“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 19 Gennaio 2019 00:00

Il Van Gogh di Schnabel sorretto solo da Willem Dafoe

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Un sole ardente fra le ombre della mezzanotte, o una profonda oscurità insinuata fra gli splendori di un giorno luminoso. Potrebbe forse avvicinarsi a qualcosa del genere, quel sentimento indefinito che è impossibile strapparsi di dosso, una volta entrati in contatto con le creazioni di Vincent Van Gogh? Ma se questa visione potesse rendere una delle tante sfumature percettive legate ad un’opera che in nessun tempo e circostanza può essere ignorata, nella pellicola di Schnabel non v’è traccia di qualcosa di simile. Ciò avviene proprio perché una tale visione è affannosamente ed affettatamente braccata fin dall’inizio, sino a  rendere opprimente ed inefficace ciò che avrebbe potuto dare buoni frutti come sana ossessione creativa.

Se si affonda lo sguardo nel film, ci si rende ben presto conto che la questione più interna e sfuggente resta meno insoluta di quello che il suo autore avrebbe forse voluto, provando ad addentrarsi nel mistero senza svilirlo. Ed è chiaramente una questione sfalsata rispetto al reale fulcro di quella storia umana e artistica, il quale ha a che fare, in modo indicibilmente complesso, con il rapporto fra vita e arte, con l’altalenante danza del loro coincidere, scontrarsi, mescolarsi, alienarsi l’una dall’altra fino a far nascere momenti in cui la pittura ingloba tutta l’esistenza, finendo per farla implodere all’interno del sé, escludendola e separandola dall’uomo che impugna il pennello, e che più di tanti altri si sente parte integrante di un tutto che riesce solo ad esprimere, ma non ad abitare. All’apparenza lo svolgimento del film sembra occuparsi in modo costante di quella matrice creativa. In verità, però, le scene infiorate di scampoli di dialoghi, sguardi e romantiche esplorazioni della natura, o quelle in cui si tratta il rapporto con il Gauguin creato dal pur bravo Oscar Isaac (sul quale il Van Gogh di Dafoe riversa con forza tutto il bisogno d’amore e comprensione) sono ingolfate da un andamento ed una caratterizzazione che ad ogni minuto il regista sente l’esigenza di ribadire estremamente soggettivi, fino alla noia, sino a che la sensazione di disturbo così ricercata, tesa ad instillare un’intima personificazione nel protagonista, non si dichiari inadeguata allo scopo e passi sul piano del reale disagio che si sperimenta davanti a una pellicola tediosa. Tutto ciò considerando quanto sia complicato raggiungere il livello di empatia, ed esprimere tali sensazioni attraverso quella sottile linea di collegamento e non grazie ad una replica visibile o sinestetica delle stesse, che nel caso in esame sfocia infatti, di sovente, in una superfluo e grossolano sensazionalismo.
Per quanto la volontà sia quella di suggerire stati d’animo più che mostrare con le parole, escludendo la giusta decisione di citare delle frasi dell’artista, gli inserti di conversazioni sull’interpretazione della realtà, sulla responsabilità dell’arte e su tanto altro, esplicitano in maniera semplicistica e retorica i punti focali di certe argomentazioni. Qualcuno farà notare come anche dietro questa scelta ci sia l’idea di dimostrare quanto gli individui non riuscissero a cogliere il significato profondo di una singolare ricerca pittorica. Sarà pur vero, ma possiamo riservarci il diritto di non essere persuasi per quanto concerne questo punto: il giocare sull’esasperante ripetitività delle domande fatte dai personaggi per arrivare a trasmettere una determinata idea, così come la ripresa instabile, è qui più assimilabile al desiderio di dichiararsi eccentrici autori del cinema che ad una reale necessità. Una regia “epilettica” segue il punto di vista spesso ruotato in prima persona, attraverso gli occhi del protagonista, con delle riprese oscillanti, terremotate, propriamente stomacanti dal punto di vista fisico, tanto che risulta talvolta difficile tenere gli occhi incollati al maxischermo. Ma la resa del disturbo sperimentato da quell’animo inquieto e saturo di commoventi tensioni spirituali, emotive, non si può ottenere con l’ostentata sofisticazione del procedimento di Schnabel, laddove anche il parziale sfocato di alcune inquadrature, che ha la pretesa di restituire la visione dell’artista, velata di emozioni e lacrime, appare sbilenco tentativo di coinvolgimento dello spettatore e di interiorizzazione di Van Gogh, risolvendosi invece in un vuoto escamotage, lontano dall’impressione di autenticità. Al contrario Dafoe è senza dubbio autentico, ed il suo imprescindibile contributo balza agli occhi con ancor maggiore potenza nel contrasto con lo sviluppo non convincente della pellicola, se pure si osservino qui e lì alcune buone ispirazioni, come nel caso del dialogo fra il pittore e un altro paziente nel sanatorio di Saint-Paul de Mausole, in certi istanti di tenerezza vissuti con il fratello Theo (la cui figura pure è semplificata), nella conversazione con l’enigmatico sacerdote, interpretato da un Mads Mikkelsen sempre in forma, o nella particolare e intensa atmosfera della camera mortuaria.
L’attore protagonista è dunque il legante fra gli accordi di questa melodia che bramava il ritmo istintivo di un flusso di coscienza e che ha finito per imbastirne uno macchinoso e dispersivo, appesantito ulteriormente da un sottofondo musicale che affonda nella stessa deformazione intellettualistica. Sulla soglia dell’eternità nulla va ad aggiungere alle diverse riflessioni cinematografiche intorno alla figura dell’artista, se non gli ammalianti primi piani sul viso di Dafoe, solcato da rughe naturali che si allineano alla perfezione al sentimento che avremmo voluto vedere in quest’opera, e illuminato da una trepidazione dello sguardo che sotto i granelli di terra, il riflesso di una luce diluita in campi sconfinati, esprime un verace e insaziabile desiderio di catturare il tutto, per rendere l’umanità intera partecipe di quelle difficili visioni di verità e bellezza. Solo l’espressione dell’attore, soltanto questo, nel film del regista newyorkese, apre in noi un varco realmente attraversabile sull’arte di Van Gogh e sulla rara preziosità di certi spiriti che non hanno paura di essere immortali.

 




Van Gogh: sulla soglia dell’eternità
(At Eternity's Gate)
regia
Julian Schnabel
sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Julian Schnabel, Louise Kugelberg
con Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mads Mikkelsen, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Vladimir Consigny, Stella Schnabel, Niels Arestrup, Amira Kasar, Vincent Pérez, Alexandra Stewart
fotografia Benoît Delhomme
musiche Tatiana Lisovkaia
produzione Iconoclast, Riverstone Pictures, SPK Pictures
distribuzione Lucky Red
paese Stati Untiti d’America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2018
durata 110 min.

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