“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 31 Ottobre 2019 00:00

La risata di Joker ci seppellirà

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Joker è Il film di cui più si parla in queste settimane di principio di autunno. Dall’affermazione all’ultimo Festival del Cinema di Venezia ai “tutto esaurito” in molte sale del nostro Paese (e non solo), alle svariate critiche − ufficiali e non, strutturate o improvvisate − la risata incontrollata di Arthur Fleck si espande col sapore amaro del trionfo che sa di essere effimero.

I punti salienti di questo film sulla genesi di Joker su cui vale la pena soffermarsi sono molteplici, ma la risata è a mio avviso il più rilevante (oltre che, probabilmente, il meno battuto), per il significato psicologico e sociale che contiene ed esprime. Veicolo di unicità, di diversità, di disadattamento, di disagio, di (auto)estromissione, sintomo di malattia psichiatrica, la risata di Arthur è fuori contesto – egli ride quando le battute dei vari comici che segue in tv e che si reca a vedere nei locali non fanno ridere, e non ride, invece, quando le altre persone del pubblico ridono sonoramente. Inoltre, la sua risata è fuori dal tempo: essa sembra provenire da un periodo e da un luogo remoti, interni al corpo e all’essere, come se fosse un semi-urlo arcaico che provi ad uscire a singhiozzi, con fatica, da una caverna. La risata addiviene infine a senso ontologico: esprime l’essenza stessa – isterica, violata, priva di luce possibile – del protagonista.
Siamo nel 1981, a soli cinque anni dall’ambientazione di quel capolavoro di Scorsese che è Taxi Driver; cui il regista, Todd Phillips, esplicitamente, si ispira, e di cui prende anche alcune scene e caratterizzazioni che De Niro rese immortali: dal colpo di pistola alla tempia, ripetuto in Joker prima dalla sua vicina che diverrà per brevissimo tempo sua amante, poi dallo stesso Fleck, all’arma che diviene strumento di presunto riscatto per entrambi, all’ossessione di vendetta verso una persona celebre (il conduttore, nel caso di Fleck, il senatore, nel caso di Travis Bickle). L’omaggio è così esibito da significare una pubblica ispirazione e un tributo a uno dei film che meglio hanno rappresentato il disagio psichico ed esistenziale di una persona che si trova (per motivi diversi da quelli di Arthur) ai margini della società: Travis è, di fatto, un reietto, vittima degli incubi di una guerra atroce.
E anche Arthur Fleck è un reietto, un giovane povero e solo, senza presente, senza futuro e senza neanche un passato, elemento temporal-emotivo che influenza gli altri due. Vive in una palazzina fatiscente e ultra-popolare nella periferia di Gotham City con la madre costretta a letto: madre che lo chiama Happy, fin da quando egli era piccolissimo. La crudeltà del destino, e della malattia mentale, mostra il passaggio patetico tra il soprannome, significante allegria, di Arthur e la sua storia tremenda, che segna senza dubbio, almeno in parte, la sua vita mesta, senza prospettive, il suo stato d’animo infelice, la sua figura impacciata, la sua psiche deteriorata, la sua risata convulsa e asincronica, perciò definibile, appunto, ridicola.
Arthur Fleck vorrebbe fare il comico, un po’ perché immagina di soddisfare e compiere, così, il destino legato al soprannome che la madre ha scelto per lui (e forse, chissà, per accontentarla), un po’ probabilmente per sfuggire a una vita piatta, svilente, quando non disperante. Arthur Fleck vorrebbe fare il comico, ma non suscita risate: suscita invece pietà e derisione, perché la sua tristezza è abissale, priva di capacità di catarsi, priva di capacità di confrontarsi con i canoni ritenuti normali – e spesso mostrati come spietati e brutali – del mondo prevalente, un mondo iniquo e cattivo. Arthur è in fondo un’anima pura e le sue violenze originano dalle violenze che egli subisce, perché è visto come un uomo debole, ridicolo, e quindi viene spesso attaccato. È difficile non solidarizzare con lui, quando, travestito da clown, malmenato brutalmente in metropolitana, senza motivo, da tre giovani professionisti rampanti, per reazione, li uccide. È difficile non solidarizzare con lui anche se, a quel punto della storia, non si sa ancora che la madre è una schizofrenica, una mentitrice seriale, rinchiusa da giovanissima in manicomio; che lui è stato adottato e quindi, oltre a non sapere con sicurezza, da sempre, chi sia il padre, non lo saprà a un certo punto affatto; e inoltre, non saprà neanche chi sia la madre. È difficile non solidarizzare con lui anche se ancora non si sa che da infante è stato picchiato e forse anche violentato da un fidanzato della madre malata di mente. I motivi del dolore di una vita, e del distanziarsi della mente da una condivisa e socialmente accettata “normalità”, o sanità, sono sempre da ricercarsi in più cause. Qui si può dire che ci sono forse tutte: quella genetica, quella ambientale, quella sociale, quella psicologica, quella fisica, quella economica, quella contestuale. E nonostante questo, finché Arthur non verrà a conoscenza della pazzia della mamma e del fatto che lei non lo è, sua madre, cercherà di (in)seguire il suo sogno, sarà sempre presente per lei, proverà a curare le sue stesse problematiche psicologiche (già presenti da tempo, seppur in maniera non invalidante o devastante) andando da un’assistente sociale o terapeuta. Ci andrà, seppur di mala voglia, ma sapendo che quella è per lui una piccola speranza, finché i soldi stanziati per la pubblica assistenza di persone con disagi verranno meno. C’è una certa denuncia sociale, mi pare di vedere, da parte del regista e questo è uno degli elementi positivi del film – tralasciando la meravigliosa interpretazione di Phoenix, che sembrerebbe avere molte chance, allo stato, di vincere l’Oscar come miglior attore.
Tornando alla storia, Fleck tenta in tutti i modi di assistere la madre, lavorare per mantenere entrambi, sognare un futuro in tv da comico, curarsi, in qualche modo, quando un giorno viene derubato del suo cartello di clown di strada per riprendere il quale insegue dei feroci ragazzini che lo picchiano selvaggiamente. Egli accetta ingenuamente, a seguito di tale episodio, una pistola regalatagli da un uomo con cui lavora in un’agenzia di attori, clown, cabarettisti, che ha saputo del pestaggio. Purtroppo, senza cognizione, si porta dietro l’arma in un ospedale in cui lavora come clown per bambini malati, perdendola mentre fa il suo show. Ciò determina il suo licenziamento e la sua muta disperazione. E proprio quella sera l’aggressione da parte dei tre fa sì che la pistola appena ricevuta, senza averla richiesta o cercata, lo vendichi. Quello è l’inizio della fine. Una volta valicato il limite dell’anti-umano, infatti, di cui la morte rappresenta l’esempio più chiaro e paradigmatico, il comportamento violento in senso assoluto, fuori controllo, è sdoganato, liberato, reso lecito, perché reso reale, vero. E diviene, quindi, replicabile. Gli omicidi, la violenza, l’apocalisse finale sono un susseguirsi più o meno casuale di un’esplosione emotiva, e poi sociale, e poi di nuovo interiore e poi attoriale, e poi politica, che deriva dal dolore delle brutalità ricevute nel corso della sua vita e dalla scoperta drammatica di avere una genitrice pazza, bugiarda, manipolatrice, che neanche lo ha generato e che Arthur uccide mentre è costretta in un letto d'ospedale. Per cieca rabbia e vendetta, per tutto ciò che di drammatico e folle Arthur ha vissuto e subito per causa sua, ma forse, ancora di più, per disperazione, per la sua vita che anziché risalire la china, sprofonda, con questi disvelamenti, verso un abisso senza ritorno.
Il film è di buon livello, ma non è un capolavoro. Si dà il caso, però, che il film “è” Joaquin Phoenix, e lo è per una scelta precisa che parte dalla regia e passa per la sceneggiatura. Phillips sceglie un’ottima fotografia e una convincente colonna sonora. Altro merito, il finale: lo lascia aperto, facendoci interrogare sul reale accadimento degli eventi narrati. Nell’ultima scena si vede Arthur, oramai privo di controllo, ricoverato in una clinica psichiatrica e ancora folle omicida. Il dubbio che tutta la storia si sia svolta solo nella sua mente ci assale in maniera prepotente.
Phillips manovra bene le emotività degli spettatori, ma, ancor più, lascia sottotraccia una serie di messaggi importanti: dalla critica alla facilità del possesso e uso delle armi, al mettere in guardia, in qualche modo, le persone dal giudicare chi viene ritenuto folle, fuori dal mondo. Ci sono viltà e azioni peggiori di quelle di Joker, perché gratuite, e perché provenienti da persone che non hanno motivi, oggettivi e soggettivi, di provare acredine o esercitare violenza verso gli altri. E non si tratta certo di giustificare gli omicidi di Fleck, ma di ricomprenderli in una dinamica così precipua e drammatica da far loro trovare un senso possibile, la comprensione e, quindi, in ultima analisi, una possibile assoluzione immanente che farebbe tornare nell’alveo dell’umano sentire una persona che per i traumi vissuti è stato da esso scaraventato via. Chissà se da bambino la risata di Arthur era “normale”, chissà se andava a tempo. Fuori dal mondo di sentimenti e cura, fuori da un Bene possibile, la vita, la mente e la risata di Arthur si trasformano in un incubo che va inesorabilmente verso la morte e potrebbe seppellire le vite sicure di chi la – preziosa − soglia del dolore e della compartecipazione non la sa varcare, o peggio, non vuole farlo. Empatia è la parola magica che manca troppo... Una risata straziata si pianta nella testa e ce lo riporta, con giusto disagio, alla memoria e alla coscienza.





leggi anche:
Roberta Andolfo, Il “nostro” Joker (Il Pickwick, 8 ottobre 2019)





Joker
regia Todd Phillips
soggetto Bob Kane, Bill Finger, Jerry Robinson
sceneggiatura Todd Phillips, Scott Silver
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Glenn Fleschler, Bill Camp, Shea Whigham, Mark Maron, Douglas Hodge, Ieigh Gill, Josh Pais, Brian Tyree Henry, Dante Pereira-Olson
fotografia Lawrence Sher
musiche Hildur Guðnadóttir
costumi Mark Bridges
scenografia Mark Friedberg
produttore Bradley Cooper, Todd Phillips, Emma Tillinger Koskoff
casa di produzione Joint Effort
distribuzione Warner Bros.
paese Stati Uniti d’America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2019
durata 123 min.

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