“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Lunedì, 15 Giugno 2020 00:00

Alberto Sordi. Storia di un italiano all’estero

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La filmografia dell’attore di cui oggi ricorrono i cento anni della nascita è sterminata e qui ci limiteremo a lambirla. Da archivista lungimirante quale è stato, Alberto Sordi ha antologizzato se stesso e il suo lavoro in quel celebre programma televisivo, Storia di un italiano, che lo ha fatto conoscere meglio anche a coloro che non avevano potuto vedere il pernacchio dei Vitelloni al cinema.

Per semplificare, ripercorreremo la sua storia in una manciata di film privilegiando, nella galleria dei suoi personaggi, alcuni aspetti di quello che potremmo retrospettivamente chiamare il “vitellone erasmus”, ossia quei film in cui Sordi interpreta un certo tipo di eterno adolescente italiano all’estero.
Come fa notare Alberto Anile nella sua recente monografia dal semplice titolo Alberto Sordi, spesso si sbaglia a considerare i suoi personaggi ritratti dell’italiano medio. L’italiano medio è solo un punto di passaggio nell’ansia enciclopedica con cui l’attore e regista romano si propose di afferrare e mostrare l’italiano totale nelle sue tante declinazioni che vanno dalla vecchia volpe al nuovo mostro. Non potevano mancare i non rari casi in cui questa pianta fragile o robusta (a seconda delle opinioni) si trova a crescere in terra straniera. Fatto l’italiano, insomma, bisognava disfargli l’Italia tutt’intorno per vedere cosa restava di essenziale e non accidentale.
In film molto diversi fra loro, fra cui I magliari di Rosi o Bello, onesto, emigrato Australia... di Zampa, vediamo forse qualcosa che possiamo definire come emigrazione classica: l’italiano gran lavoratore e/o imbroglione che va all’estero per guadagnarsi in qualche modo il pane e ricrea il suo spicchio d’Italia in certi particolari luoghi di ritrovo, siano essi i bar o la parrocchia. È ancora l’emigrante che si rispecchia nella descrizione che anni prima Carlo Levi aveva dato del contadino lucano a New York: indifferente al luogo che l’ha accolto, ci vive come vivrebbe anche altrove; e quando torna in Lucania “è quello di prima, come una pietra su cui sia passata per molto tempo l’acqua di un fiume in piena, e che il primo sole in pochi minuti riasciuga”. Succede anche nella parabola di Un italiano in America, dove il benzinaro viterbese Giuseppe Marossi è catapultato negli USA in maniera che forse suonava più improbabile allora che oggi: direttamente in uno studio televisivo dove ad aspettarlo c’è suo padre. Dopo una serie di peripezie attorno al sogno americano, finirà per fare il benzinaro sul Mississippi.
Il migliore tra questi film è certamente quello di Rosi. Qui la pianta è talmente radicata in un terreno ancestrale e malavitoso da riprodursi perfettamente uguale in tutt’altro clima, come in serra. Una situazione che ritroviamo in Mafioso, di Lattuada, dove il dramma dell’emigrazione risiede solo nel fatto che, a dispetto delle apparenze, il trasloco non ha sufficientemente spiantato e trapiantato l’emigrante, il quale si ritrova in America nei panni scomodi del mafioso pronto a pagare vecchi debiti in un’angosciante vita parallela. Qualcosa di simile, più recentemente, l’abbiamo vista nel dramma di Claudio Cupellini Una vita tranquilla, con Toni Servillo e Marco D’Amore protagonisti di una storia in cui il passato ritorna sempre e non è una terra straniera, ma il borgo natio.
Molto meno tipica è la situazione di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, di Scola. Pare la riscrittura del conradiano Cuore di tenebra (una decina d’anni prima di Apocalypse Now), ma in chiave buffa, tanto è vero che l’altra fonte d’ispirazione, secondo alcuni, sarebbe un certo Topolino e il Pippotarzan, fumetto del 1957. Qui l’Africa è il tipico luogo esotico, generico e genericamente ostile, tanto è vero che a storcere di più il naso su questo film sono certi blogger e cinefili angolani, perché fu girato in Angola, però il lunghissimo titolo non lo dice; perché fra un’inquadratura e l’altra i personaggi percorrono irrealisticamente migliaia di chilometri, ma se ne accorge solo chi conosce quei luoghi; e poi perché in piena capitale (anche se Luanda all’epoca era colonia di Lisbona) Sordi si aggira in tenuta da safari, che è un po' come andare a Milano col colbacco in piena estate (ma non tutti i blogger angolani conoscono Totò e Peppino).
Poi ci sono i film del filone vacanziero, quello che negli anni ’80 si sarebbe ribattezzato filone Va(ca)nzina (per via dei figli di Steno che lo rilanciarono). Fra questi spicca Brevi amori a Palma di Majorca. Qui la credibilità sociologica degli italiani in ferie alle Baleari risulta noiosetta, mentre il colpo di genio di Sordi sta proprio nell’essersi inventato un personaggio incredibile come il disco volante dell’omonimo capolavoro di Tinto Brass: lo zoppo Anselmo Pandolfini che attraversa la scena come un UFO e dà vita a un’operetta altrimenti moscia.
Ma sono almeno due i film in cui Sordi più si avvicina alla figura dell’espatriato temporaneo e nostro contemporaneo, in cui la sua esperienza somiglia a quella di un ragazzone del secolo XXI in libera uscita: Il diavolo, di Gianluigi Polidoro, e Fumo di Londra, che nel 1966 lo vide debuttare nella regia. In entrambi i casi Sordi non è più un ragazzo (fisicamente non lo è mai stato) e va all’estero per brevi occasioni professionali, però vive qualcosa di molto simile a una gita tardiva in due delle mete formative per eccellenza: la Scandinavia della libertà sessuale e la Londra che proprio in quegli anni stava diventando la Mecca di ogni successiva generazione di studenti poco “padroni daa lingua”. Così Sordi si misura, stavolta centrando in pieno una certa idea di italiano medio, con il complesso d'inferiorità del borghese nostrano al cospetto di una classe media straniera vista sempre come più solida, ricca, colta e progredita. A questo senso d’inferiorità geosociale si aggiunge un’aggravante che oggi diremmo di genere: questa combinazione di ricchezza, progressismo e superiorità intellettuale l’uomo medio (anche anagraficamente) italiano se lo ritrova concentrato nell’universo femminile, che proprio per questo motivo gli si presenta come promessa e minaccia costanti.
Nel film di Polidoro ambientato in Svezia, per esempio, la proliferazione di bionde sempre apparentemente disponibili e poi improvvisamente sfuggenti tocca vette di onirismo e di grottesco tali da ricordare, sia pure con tutte le ovvie differenze del caso, un film che l’amico Fellini avrebbe fatto molti anni dopo: La città delle donne. Alla base c’è l’humus culturale dei miti in cui il maschio di turno viene sbranato dalle dee o sacerdotesse che gli capita di spiare, oppure l’eterno Don Giovanni sull’orlo dell’inferno, un inferno che a quelle latitudini nasconde le sue fiamme sotto la sottile lastra di ghiaccio del lago gelato da cui verrà riscattato in elicottero nel finale. Lo stesso tipo di smacco ritorna nel suo film londinese, dove l’amore idealizzato per una nazione aristocratica come il Regno Unito si squaglia come neve al sole di fronte a un’aristocrazia farlocca, che traffica oggetti d’arte falsi, e a una gioventù ribelle senza causa, che se le dà di santa sragione in risse rituali tristemente alternative alle orge immaginate.
Lo psicologo olandese Geert Hofstede ha disegnato in un semplice grafico le oscillazioni del nostro umore quando ci addentriamo nei meandri dei rapporti interculturali, e naturalmente non si tratta di un fenomeno solo italiano. Il grafico ha una linea che parte molto in alto su un asse cartesiano: è il punto iniziale del nostro entusiasmo, ma cade subito a picco per poi rialzarsi a fatica e lentamente sfociare in una stabilità emotiva disegnata da una coda triforcuta, dove solo una piccola parte degli acculturati recupera la metà dell'entusiasmo iniziale, mentre gli altri si accontentano di tirare a campare.
A proposito di acculturazione, il fenomeno avviene anche quando si fanno "vacanze intelligenti" in patria (la Biennale di Venezia può essere terra incognita) o nei trasferimenti all’estero virtuali, cioè quando la cultura d'arrivo è solo vagheggiata da lontano. In effetti, nel caso di Sordi, c’era già tutto in Un americano a Roma, satira dell’Italia che, messa da parte la retorica nazionalista e autarchica del fascismo, abbracciava l’idea forse non meno retorica dell'eterno ritardo da recuperare rispetto a treni che stavolta non arrivavano più in orario, ma passavano drammaticamente in anticipo lasciandoci a terra. Anche quei mesti ritorni a casa dalla Svezia e da Londra hanno il sapore rassicurante eppure amarognolo dei macaroni mandati giù dopo aver sognato altre prelibatezze, frutto di una nouvelle cuisine pasticciona che rende improbabile o inopportuna ogni possibilità di innovazione, perché casca come il cacio sulla marmellata.

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