“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 07 Marzo 2020 00:00

“Roma città aperta”, capolavoro del nostro dopoguerra

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Gli addetti ai lavori del cinema italiano del dopoguerra, come registi e sceneggiatori, si differenziano dal genere che ha contraddistinto gli anni del regime fascista perché non intendono rappresentare una società ideale bensì proporre un’immagine del tempo: la cinematografia si fa specchio della società e cassa di risonanza dei problemi relativi al periodo precedente che si affacciano in modo drammaticamente nuovo.

Registi e sceneggiatori di questa fase (1945-50) vengono convenzionalmente accomunati sotto l’etichetta di Neorealismo. Di neorealismi, tuttavia, ne sono esistiti tanti, quasi uno per ogni autore. Difatti, la stragrande maggioranza degli storici del cinema ritiene che il Neorealismo non sia un movimento nato o progettato a tavolino, tra quattro o cinque intellettuali che un bel giorno decidono di partorire un progetto, ma una spontanea, fisiologica reazione ai tabù e alle imposizioni degli anni precedenti. D’un tratto si comincia a respirare una fame di realtà. Lino Aulenti in merito: “Il Neorealismo ha il coraggio di prendere la cronaca ed elevarla a Storia. Esso ricompone i frammenti di una realtà ridotta in maceria e, così facendo, restituisce dignità a persone e avvenimenti che questa dignità non sapevano più di avere”.
Un altro punto su cui non solo gli studiosi del cinema, ma anche gli storici e gli economisti, si trovano concordi, è che proviene proprio dal cinema uno dei primi segnali di rivincita e ricostruzione sulle macerie di un’Italia devastata dalla guerra. Diversi i registi che si affermano in campo sia nazionale che internazionale: tra questi Rossellini, De Sica, Visconti, De Santis, Castellani e Zampa. Soltanto i primi tre, però, riescono a compiere un salto di qualità tanto da diventare le tre stelle comete del cinema italiano del dopoguerra.
In questo breve approfondimento sceglieremo uno solo dei film simbolo del Neorealismo italiano: Roma città aperta di Roberto Rossellini.
Girato nel 1945, Roma città aperta va incontro a un successo trionfale soprattutto all’estero, in particolare negli Stati Uniti d’America. Si pensi che in molte sale cinematografiche di New York City il film resta per ben due anni in cartellone: tale successo nella Grande Mela si deve, oltre che allo spessore culturale, alla straordinaria concentrazione di emigranti italiani.
In Italia, dopo una fredda accoglienza iniziale, Roma città aperta comincia a essere apprezzato e a incassare a partire dal 1947. Molto giocano, in tal senso, la grande ammirazione suscitata al Festival di Cannes e la candidatura all’Oscar (per la migliore sceneggiatura).
In questa pellicola, come in molte altre del dopoguerra italiano, il regista racconta, in forma corale, le dinamiche e le trasformazioni nella vita degli italiani, nei comportamenti e nella mentalità collettiva, in forma di “diario pubblico”.
Superfluo ricordare la trama, ormai nota e arcinota. Ci preme invece sottolineare la distanza di questo lavoro dai canoni dei film neorealisti che lo seguirono, come Ladri di biciclette di Vittorio De Sica e La terra trema di Luchino Visconti (per citare due capolavori). Roma città aperta si presenta infatti atipico, da un lato per la storia che si svolge durante la guerra e non dopo, dall’altro per la presenza di due popolari attori già affermati come Anna Magnani (memorabile il suo urlo “Francesco” durante la corsa verso la macchina prima che venga trucidata dal mitra tedesco) e Aldo Fabrizi, nei panni di don Pietro Pellegrini (personaggio ispirato a Giuseppe Morosini, il sacerdote che a Roma fu ammazzato dai nazisti). Entrambi gli attori, fino a questo momento, si sono distinti soprattutto per ruoli comici o brillanti.
Pagine intere si potrebbero spendere su Roma città aperta, sceneggiato da Rossellini insieme a Sergio Amidei e a un giovanissimo Federico Fellini. Ci limiteremo, tuttavia, a queste poche considerazioni, nella speranza che bastino a far cogliere al lettore il valore artistico bellezza di questo film, indiscusso gioiello di Rossellini, capolavoro del cinema italiano, che tutti noi dovremmo contribuire a preservare e di cui dovremmo andare orgogliosi.





Ciak si (ri)gira − Quarant’anni di cinema italiano (1945-1985)
Roma città aperta
regia
Roberto Rossellini
soggetto Sergio Amidei, Alberto Consiglio
sceneggiatu­ra Sergio Amidei, Federico Fellini, Roberto Rossellini, Celeste Negarville, Ferruccio Disnan
con Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Marcello Pagliero, Nando Bruno, Turi Pandolfini, Eduardo Passarelli, Maria Michi, Carla Rovere, Francesco Grandjacquet, Giovanna Galletti, Harry Feist, Vito Annichiarico, Amalia Pellegrini, Carlo Sindici, Alberto Tavazzi, Ákos Tolnay, Joop van Hulzen
fotografia Ubaldo Arata
musiche Renzo Rossellini
produttore Ferruccio De Martino
casa di produzione Excelsa Film
paese Italia
lingua originale italiano
colore bianco e nero
anno 1945
durata 100 min.

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