"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 03 Settembre 2019 00:00

Non 5 ma un multiplo di 5 è il numero perfetto

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Si attendava al varco, Igort. Un varco che aveva preso una curva piuttosto larga. Fa piacere che, tanta attesa, con l’effetto moltiplicatore delle aspettative che ne consegue, sia stata premiata.
L’esordio alla regia di Igort, infatti (per l’anagrafe, Igor Tuveri, punta di diamante del fumetto, italiano ma non solo, visto che la sua arte lo ha portato – e lui ci ha portati con essa – in giro per i vari angoli del mondo, vedi Quaderni Ucraini e i folgoranti Quaderni Giapponesi) non conosce sbandate.
Ma fu vero esordio?

Se il cinema italiano sta conoscendo i fasti di una sorta di a lungo annunciato risorgimento (persino per il cinema di genere al quale, in un certo senso, per atmosfere e resa questo film, in almeno un paio di capitoli, ci è sembrato strizzasse l’occhiolino) questo vale ancor di più per il fumetto, anzi, siamo anche in una fase successiva (sovrabbondanza d’offerta che rischia saturazione e prelude la stagnazione). Si è perso il conto, ormai, dei fumettisti italiani che dal tavolo di disegno passano dietro la macchina da presa (forse primo di tutti è stato Gipi, mentre recentemente, a condividere il parterre con Igort, un’altra nostra eccellenza, Mattotti col suo L'invasione degli orsi in Sicilia, in realtà anticipato dal bellissimo Peur(s) du noir del 2007. Prima ancora, se non ci fosse stato strappato via anzitempo, la vedova ha dichiarato che la prossima opera di PAZ sarebbe stata sul grande schermo), ma questo discorso vale solo per coloro che ancora ragionano in compartimenti stagni fra medium: una visione vetusta e ormai non più corrispondente a una realtà crossmediale che richiede sempre più attitudini poliedriche e versatili ai nostri, rinascimentali, artisti. Figlio negletto delle muse, il fumetto, in realtà, è da sempre parente prossimo di cinema e teatro: grandissimi registi e sceneggiatori hanno più volte fatto più che notevoli incursioni in questo campo (noti i bozzetti di Fellini e la sorte del suo ultimo film, in realtà, un fumetto di Manara, o il bellissimo Passioni, il fumetto di Furio Scarpelli, per limitarsi a citarne giusto un paio).
E quindi, di quale esordio stiamo parlando? Igort, forte dei suoi trenta e passa anni di fumetto alla spalle, è entrato di prepotenza anche nel cinema, con una spallata degna dei due protagonisti di questa sua trasposizione, tanto lungamente attesa.
5 è il numero perfetto è tante cose e nessuna insieme, fatto che potrebbe spiazzare lo spettatore distratto. È la storia di un gregario della malavita che conduce la sua personale lotta di classe all’interno della gerarchia del suo (e non solo il suo) clan. Che piscia quando c’è da commuoversi e cura il Parkinson senile con l’odore della polvere da sparo. È la storia di un Telemaco che, cresciuto all’ombra dell’idolatria del padre, non esce dal solco dei passi di questi, bruciandosi come un Icaro napoletano. È la storia di un tradimento e di una vendetta. Del lento affondare in un pantano d’asfalto e catrame, d’una morale che smotta (ma in realtà non c’è stata mai). La discentio ad inferi di un antieroe fuori tempo massimo, reduce da un passato che chiede il conto.
Tutto questo e molto altro.
In una Napoli eternamente ammantata da una cappa impietosa di pioggia (che tanta malinconia metteva in corpo al buon Nino Lo Cicero) a voler indicare lo scavallamento di una serie di cliché asfittici che richiama tanto il Malacqua di Nicola Pugliese quanto L'arte della felicità di Rak (eccezion fatta per il finale e un confronto da spaghetti-western, in questo film che fa dell’intergenere la sua cifra stilistica) seguiamo la storia dei nostri protagonisti. L’incipit sembra ripartire dal finale di Napoli milionaria, riprendendo le mosse laddove si interrompeva: il complicato rapporto fra padre e figlio, in un confronto intergenerazionale un poco impietoso. Siamo negli anni ’70, ’a nuttata ancora non è passata e i ’60 sono andati via portandosi dietro l’illusione di certezze e valori della precedente generazione: da allora in poi i grandi padri verranno accantonati e figli, allo sbando senza più un modello col quale confrontarsi o contro il quale scagliare la loro furia edipica, riempiranno quel vuoto pneumatico esistenziale con cose, oggetti, ricchezze e status symbol da consumare, a suon di rock’n roll. Nino Lo Cicero vive questa fase di transizione sulla sua pelle, avvolto dai presagi che la Storia defalcherà i figli come lui, cresciuti nell’ombra ingombrante di padri mai sfiorati dal dubbio, cui spetta espiare, quindi, la colpa della superbia paterna. Fra i basoli ingombri di pozzanghere, di una pioggia sporca come il caffé, magnificamente fotografata dal belga Nicolaj Brüel (Dogman), Toni Servillo, alias Peppino Lo Cicero, si aggira fra i gironi della malavita incrociando vari personaggi che lo condurrano nella sua catabasi. Toni Servillo, dietro il camuffamento di un gibboso naso da vulture necrofago, foggiato da un dio capriccioso a forma di vela spezzata, è mattatore come sempre (e, in questo caso, dona la sua vis a più di una vera e propria mattanza), compiacendosi nei panni di questo antieroe da polar francese, un killer imbolsito e ritiratosi a vita privata, che attende la fine gettando sospiri sulle foto della moglie morta (Valentina Curatoli). Ma al rovesciamento dei tempi corrisponde il ribaltamento dei ruoli e il padre succede al figlio, all’insegna di quei versi che Capossela ha dedicato all’omologo Nutless leoniano: “Abbiamo dovuto richiamare in campo i veterani / quelli che la battaglia grossa / credevano di averla fatta / e invece eccoci tutti / in groppa allez... all’attaque!”. E così Peppino rispolvera impermeabile e colt e, fra un flashback e l’altro (bellissimi miniracconti nel racconto, pennellate finemente cesellate che scavano tunnel nella testa degli spettatori, come proiettili, aprendo squarci su altri mondi dove abita il passato da cui Peppino non riesce a staccarsi e noi a emergere solo con difficoltà) si tira dietro un altro Lazzaro del par suo, richiamandolo dalle sue improbabili begonie, quel Totò il Macellaio di Carlo Buccirosso, in vesti inconsuentamente serie, che riforma la coppia Gep Gambardella/Lello Cava e, prima ancora, Andreotti/Cirino Pomicino.
Il dramma in cinque atti è scandito dalle belle animazioni che sembrano omaggiare i titoli di testa dello Spirit di Will Eisner (o la sua diretta ispirazione, il Sin City di Miller). La coppia di sgherri tornata alla ribalta si muove con disinvoltura fra bagni di sangue e pallottole vaganti, accompagnata dalla voce narrante (e qui forse si fa un po’ sentire il debito alla didascalia della fonte originaria) magniloquente e pomposa più che mai dello stesso Toni. La ricostruzione della Napoli degli anni ’70 è puntigliosa al limite del feticismo, fra telefoni di bachelite nera e vecchie portinerie in legno e vetro, e l’attenzione ai dettagli trapela dai primissimi piani di cui Igort costella la sua regia, che ne fanno un film d’essai, attento più alle emozioni che trapelano i visi (e i gesti) dei loro attori che non le scene da hard boiled chandleriano (che pure non mancano, anzi). Un paio, in particolare, risaltano su tutte: quella di Toni che, al cinema Corallo, si siede in una platea semideserta a vedere il retro-cult Cinque dita di violenza di Jeong Chang-hwa (1972), che lanciò anche da noi i kung fu movie asiatici. In quella scena avviene, metaforicamente, il passaggio di testimone fra due modi (che la storia ci insegnerà essere inconciliabili) di intendere la vendetta e la violenza. Un passaggio che ancora più evidentemente, avverrà in seguito quando, tramite due confronti (non a caso ma, anzi, importantissimi, sul fumetto) Toni/Peppino dirà la sua sul fumetto e l’influenza statunitense. Un modo delicato (da galantuomo, verrebbe da dire) di Igort per dire la sua, su tante cose, probabilmente: dall’appannaggio tarantiniano dell’immaginario della violenza e della vendetta, quasi monopolistico, alla deriva cinefumettara del superoismo all’americana, che sta estinguendo un intero altro mondo, invadendo il mercato con quantità sempre più massicce di prodotti monoculturali, variegate variazioni di un unico modo di raccontare e di intendere il racconto, che non contempla alternative.
La parte centrale del film invece sembra alludere (tramite la musica ma soprattutto l’espediente di splittare lo schermo, che non crediamo voglia richiamare la gabbia delle vignette, come fece Ang Lee nel primo tentativo autoriale di cinefumetto, quell'Hulk del 2003, non a caso bocciato dal mercato sempiternamente adolescenziale) ai poliziotteschi dell’epoca, un riferimento che nel fumetto era omaggiato titolando un quotidiano come un classico di Umberto Lenzi e di Maurizio Merli. Un richiamo che oggi il nostro sguardo, inquinato dalle referenze postmoderne che attingono sempre ai medesimi filoni e titoli che non esauriscono minimamente la ricchezza e la diversità della nostra industria culturale, rischia di andare perso. Un link che non fa che dimostrare la profondità e la stratificazione che si cela dietro la cura di Igort al suo film, arrivando a far combaciare la ricostruzione di clima e atmosfere dell’epoca con la resa stessa della finzione d’allora.
Gli atti successivi, e il dispiegarsi della trama agglutinata, si rarefanno, stemperandosi e concentrandosi sui rapporti dei personaggi. Toni/Peppino, infatti, dopo la prima ondata di violenza, perviene a una coscienza di sé e assiste, dopo l’effetto domino degli eventi scatenanti l’azione, allo sgretolarsi delle sue immutabili certezze che cullavano il suo buen retiro e che sono stati il suo peccato originario: quello classico della hybris, da cui è disceso il suo ritorno in azione. Il personaggio di Peppino Lo Cicero, infatti, non è un gregario qualunque, non appartiene ad alcuna paranza, non viene dalla modernistica gomorrizzazione manierista cui siamo abituati (e saturi) ma viene da un altro tempo, ahimé, dimenticato. Come l’Eastwood de Gli spietati era l'ultimo cowboy d’un mondo al tramonto (o come i pistoleri di C'era una volta il West), richiamato in azione per i capelli così Servillo è l'ultimo dei guappi (la canzone eponima di Viviani è espressamente citata): categoria antropologica estintasi proprio sul finire degli anni ’60 dello scorso secolo, protagonista di un genere ormai parodico e anch’esso spazzato via, quello della sceneggiata. Il guappo, oggigiorno termine pervertito dal linguaggio camorristico (vedi ’O Malacarne del classico di Tornatore dell’86) un tempo non faceva parte di quell’ecosistema cui è stato assorbito di malavoglia, ma aveva un suo codice d’onore, per quanto manicheo, cui assoggettarsi con impassibile accettazione dei ruoli (più che ben illustrato dal II Atto: La Settimana Enigmatica con le sue caselle bianche e nere che non conoscono sfumature grigie).
Al fatalismo camorristico che ha caratterizzato come un dogma incontrovertibile la sua carriera, infatti, in un'accettazione dei dettami dei boss, Peppino Lo Cicero diventa, dopo essersi tramutato in una nemesi non meno inflessibile delle Erinni, marionetta del fato. O meglio: comprenderà di esserlo sempre stato e di non esser mai stato padrone della propria vita, allineato in un sistema verticistico che non consente scalate. L'uomo vecchio viene richiamato in un mondo nuovo che non sa che farsene di lui, per disfarsi di quel se stesso vecchio, e riappacificarsi con un vissuto del cui conflitto era incosciente. Il noir, temprato dal fuoco dei classici, rinasce tingendosi di giallo, in un inatteso finale hitchcockiano (ivi compreso di cammeo).
Un’attenzione, quindi, si prega di prestare allo spettatore: quella di osservare il film senza lasciarsi travolgere dalla spettacolarità e dal coinvolgimento della trama, in modo da poter assaporare l’evoluzione dei personaggi, la loro vitalità umana, riassunte dal protagonista che, come una pupa fossile, tardivamente spiega le sue ali rattrappite, ritorna sul campo per imparare l’ultima lezione prima del congedo, la più importante, e cambia, sì, anche se anziano, per l’ultima volta, disattendendo ogni stereotipo del filone di vendetta e soprattutto comprendendo che nessun cinque è perfetto a se stante ma che ce ne vuole sempre almeno un altro (e quindi è 10, coi suoi multipli, il numero perfetto).
Doveroso passaggio va fatto sullo stuolo di notevolissimi attori, non maggiori né minori, che si sono prestati al servizio di Igort: dal convincentissimo Vincenzo Nemolato (vincitore di recente dell Premio Ubu) che incarna Mr. Ics come mai nessuno avrebbe potuto, fino all’improponibile ciuffo da Leningrad Cowboy, da Marcello Romolo, già visto ne Il vizio della speranza, dal ruolo breve ma significativo; da Angelo Curti, che presta il suo viso fortissimamente espressivo a una scena carica di tensione, a Giovanni Ludeno, già straordinario ma che trova ne Il Gobbo un piccolo ruolo da caratterista dal quale sa come sprigionare ogni brandello di potenziale, tanto sovraccaricato da essere credibile, e che pare uscito da Piedone lo sbirro (di nuovo, non a caso, 1973). Leggermente sacrificati, rispetto alle loro controparti bidimensionali e cartacee, Valeria Golino e Nello Mascia: probabilmente per esigenze di montaggio, manchevoli di alcune battute che sul fumetto li rendevano più tragici e psicologicamente più sfaccettati.
Tanto ancora ci sarebbe da dire e tanto ancora ci sarebbe da chiedere a Igort. In sua vece proveremo noi a trovare risposta alla domanda inevasa di cosa spinga un autore a tornare su un suo personaggio (tantissimo amato: ormai un classico) per innestargli una seconda giovinezza in un altro medium. Alla domanda, forse, ha fornito un indizio lo stesso Igort nella presentazione del 1° settembre al cinema Modernissimo di Napoli, davanti a una sala piena fino a traboccare. A spingerlo, probabilmente, è stato lo stesso motore che gli fece intingere il pennino nel golfo di Napoli: quell’amore e quell’apprezzamento per quella città e quelle atmosfere irripetibili. L’estrema coerenza intellettuale, l’adamantina onestà artistica, escludono qualsiasi possibilità di un tentativo di mera commercializzazione da parte di Igort che potesse macchiare la sua tanto appassionata creatura. Assai più verosimilmente Igort sentiva che il suo personaggio e la sua storia meritassero di essere raccontate come non avrebbe mai potuto essere, incarnate da un cast e un’evoluzione tecnica che in nessun altro momento sarebbero stati più calzanti (e Igort, nella presentazione, ha dimostrato un amore e un’attenzione per il teatro napoletano certo non della prima ora). Una passione che è condivisa da tutti gli interpreti e i tecnici coinvolti e che si rivela dal modo in cui si sono prestati, senza risparmio (uno su tutti, uno dei più grandi autori e attori drammatici del teatro, e non solo, campano, che qui si ritaglia un cameo à la Kingpin che lo rende praticamente irriconoscibile). Un’opera (prima?) che, quindi, passa l’esame a pieni voti, e ha più che meritato il passaggio alla 76esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, e che sarebbe un’imperdonabile negligenza venisse fagocitata dai tanti prodotti che invaderanno le sale, finendo per passare sotto silenzio.
E, quindi, senza indugio, corre l’obbligo di premiare la passione e precipitarsi a vederla al cinema, senza por tempo in mezzo. 

 



5 è il numero perfetto
regia, soggetto e sceneggiatura Igor Tuveri (Igort)
con Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Emanuele Valenti, Marcello Romolo, Nello Mascia, Angelo Curti, Vincenzo Nemolato, Giovanni Ludeno, Mimmo Borrelli, Valentina Curatoli, Gigio Morra
fotografia Nicolaj Brüel
musiche D-Ross, Startuffo
montaggio Esmeralda Calabria, Walter Fasano
produzione Propaganda Italia, Jean Vigo Italia, Rai Cinema
distribuzione 01 Distribution
paese Italia
lingua originale italiano, napoletano
colore a colori
anno 2019
durata 100 min.

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