“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Giovedì, 09 Luglio 2020 00:00

“The End of the F***ing World” e la sua poetica riuscita

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The End of the F***ing World è una creazione narrativa speciale, fra quelle che invitano ad entrare con molta naturalezza nella dimensione di senso di un’opera creativa, la quale non finirebbe mai per esaurire il suo contenuto di riflessioni, emozioni e dubbi esistenziali, persino alla data dell’ennesima visione del prodotto da cui questi siano veicolati.

La forma interiore e quella esteriore di James ed Alyssa, interpretati rispettivamente dai lodevolissimi Alex Lawther e Jessica Barden, i due protagonisti e insieme fulcro unico di questa forsennata e approfondita visione, sovrasta e insieme collima con l’estensione dello spazio fisico, gli antri domestici, le anguste prospettive di luoghi pubblici e i larghi paesaggi dall’aria a tratti statunitense, in un’ambientazione britannica legata concettualmente all’idea solo pallida di una lontana provincia o un imprecisato altrove, poiché marcata dall’assenza di identificazione con un luogo ed una realtà sociale nello specifico.
Questo scenario oggettivo e a un tempo psicologico della serie, basata sull’omonimo fumetto di Charles Forsman, pubblicato in Italia da 001 Edizioni, non prevede veri confini e attinge, per l’appunto, all’interezza del nostro fo***to mondo, incanalato nella più introspettiva e intima relatività del soggetto umano e perciò nella sua più integra ampiezza, sulla scia di un’appannata atmosfera dal sapore retrodatato ma anche pienamente calata nel nostro oggi, la quale riporta a sentori familiari ed estranei, al vecchio e alla modernità che coesistono in una dolcemente orrenda, compassata e narcotizzata placidità, sfondo del quotidiano tanto quanto della tragedia che in esso è racchiusa. Ma i due diciassettenni tentano di prendere le distanze da questa placidità, afferrando con mano incerta e disperata le redini nuove e già consunte del loro stare al mondo, e affrontando con una sconsiderata e improvvisata libertà d’azione le drammatiche conseguenze della fuga da casa. Il principio della storia è come l’abbaglio di un faro nell’oscurità, e l’avvicendarsi estremamente ritmato degli accadimenti trascina lo spettatore in un rivolgimento continuo, il quale comporta sensazioni e impressioni che ci si sarebbe perfettamente aspettati, eppure subito del tutto spiazzanti, diverse, inattese.
Una probabile psicopatia di James, ipotizzata dal ragazzo stesso, funge da innesco delle esigenze di Alyssa, che immediatamente si avvicina a lui, attratta da quel compagno di scuola che alle spalle ha già dei segreti, per lei ancora sconosciuti, e che si sente intrappolato in una convivenza priva di qualsiasi attrattiva con un padre smanioso di godere allegramente di qualsiasi semplice dono una vita monotona e inquadrata possa offrire, a lui come a suo figlio. Se James sembra vivere su un pianeta diverso da quello a cui tutti gli altri si ostinano ad adattarsi, il cocente disagio della giovane abbandonata dal padre, che a casa mal sopporta una madre disinteressata e l’irritante, infido compagno borghese di cui quest’ultima è succube, si manifesta in un apparente menefreghismo e in un’aggressività caratteriale rivelata attraverso l’estremizzazione della convenzionale bellicosità dei suoi anni.
Dal canto suo James, che sente inizialmente di non provare emozioni di alcun genere e che da questo punto di vista crede di trovarsi al capo opposto del filo che inizia a legarlo ad Alyssa, accetta di unirsi a questa non programmata avventura con uno scopo originale, e particolarmente inquietante, nella mente. Ma si tratta di un proposito che non resta misterioso per molto tempo, perché subito dichiarato ai fruitori della serie alla stregua degli altri più incisivi pensieri dei due protagonisti, attraverso la voce fuori campo degli stessi ragazzi, la quale interviene costantemente nel corso della narrazione per palesare le loro coscienze con brevi ed essenziali sentenze.
Ma la magnetica attrazione fra Alyssa e James si trasferisce sin dalle prime battute sul piano di interazione fra lo spettatore e i due personaggi principali, e il coinvolgimento di chi guarda scorrere sullo schermo un destino preannunciato e al contempo risolto in una rinnovata realtà è persistente, in grado di prendere in contropiede e lasciare un’impressione spessa, solida e inconfondibile, attingendo da una rarefatta, appena accennata ironia, l’amarezza delle tante conseguenze di un’esistenza imposta, che non riesce a rispecchiare l’inclassificabile identità di ciascuno.
Scadere nel trito psicodramma adolescenziale consumato nel rigetto e nella tensione verso quell’età adulta che promette di condurre tutti alla rovina non sarebbe stato molto difficile, invece The End of the F***ing World sposta i problemi collettivi e individuali su di un piano a sé stante, sotto uno sguardo lucido e indefinibile al tempo stesso, intrecciando punti di vista soggettivi e oggettivi dietro un alone di sana e spontanea, ma anche morbosa ossessione sentimentale, che sola libera da quel senso innato e generico di oppressione, aggravato e falsato da arbitrarie regole e meccaniche cinghie morali. In questo lavoro di narrazione pensato e cercato con un vivido interesse, che presenta eterogeneità nelle differenti parti del racconto e una potente organicità nel trattamento di tutte le sfumature della condizione umana, il ritmo serrato degli avvenimenti registra un cambio di tenore nella seconda e ultima stagione, brillantemente riallacciata alla prima, allentando fortemente le maglie del suo tessuto e accompagnando la prosecuzione degli eventi con un respiro più paziente, che si discosta dall’avvicendamento frenetico dei primi episodi e mantiene concentrato il palpitio della scoperta, dando probabilmente il meglio di sé in questo sedimentarsi delle violente emozioni sprigionate in precedenza.
Proiettato attraverso la potenza dell’immagine, lo spezzettato sfondo musicale e sonoro è metabolizzato da quest’ultima, e la percezione aberrante o pregnante dell’umano viene generata in una visione surreale di più ampio significato e veloce percezione. Le puntate, così cariche e pulsanti, si affrontano perciò con una scioltezza davvero singolare, mentre la disarmante interiorità dei terribili, erotici e teneri protagonisti viene data alla luce e plasmata da due attori che hanno saputo commuovere facendo danzare superbamente sul proprio volto una miriade di emozioni diverse in una sola occhiata, in un lieve piegamento delle labbra o nella imperturbabile fissità di un viso che tenta di essere estraneo alla mente e all’anima, tradendo in verità un turbolento e quasi sempre contratto stato mentale. Questa serie televisiva, che va assolutamente vista, con apertura e attenzione, si fonda anche su di un ripetuto movimento di  lacerazione fra il tempo della storia e quello del racconto e ri-sintonizzazione dell’uno sull’altro. In esso il varco introspettivo è mantenuto incessantemente aperto, quale base portante della forma di un simile astratto cammino, continuando a  stupire, confondere e suggestionare come se si trattasse di una componente inedita e non di un vecchio, sfuggente dilemma, e mutando in quel gravido bacino nel quale una speranza di liberazione potrebbe forse essere ricostituita.
Il lirismo di quest’orizzonte narrativo è come quello freddo e sconosciuto, e ad un tempo rincuorante e dolcemente tiepido, che si staglia al di là del mare, davanti ai due ragazzi seduti sulla spiaggia alle prime luci di un mattino dai riflessi metallici. È lì che i due restano per qualche istante, senza sfiorarsi, a contemplare gli stessi limiti e lo stesso infinito appartenenti al tumulto che sentono dentro, nel punto di svolta di un mutevole percorso che li conduce sempre più lontani da casa e li avvicina dolorosamente a loro stessi.
Ben oltre la vaga lungimiranza dell’epilogo di questa storia e di tutte le altre, se un lavoro tale si potesse riassumere in un solo dettaglio, fra tanti emergerebbe senz’altro l’espressione della soave ma indurita Alyssa, con i suoi occhi sempre rivolti al cielo, o meglio, quasi ad un agognato e temuto cielo, nell’impeto di una logorante e urlante frustrazione che non trova sfogo nel guardare altrove, ma che spera di scacciare via quella forza negativa in un improbabile, inespugnabile recesso dello spirito.





The End of the F***ing World
ideatore
Jonathan Entwistle
regia Jonathan Entwistle, Lucy Tcherniak
sceneggiatura Charlie Covell
con Jessica Barden, Alex Lawther, Gemma Whelan, Wunmi Mosaku, Christine Bottomley, Steve Oram, Jonathan Aris, Navin Chowdhry, Barry Ward, Naomi Ackie, Josh Dylan
fotografia: Justin Brown, Ben Fordesman
musiche Graham Coxon
produttore Kate Ogborn
casa di produzione Clerkenwell Films, Dominic Buchanan Productions
distribuzione Netflix
paese Regno Unito
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2017-2019
durata 16 episodi da 19-25 min. (2 stagioni)

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