“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 05 Giugno 2019 00:00

Il mondo di BoJack. Perché Mr. Horseman piace così tanto

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Quando la serie serializzata costituita da un’evidente trama orizzontale che lega episodi e stagioni, non faceva tutto questo scalpore, ciò accadeva perché di norma essa si esauriva in un procedimento narrativo standardizzato; un ciclico ruotare intorno a pochi elementi, individuabili non tanto in quella specifica serie, quanto più all’interno del genere a cui essa afferiva, con un’attenzione alla qualità dell’arena, al dettaglio ed all’introspezione dei personaggi, generalmente molto minore rispetto ai grandi investimenti del cinema. Tuttavia questo modello televisivo ha fatto storia già da tempi non sospetti, cioè da quelli in cui il racconto a puntate non era ancora il lungometraggio a più riprese e innanzitutto di primordine, se non quando propriamente di classe, a cui oggi sceneggiatori e produttori tendono, almeno nella quasi totalità dei casi.

Le avventure descritte dalla serie animata statunitense BoJack Horseman, approdata alla sesta stagione, sono uno dei recenti esempi di cui vale la pena discutere. Si deve considerare che fra le diverse formule seriali elaborate e progredite in questi ultimi decenni, quelle di grande successo possono di sovente attribuire una buona fetta della propria fortuna a figure chiave rappresentate da protagonisti fortemente caratterizzati, in grado di dare piglio ai minimi risvolti della storia, o da spalle e personaggi secondari talmente carismatici e capaci di accattivarsi le più larghe simpatie del pubblico, da personificare l’insieme delle stagioni che costituiscono l’intero racconto.
In questo particolare disegno di umani e di animali antropomorfi, l’indiscusso protagonista è il cavallo BoJack, attore in declino e in perenne crisi, consegnato alle scene proprio da una sitcom anni ’90, intitolata Horsin’ Around, prototipo del copione televisivo basato su ardue questioni di vita edulcorate da soluzioni sempliciotte e battute imbrigliate in un’ipocrita moralità. Quella di BoJack Horseman è una produzione che passa in rassegna in modo netto l’esistenza di ognuno dei personaggi coinvolti attivamente nel plot, ponendoli tutti sullo stesso piano narrativo, pur facendo dipartire le loro quotidiane peripezie e le più intime verità insite nella loro personale vicenda, da quella del frizzante e problematico “stallone” cinquantenne.
Si ha a che fare con una serie schietta, fondata su di una sincerità rara in sceneggiature incentrate sui non agevoli temi della soggettività, che, come altre sagaci creazioni, si serve dell’ironia per costruire il contrastante divario fra il risibile delle situazioni reali e ciò che subito dopo diviene presa di coscienza tagliente, che lascia l’amaro in bocca ed è in grado di stimolare autentiche emozioni in chi segue attentamente le gesta del tormentato e così umano cavallo e dei suoi altrettanto tormentati amici, alleati e antagonisti ad un tempo. La dimensione che ci viene proposta si plasma sul trasversale incrocio fra il nostro mondo attuale e quello zoomorfo in cui, per l’appunto, gatti, cani, pinguini, alci, gufi, rane, persino larve, e tutto l’intero gruppo di specie animali, sostanziano l’andamento di un universo parallelo attraverso le loro storie, forgiate da peculiari caratteristiche ed attitudini, seguendo una linea di condotta completamente assimilata ai tratti della razza umana, della cui condizione questa cittadinanza per noi inedita si fa ulteriore interprete.
Personaggi quali Diane, la giovane biografa umana di BoJack che non ha ancora trovato una precisa direzione nella carriera e nella vita privata, il sempre entusiasta e vincente attore cane, e di lei compagno, Mr. Peanutbutter, lo scroccone ma leale amico Todd, l’ex fidanzata ed onnipresente agente di BoJack, Princess Caroline, talentuosa ma frustrata gatta in carriera, ed alcuni altri, sono esseri che dispongono di un nutrito bagaglio di speranze disattese, situazioni confuse, dolorosi picchi emotivi o di apatia. Ognuno fragile e complesso, in parte meschino, capriccioso, talvolta vigliacco ed egoista, come è lo stesso BoJack, il quale dà il là al dispiegamento, davanti agli occhi dei suoi fan, di quest’orchestra di risentimenti, altruismi quasi involontari, brucianti sofferenze, clamorosi fallimenti e velleità di miglioramento rovinosamente compromesse dall’assenza di dedizione, sino ai più potenti impulsi autodistruttivi.
Tale completa umanizzazione dei personaggi animali è inserita dietro la scintillante apparenza dell’alcova delle celebrities, celata poco al di là della famosa scritta a caratteri cubitali che qui recita: “Hollywoo” poiché mancante della d, a causa di una fra le mille scorribande di Mr. Horseman. Ci si insinua, così, nel mezzo della più eclatante fatiscenza e del più umano smarrimento, in cui la positività dell’immagine individualista, ancora oggi a tutti costi e con qualsiasi mezzo insistentemente perseguita, viene minuziosamente sviscerata e circuita. Ciascuna delle puntate, in genere molto fitta di stravaganti circostanze e colpi di scena, approda ad un finale che lascia scoperte diverse possibilità, spesso riconducendo ad un tracciato di base che rivela la paradossale monotonia di giorni movimentati, dei quali non si riesce a ritrovare il capo. Come in ogni buona serie, tale premessa riesce a trasformarsi in un punto distintivo: la goffaggine di uomini e donne alle prese con la vita trova in BoJack uno spontanea ed efficace replica negli improvvisi guizzi tipicamente animali delle creature antropomorfizzate.
Ogni giorno, signori e signore larve si alzano da eleganti poltrone per strisciare lungo la loro stessa scia bavosa, professionisti piccioni si involano per sfuggire ai guai, simpatici cagnoni portano le proprie scarpe fra i denti prima di indossarle, facendo emergere l’inevitabile influenza del lato primordiale nei singoli comportamenti, ed alimentando una determinante vena comica, contraltare di rinnovate angosce esistenziali. Non vengono eluse le drammatiche questioni morali legate al diverso trattamento degli animali rimasti allo stato brado rispetto a quello riservato agli esemplari evoluti e civilizzati (perché sì, in questa realtà le carni di animali allevati continuano a rifornire l’alimentazione umana e quella degli altri animali!). In questi e in tutti gli altri casi, buffi personaggi e inconsueti istanti animano scene vagamente o chiaramente demenziali e sarcastiche. Si provoca e si confezionano ad hoc turbamenti per la coscienza causati da idee inquietanti e tetre, raffrontabili con quelle vigenti al di qua del muro della finzione, pur continuando sempre a divertire il pubblico.
La freschezza del pensiero del creatore Raphael Bob-Waksberg e la fluorescente perentorietà nei disegni della fumettista Lisa Hanawalt, congiunti all’utilizzo di secchi ed intimi dialoghi e fantasiose vicissitudini, riescono a darci un puntualissima visione della fase a cui è giunto il nostro cammino collettivo declinato nell’arte dell’effimero, in un lavoro che è memore di diverse precedenti commedie drammatiche, ed erotiche, del genere seriale (fra tutte spiccano Daria e Californication), dello spettacolo che schiaccia l’interpretazione, della resa in ogni contesto, ancor prima di compiere il vero lavoro su se stessi e sul proprio mestiere, nei suoi più specifici ed introspettivi risvolti, che conduce a spirali di alcool, tristezza e nichilismo. E di chi imbastisce lo star system, o di coloro che ne sono avvinti e lo sperimentano solo come sfogo di immaginazione o pallido riflesso di realizzazione nella propria esistenza, trattando argomenti abusati con una pertinenza che amplifica la suggestione del disagio dovuto a una rappresentazione farsesca di ciò che doveva essere arte e che somiglia sempre meno al nostro vero modo di esprimerci. In fondo si narra principalmente di come tutto questo condizioni l’identità di chi fa parte del business, e di chi è business, e, che quest’opera attualmente in corso incontri o meno i nostri gusti, che vi sia maggiore o minor feeling fra noi e questo mondo d’invenzione, è proprio l’ironico e commovente BoJack, a meritare l’Oscar come “Miglior Protagonista Animale” degli ultimi tempi.





 

BoJack Horseman
autore
Raphael Bob-Waksberg
soggetto Raphael Bob-Waksberg
character design Cody Walzel, Phylicia Fuentes, Lotan Kritchman, Jonas Walden, Katherine Clark
lingua originale inglese
musiche Patrick Carney, Ralph Carney (non accreditato)
studio The Tornante Company, ShadowMachine Films
paese Stati Uniti d'America
durata episodio 25 min.
rete Netflix
prima tv italiana 22 ottobre 2015 – in corso

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