"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Sabato, 21 Settembre 2019 00:00

La Hollywood che fu... secondo Tarantino

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Un mondo divertente, un mondo lurido, un mondo posticcio, feroce e decadente, morboso quanto effimero. Rick Dalton e Cliff Booth sono le anime, complici eppure estremamente distanti, di questo mondo in cui ci si perde, e di cui ci si prende gioco a un tempo. La realtà delle cose sfugge, ammesso che ne sussista una, e il ciclo delle esistenze sembra girare a vuoto per i due protagonisti e per gli altri attori/non attori che calcano il palcoscenico di una Hollywood traslata sul versante della più diffusa verità, quella condivisa da tutti, così dissimili fra loro, e affiorata nelle vaghe danze prive di uno scopo, appena al di sotto di una superficie spumeggiante di alcool e permeata da un’aria di festa irriducibilmente estiva.

Sullo scorcio degli anni ’60 dello scorso secolo, il cangiante riverbero delle lisce superfici in pelle o in lurex sembra adattarsi a rispecchiare tutte le scelte umane e caratteriali, e la personalità di Dalton si staglia di netto contro un cielo consueto, come la lineare figura di un eroe in equilibrio sull’orlo del familiare declivio, quello in fondo al quale si intravede un’inesorabile arresto di carriera. Star del western più stilizzato e acclamato fino al giorno prima, con la sua pistola inarrestabile e la battuta biascicata nello sprezzante sdegno verso i collaudati nemici dei gringo, Rick s’imbatte nel rapido fluire delle tendenze cinematografiche, nascondendo a fatica lo sfacelo interiore e ostentando in pubblico una falsa sicurezza di uomo e di professionista che si direbbe in perfetta sintonia con il suo standardizzato prototipo di personaggio. La certezza che a lui sfugge tra le mani si fa placida ma salda nella quotidianità di Cliff, suo insostituibile stuntman, e galoppino, come lui stesso si definisce, nonché migliore amico dalla faccia tosta e dal sorrisetto canzonatorio, il quale, con sibillina compostezza e imbattibile energia, si fa strada a suon di pugni e provocazioni verso il prossimo ingaggio, coadiuvato dall’ inseparabile compagno di avventure.
In C’era una volta… a Hollywood, come tradotto in Italia, il ruolo di Brad Pitt è quello di mimesi e insieme contraltare del cowboy interpretato da Leonardo Di Caprio, e instaura in quel corpo fiero e atletico di controfigura, una personalità celata che emerge in modo sottile ma palpabile, rivelandosi sin da subito ben più complessa ed ermetica, in grado di vivere in modo attivo la crisi indissolubilmente aggrovigliata a quello scintillante momento storico, godendone persino, e non subendola, come nel caso del demoralizzato attore. Di Caprio potenzia al massimo l’inconsistente spessore interpretativo di Dalton, spingendo fin quasi alla farsa l’inamidata convenzionalità di un artista poco convinto in quanto rigidamente costruito, il quale si svincola poi per un breve istante, in seguito a un immane sforzo, dalle catene di quel fittizio se stesso, risultando più vero.
Dal canto suo Pitt resta fascinosamente impresso nell’argenteo sguardo sornione che si percepisce fin dietro gli inseparabili rayban, corrotto dalla sporcizia del mondo, colpevole eppure profondamente limpido ed equo. Le vicende dei due amici si avvolgono di un sordo clamore da manifesto consunto, dal quale Tarantino distilla una dimensione autentica e introspettiva che intesse una fine relazione con l’essenza di Jackie Brown, e sfiora la rumorosa giostra dello spettacolo quel tanto che basti per riflettere sullo spettacolo, cavandone fuori la pulsione più intima, malinconica e solitaria, laddove, pur con la mano tesa agli incombenti anni ’70, la composizione non è pervasa in così larga misura dei brani musicali simbolo di quel periodo, preferendo lasciare più voce al silenzio di uno scenario che parla agli occhi. 
Mentre i due uomini vengono così incessantemente investiti dalla realtà, in alterne vicissitudini fra carriera e privato, l’esistenza dei vicini di Rick si manifesta, portando alla loro attenzione la tangibile presenza della coppia composta dal regista à la page e l’attrice entusiasta del proprio giovane successo, il Roman Polanski e la Sharon Tate (interpretata da Margot Robbie), icone diverse di una nuova tensione creativa. Quella Tate personificata da Robbie che nel suo leggiadro volteggiare tra l’accogliente atmosfera della lussuosa villa in collina ed il rarefatto surreale della città del cinema, si ammanta di una dolce percezione dell’esistenza, e fornisce la rilettura di uno spirito candido, dalla leziosa ma sincera affabilità.
È però il laconico ed impenetrabile cavaliere Cliff, privo di qualsiasi paura e forse di qualunque scrupolo, a fungere da non troppo casuale raccordo fra le due linee parallele, sul filo sospeso in cui dalla fresca pelle di Sharon, come dal polveroso terreno del vecchio movie ranch infestato dalla cupa e in seguito ben nota colonia hippie, riaffiora il perverso sentore del presagio, dell’evento inenarrabile, che dovrà inevitabilmente accadere proprio in quanto già sappiamo che accadrà. E muovendo dalla tenuta in declino, dove si respira appieno il teso turbamento che tanto bene si riconosce nel lavoro di questo regista, il tempo della storia, dapprima ristretto nell’arco di pochi giorni, si dilata maggiormente per poi ricompattarsi negli ultimi istanti, arrivando a saltare il periodo centrale dell’anno ’69 per riapprodare lungo il declino della sua calda estate, e riassumendo quest’ultimo in pochi fotogrammi di sicuro effetto che raccontano nel ruggente impatto estetico il frenetico ritmo degli attimi che si consumano, diventando subito interi mesi già trascorsi, definitivamente sfuggiti.
Ma è nel finale che si compie la delicata operazione di riscatto delle molteplici parti, e per ognuna in maniera alquanto differente, ancora oltre la febbrile parentesi comica e granguignolesca chiamata a fagocitare l’arido vento della tragedia nella violenza della reazione, a fronteggiarne l’amaro risvolto. Ed è lì che Tarantino incanala la realtà nella sorprendente trasfigurazione del sogno, la sola in grado di compensarne l’insensata ingiustizia, attraverso una visione che già in altre opere, pensando ad esempio all’ineccepibile Inglorious Basterds, aveva dimostrato una disinvolta e sardonica capacità di ricomporre le insidiose fratture della storia.





C'era una volta... a Hollywood (Once Upon a Time... in Hollywood)
sceneggiatura e regia Quentin Tarantino
con Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Julia Butters, Austin Butler, Dakota Fanning, Bruce Dern, Mike Moh, Luke Perry, Damian Lewis, Al Pacino, Nicholas Hammond, Samantha Robinson, Rafal Zawierucha, Lorenza Izzo, Costa Ronin, Damon Herriman, Lena Dunham, Madisen Beaty, Mikey Madison, James Landry Hébert, Maya Hawke, Victoria Pedretti, Scoot McNairy, Clifton Collins Jr., Dreama Walker, Rachel Redleaf, Rebecca Rittenhouse, Rumer Willis, Spencer Garrett, Clu Gulager, Rebecca Gayheart, Kurt Russell, Zoë Bell, Michael Madsen
fotografia Robert Richardson
scenografia Barbara Ling
costumi Arianne Phillips
produttore Quentin Tarantino, David Heyman, Shannon McIntosh
casa di produzione Heyday Films
distribuzione Sony Pictures Entertainment
paese di produzione Stati Uniti d’America, Regno Unito, Cina
lingua originale inglese
colore bianco e nero e a colori
anno 2019
durata 161 min

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