“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Giovedì, 02 Gennaio 2020 00:00

“Il regno d’inverno”: narrare il mondo senza far rumore

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Alla luce dei caminetti accesi nelle stanze di una casa scavata nella roccia in una sperduta cittadina dell’Anatolia, i componenti di una famiglia si guardano negli occhi e parlano. Parlano per tutto il film, mentre il fuoco imprime sagome d’ombra sui muri di pietra ocra e, al di là delle finestre, si apparecchiano distese di cavalli vinti e neve indomabile.

Gli esterni inospitali e i morbidi arredi ci danno la sensazione visiva che la storia si svolga in un castello che sta sull’ultimo chilometro quadro prima della fine del mondo. Se è vero che l’occhio vuole la sua parte, questo film gliela dà senza risparmio.
La sceneggiatura ha un taglio teatrale ed è scandita da un pianoforte malinconico che mi dà l’impressione di accompagnare qualcosa che sta per finire per sempre. Non perché si è rotta, ma perché non può funzionare, non poteva funzionare dall’inizio dei tempi.
Quasi non c’è azione, in questo film. Ma l’azione non è necessaria perché duecento minuti passano in un attimo, perché cosa sono tre ore, se le trascorrete dentro un albergo muto, se dividete i pasti con i suoi abitanti, le loro coperte, le loro ciabatte? A parte le mura di roccia che costituiscono le pareti delle case, a parte un silenzio di quelli che si condividono solo con i cani e le lepri, siamo molto vicini al nostro mondo. Ed ecco la grandezza di questa pellicola: l’essere fuori dallo spazio e dal tempo, pur restando assolutamente contemporanea. “Parla del tuo villaggio e parlerai al mondo”, scrisse Tolstoj. Nel microcosmo della Cappadocia contemporanea, si rappresenta l’uomo di tutti i tempi, la coppia di tutti i tempi, la famiglia di tutti i tempi, il rapporto fra tutti i padroni e tutti i servi, fra i potenti e i sottoposti, i possidenti e gli indigenti, gli idealisti e i materialisti, i passionali e i prudenti.
Forse, non è nemmeno un film, questo: è teatro, o addirittura un racconto sussurrato alle nostre orecchie che, come quelle dei bambini prima di dormire, si sono arrese alla storia perché sanno che la storia della sera è la fine del giorno. Così, questo film suona la parola “fine” delle discussioni sul giusto e sullo sbagliato, sul possibile e l’impossibile, sulla bontà e sulla viltà. Il contrasto sui grandi temi non ha soluzioni, non prevede accordi – all’interno di una famiglia più che altrove. Ma chi riesce a spiegare i propri punti di vista senza urlare riesce anche a comprendere la propria debolezza. Riesce a perdere con onore. Chi non grida, può udire le parole dell’altro.
Magistralmente, la dichiarazione d’amore finale è proprio un’ammissione del grande senso d’impotenza dei potenti, che ne vengono investiti come noi tutti, ma che essi non possono dichiarare.
Sul nostro calendario è ancora presto, ma nel Regno d’inverno sta già nevicando. Sotto quella neve, lentamente e silenziosamente, i volti di quei personaggi vi daranno la prova che il cinema rappresenta ancora qualcosa. Che può dire qualcosa di vero, senza fare rumore.





Retrovisioni
Il regno d'inverno - Winter Sleep (Kış Uykusu)
regia
Nuri Bilge Ceylan
soggetto e sceneggiatura
Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
con Haluk Biginer, Melisa Sözen, Demet Akbağ, Ayberk Pekcan, Tamer Levent, Serhat Mustafa Kiliç, Nejat İşler, Nadir Saribacak, Mehmet Ali Nuroğlu
fotografia Gökhan Tiryaki
montaggio Nuri Bilge Ceylan
musiche Daniel Gries
produzione Sony Pictures Classics
distribuzione Lucky Red
paese Turchia, Francia, Germania
lingua originale turco
colore a colori
anno 2014
durata 196 min.

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