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Lunedì, 10 Dicembre 2018 00:00

Carmelo Bene e il ritornello crudele dell'immagine

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Rispetto alla produzione teatrale e audiovisiva di Carmelo Bene, la sua complessa opera filmica risulta meno indagata e proprio su questa si concentra Giulia Raciti nel suo recente libro Il ritornello crudele dell’immagine. Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene (Mimesis, 2018) nella convinzione che “la problematicità del cinema beniano sia da ricercare nella furia iconoclasta del regista, il quale fa deflagrare le splendide sequenze che mette in immagine-movimento, dissipandole nel montaggio fratto e iperaccelareto, nel gonfiaggio della pellicola, nella saturazione estrema dei colori e in altri mille espedienti tesi a conseguire quello che il Nostro ha in più occasioni dichiarato essere lo scopo del suo cinema: la cecità dell’immagine”.

In linea con l’interpretazione di Maurizio Grande, che parla a proposito dell’opera filmica di Bene come di “circuito barocco”, Raciti esamina “le modalità secondo cui l’accumulo sonoro e visivo proprio della temperie seicentesca ritorni sia negli stilemi iconici sia nella poetica del cinema di Carmelo: barocco è il decorativismo sfrenato in cui risuona l’affastellamento disorganico e sontuoso dell’horror vacui; barocca è l’estetica della ripetizione che crea sempre uno slittamento del senso nella ritmica moltiplicazione dell’identico; barocca è la moltitudine di specchi presenti nei set, che duplicano le immagini e generano doppi parodici che a volte, proprio come racconta il mito di Narciso, sono letteralmente risucchiati entro la superficie riflettente”.
Secondo la studiosa, nonostante la tendenza a villipendere l’immagine, quello di Bene risulta pur sempre un cinema figurativo, “nel suo cinema l’immagine non cessa di rilucere malgrado tutto, come direbbe Didi-Huberman, generando un incessante godimento da ricercare proprio nelle splendide deflagrazioni di forza figurativa che esauriscono la forma, come fuochi di artificio che si consumano nel momento stesso in cui si producono: puro piacere per l’occhio che brucia magnificamente e invano”.
Nel volume si mira pertanto a evidenziare “la dimensione propriamente visuale del cinema beniano” ricorrendo a un’analisi per griglie trasversali legate a svariati topoi della sua poetica: Narciso, specchio, trucco, phoné, barocco, effetto quadro ecc. Al centro dell’analisi resta dunque la convinzione che nel cinema di Bene il primato spetti all’immagine nonostante egli, in alcuni casi, insista con un’idea di cinema come “musica per gli occhi” in cui l’ascolto dovrebbe avere la meglio sullo sguardo.
La studiosa guarda al ritornello come chiave metaforica del cinema beniano. “Sonoro per eccellenza, difatti, il ritornello ha anche una matrice extra-musicale, rintracciabile nella reiterazione periodica di mimica, pose e azioni che, nella ritmica moltiplicazione dell’identico, creano una variazione nella ripetizione, uno spostamento del senso, un divenire altro, dato all’insegna di quella differenza indifferente di cui parla Deleuze”. Torniamo così ad una sinfonia di tipo visivo in cui il ritornello dell’immagine, che nel cinema di Bene si manifesta tramite quell’iconicità attraverso cui “il corpo dell’attore si scrive alla stregua di un grafema sulla scena e sul set”. Tale iconicità si radica nella mancanza e nell’incompiutezza: “Nell’afasia della voce e nell’aprassia dei gesti, nei lapsus, negli atti mancati e nella sequela di imprese, per lo più autodistruttive, che ritornano sempre e invano”. Ecco allora il ritornello dell’immagine crudele che rinvia alla grandiosità del vano di cui parla Maurizio Grande e ad Antonin Artaud.
Nel volume la matrice visuale del cinema di Bene viene puntualmente messa a confronto con le produzioni di altri autori e con le teorie di studiosi quali Roland Barthes, Georges Bataille, Jacques Lacan, Gilles Deleuze, Georges Didi-Huberman ecc. Per quanto riguarda il tema dello specchio vengono esaminate le sequenze in cui Bene “mette in scena il chiasma ottico che si invera tra vista e sguardo” e viene prestata attenzione “alla pittura diegetizzata presente nella forma del tableaux vivant o in certe pose dei corpi assimilabili all’iconografia di genere o nell’effetto dipinto”. Tali rimandi figurativi utilizzati da Bene in funzione metalinguistica vengono analizzati alla luce degli apporti degli studiosi francesi citati.
Nel libro vengono, inoltre, passati in rassegna gli interventi sul cinema di Bene pubblicati su riviste militanti come Bianco e Nero, Cinema & Film, Cinema Nuovo, Cineforum, Filmcritica, Sipario, La scrittura scenica e Cahiers du Cinéma.
L’esegesi dei film è stata puntualmente associata dalla studiosa a “quel repertorio di ossessioni tipicamente beniane che si presentano puntuali, come gli auto-infortuni pervicacemente reiterati o il corollario di oggetti che si affastellano nel set, sovente contrassegnato dalla presenza di tendaggi, fiori, cibo, bende, bauli, cornici, specchi. Ed è per l’appunto lo specchio l’oggetto deputato del cinema di Carmelo Bene, autore che innanzi al ‘dispositivo del doppio’ si esercita con il gioco della voce, deforma il volto in smorfie, contempla il belletto, e non è mai stanco di rimirare la sua immagine simulacrale, finché giunge a disperdersi in essa, quasi fosse un novello Narciso che davanti alla superficie riflettente subisce lo scacco fatale del gioco di seduzione e di morte”.

 




Giulia Raciti
Il ritornello crudele dell’immagine
Critica e poetica del cinema di Carmelo Bene

Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2018
pp. 280

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