovandosi di fatto impreparato a tutelare la salute dei cittadini nel caso di una pandemia. Se, ancora oggi, afferma Foucault, la medicina fa parte di un sistema storico, di un sistema economico e di un sistema di potere, forse è proprio questo sistema che andrebbe rimesso in discussione, poiché è basato su un modello di sviluppo capitalistico che insegue soltanto il profitto economico lasciando dietro di sé una scia infinita di morte e devastazione”.





SanPa: luci e tenebre di San Patrignano
produzione e sviluppo Gianluca Neri
regia Cosima Spender
sceneggiatura Carlo Gabardini, Gianluca Neri, Paolo Bernardelli
montaggio Valerio Bonelli
musiche Eduardo Aram
fotografia Diego Romero
produttori esecutivi Nicola Allieta, Christine Reinhold, Andrea Romeo
casa di produzione 42
distribuzione Netflix
paese Italia, USA
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2020
durata 5 episodi da 56-64 min.

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