“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Martedì, 24 Novembre 2020 00:00

“La regina degli scacchi”, Beth Harmon e il gender gap

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Beth, la Elizabeth Harmon interpretata da Anya Taylor Joy, è la ragione d’essere di questa trama e del suo svolgimento. La figura della giovane protagonista è essa stessa grumo pulsante di forma simbolica e di calzanti espedienti narrativi. Questa racchiude in sé, in modo esatto e ininterrotto, ogni possibile antefatto o motivazione del suo presente e futuro avvicendamento, come un universo conchiuso e predestinato, dentro e intorno al quale l’esistenza emerge con armoniosa chiarezza dagli oscuri recessi di un pesante cammino.

Basata sull’omonimo romanzo di Walter Tevis, The Queen’s Gambit, dal titolo riferito all’apertura del gioco degli scacchi denominata Gambetto di donna, la miniserie percorre le vicissitudini di Beth dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta, sin da quando la bambina perde sua madre e viene affidata a un orfanotrofio, dove, secondo le consuetudini di quegli anni, verrà “trattata” con una dose giornaliera di tranquillanti, iniziando ben presto a sviluppare una forma di dipendenza che influirà in modo decisivo sul suo futuro. È lì che Beth stringerà amicizia con la socievole ed esuberante Jolene e, grazie agli insegnamenti del custode del complesso, il signor Shaibel, avrà modo di muovere i primi passi sulla scacchiera, migliorando nella padronanza della disciplina e dimostrando notevoli capacità sin dal principio. In seguito potrà finalmente distaccarsi dall’ambiente dell’orfanotrofio e continuare ad affinare la propria tecnica, studiando in autonomia. Riuscirà così in poco tempo a gareggiare nei primi tornei locali, dove avrà la possibilità di entrare in contatto con giocatori di alto livello quali Harry Beltik, Benny Watts e Townes.
Da lì prenderà le mosse una carriera brillante, in accostamento ad una vita privata caratterizzata da momenti molto complicati, all’interno di un percorso coinvolgente in cui l’immedesimazione e la comprensione delle ragioni dei personaggi, di quello principale innanzitutto, appaiono allo spettatore fluide e costanti. La storia si svolge in America ma prenderà via via il corso di un viaggio continuo, con l’obiettivo della partecipazione alle varie competizioni mondiali, accompagnata da un’imperturbabile atmosfera di godibile mondanità e perfetta eleganza, esattamente come la sua acuta e sofisticata protagonista, data alla luce da un’interprete meritevole di plauso.
Tale atmosfera si muove infatti con Beth, ammantando tutta l’ambientazione di un allure irresistibilmente sensuale e di classe, che con cura di ogni singolo dettaglio e impeccabile studio del periodo storico, prende vita intorno ad abiti di rimarchevole qualità estetica, fluttuando tra melodie conturbanti, camere d’albergo e stanze che rievocano una concezione formale legata sì a una società per certi versi molto fallibile e discriminatoria, ma infine risvoltata, è proprio il caso di dirlo, in una veste nuova, proiettata verso una visione inedita del mondo, che già raccoglie i primi fermenti, e i primi turbamenti, di un’ottimistica rivoluzione. Il gusto e la ricercatezza divengono così un balsamo dal profumo dolce e talvolta ossessionante, da cui emerge il desiderio di respirare intensamente la vita, di calarsi nella magica realtà che il coraggio e il talento possono regalare, a patto che non ci si perda lungo il sentiero, qui però costellato da presenze più vicine di quanto possa sembrare. In tal senso il personaggio di Alma, il rapporto fra Beth e la donna e l’evoluzione di quest’ultimo, resta probabilmente una delle componenti più memorabili e tenere di tutta la rapida narrazione.
La giovane ragazza, dal cui personale punto di vista la scena non è mai distinta, in fondo agisce dentro un mondo che sta attraversando un periodo particolarmente gravido di mutamenti, teso a numerosi e multiformi sforzi verso un cambiamento unitario ed epocale. Per questo non può condurre del tutto da sola la naturale ma consapevole lotta contro gli ostacoli imposti da una società ipocrita ed unidirezionale, i quali rallentano appena la lunga ma inevitabile marcia verso la parità razziale e di genere.
La finestra sul mondo è ben rappresentata anche dalle scelte del personaggio di Jolene, che incarna la vera incursione in un ragionamento più propriamente politico e socio-culturale, all’interno di una storia segnata dalla predominanza della soggettività e della dimensione privata della vita pur nella diffusione pubblica dell’immagine e delle imprese della sua protagonista, lì dove di certo tale cognizione influisce, ma con un piglio chiaramente diverso. Per quanto riguarda l’ingresso e l’affermazione di Beth nel mondo degli scacchisti di alto livello professionale, fino a quel momento quasi di assoluto appannaggio maschile, con il tentativo evidente, e coevo al periodo dell’avanzamento della ragazza, di limitare l’accesso alle donne in questo specifico campo attraverso un’opera di insidioso scoraggiamento, di sicuro la battaglia contro un certo tipo di preconcetti e contro il sessismo ha un considerevole peso nella miniserie Netflix.
Ma in questo la scelta narrativa è stata piuttosto arguta, poiché la liberazione dai condizionamenti è qui un fatto personale: non si tratta di sfidare il mondo esterno delle opprimenti convenzioni e dei pregiudizi sociali, ma dell’ascesa compiuta all’interno di un percorso fortemente introspettivo, in cui ciò che viene combattuto è precisamente l’insieme degli intimi, autoinflitti condizionamenti derivanti dal proprio passato, la quale si dimostra infine l’unica strada attraverso cui passa l’ambizione di annientare i reali vincoli esterni, palesi e totalizzanti. Bisogna però ricordare che questa è fiction e che per certi versi un racconto del genere ha una valenza simile a quella di alcuni fra i più recenti film di Tarantino, con l’obiettivo di riequilibrare la macchinazione distorta che la storia, implacabile e ferocemente neutrale manipolatrice, ha attuato su ciò che sarebbe dovuto accadere, sulle conquiste femminili o su tutte quelle arrivate con molto ritardo, e portando in scena una visione sobillante e un tributo a quei diritti di pensiero e azione che devono essere strappati dalle donne direttamente dalle mani di chi ancora oggi si ostina a portare avanti una politica di emarginazione sistematica, alle volte chissà, magari soltanto per una colpevole pigrizia e una chiusura mentale originata da una piatta quanto letale abitudine a concezioni ormai più che logore, oltre che errate.
La nostra realtà, per quanto negli ultimi decenni il gender gap nelle competizioni scacchistiche si sia notevolmente assottigliato, vede talvolta resistere vecchi stereotipi e luoghi comuni sulla presunta inferiorità femminile in questo gioco, in certi casi riconducendola (addirittura!) ancora a motivi di ordine psicologico o cerebrale. In un articolo dello scorso anno, apparso sul The Guardian, Judit Polgár, divenuta a inizio anni ’90 la più giovane Gran Maestro al mondo, a soli quindici anni, ha fatto dichiarazioni rilevanti a tal proposito. L’intervistata ha affrontato il tema della supposta diversità nel modo di pensare e di competere, sottolineando in modo limpido, e purtroppo non scontato come dovrebbe essere, che anche la prova di una differenza di questo genere non avrebbe alcun significato, poiché al di là delle modalità di riflessione una donna può chiaramente raggiungere gli stessi identici risultati di un uomo, che si tratti di scienza, arte o scacchi. La scacchista ha anche affermato che non avrebbe mai raggiunto tali livelli se fosse stata interessata a vincere soltanto i titoli delle competizioni esclusivamente femminili, poiché è imprescindibile che si inizi sin da subito a gareggiare negli Open, per poter maturare fronteggiando colleghi maschi i quali, grazie ad una maggiormente consolidata consuetudine culturale, sono leaderin questa disciplina.
La campionessa si dichiara dunque assolutamente contraria alla segregazione in un momento in cui, sfortunatamente, si investe ancora molto nell’istituzione di gare prettamente femminili, quando invece, cito testualmente: “L’obiettivo dev’essere quello di far competere donne e uomini l’uno contro l’altro, sullo stesso piano”. La risoluzione più illuminante potrebbe però essere ricercata nelle dichiarazioni fatte a distanza di anni dal Gran Maestro Garry Kasparov, che nel 1989 ha affermato, riferendosi alla Polgár, “Ha molto talento negli scacchi, ma dopotutto è una donna. Tutto si riduce alle imperfezioni della psiche femminile. Nessuna donna può sostenere una battaglia prolungata” e che invece, successivamente, dopo una sconfitta subita proprio contro la giovane campionessa al gioco rapido, ha sostenuto che “le Polgár hanno dimostrato che non ci sono limitazioni intrinseche alle loro capacità: un’idea che molti scacchisti rifiutarono di accettare, fino a quando non furono schiacciati senza troppe cerimonie da una dodicenne con la coda di cavallo”.
Kasparov è oggi uno dei due consulenti tecnici de La regina degli scacchi ed è chiaro che nel mondo reale come in quello della fiction la fondamentale questione dell’equità non possa e non debba essere ignorata. Ma la forza di questa serie risiede nella scelta di trattare argomenti importanti e grevi tematiche conservando una grazia distinta, e una scioltezza, che l’accompagna sin dal principio della narrazione, e nel giungere a una fase conclusiva che nel racconto degli ultimi avvicendamenti della trama, per quanto più rilassato rispetto allo sviluppo di quest’ultima, approda al suo culmine emotivo senza apparire pedante o ruffiana, elargendo momenti edificanti e commoventi, e immaginando luminose prospettive.





La regina degli scacchi

soggetto tratto da La regina degli scacchi
di
Water Trevis
ideatore Scott Frank, Allan Scott
regia Scott Frank
sceneggiatura Scott Frank
con Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Marielle Heller, Harry Melling, Thomas Brodie-Sangster
fotografia Steven Meizler
musiche Carlos Rafael Rivera
produttore Marcus Loges, Mick Aniceto
casa di produzione Flitcraft Ltd, Wonderful Films
distribuzione Netflix
paese Stati Uniti d’America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2020
durata 7 episodi  da 46-67 min.

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