“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Giovedì, 06 Settembre 2018 00:00

Don’t worry… Learn to be happy

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Gus Van Sant ha presentato quest’anno, prima al Sundance Festival, poi al Festival di Berlino, un film biografico, Don't Worry, He Won't Get Far on Foot, sulla vita del vignettista satirico John Callahan. L’idea risaliva a circa venti anni prima, quando Robin Williams gli aveva proposto di rappresentare la caduta e risalita del fumettista figlio di donna irlandese da ella abbandonato alla nascita che inizia a dipendere dall’alcool all’età di tredici anni. Questa insopprimibile dipendenza lo porterà, a ventun anni, ad avere un terribile incidente stradale a seguito del quale resterà paralizzato dal tronco in giù.

Una vita che era prima disperata e che dopo sembra finita. Ma l’American Dream salva il protagonista e regala l’happy end agli spettatori, consolando gli animi per un dolore da vita spezzata in maniera irrimediabile altrimenti difficilmente sopportabile. Dell’idea di Robin Williams, all’epoca, non se ne fece nulla ma, dopo la sua morte, Van Sant ha voluto fortemente riprendere il soggetto, con una lettura più fedele della biografia di Callahan di quella proposta dal mitico “Capitano” fuggente − e fuggito via troppo presto −; ha dedicato l’opera proprio al grande attore morto nel 2014, e scelto Joaquin Phoenix come (eccellente) protagonista.
John Callahan conduce una vita dissoluta: beve di continuo, beve superalcolici, infila la tequila dappertutto, beve a partire dal mattino, appena sveglio, non ha praticamente più cognizione di ciò che accade, né controllo su ciò che fa, né, quel che è peggio, considerazione e cura per la propria vita. Nella Los Angeles degli anni Settanta, sulla scia dei favolosi ‘60s, la regola aurea è andare a party fighi, intrattenersi con chi capita, bere e sballarsi a più non posso. Una di queste serate, in cui conosce un suo simile, un giovane alcolizzato e privo di freni, tale Dexter, segnerà la sua fine di uomo “normale” e lo condannerà ad una vita di tetraplegia.
Mentre sono in sala mi chiedo come potrà proseguire questa narrazione. Non può che esserci uno spiraglio − mi dico − altrimenti, semplicemente, essa non può proseguire. E infatti, dopo i primi mesi bui dell’immobilità pressoché totale, dello sconforto disperante, di fughe in sedia a rotelle a tutta velocità per rifornirsi di super alcolici, Callahan, a seguito dell’apparizione della madre, in un momento di accesa astinenza e di buio esistenziale, si ripromette di non bere più e inizia a seguire il percorso di recupero con gli Alcolisti Anonimi. Un percorso ad ostacoli, come ben si conviene ad una vita turbolenta, ma dall’esito positivo: Callahan si disintossica, intraprende addirittura una relazione d’amore con la prima assistente che vide da paralizzato, inizia a disegnare, senza fermarsi: vignette molto tranchant, prima per una piccola rivista locale, poi a livello nazionale. Diventa una controversa celebrità delle strisce satiriche, acquisisce fiducia in se stesso, riesce a godersi le preziose semplicità della vita, ironizza, ama, gioisce. In questa escalation dell’ottimismo non mancano i passaggi intimisti come quelli caustici, e si fa strada la nota “etica della redenzione” che tanto caratterizza le storie d’oltreoceano: il riscatto avviene attraverso un incontro fortunato, o la fede, o il ricorso all’estro e all’arte, fa riemergere dalle “banlieues dell’anima” e ridà l’entusiasmo per la vita. In questa storia sono presenti tutti e tre gli elementi: l’incontro con la bella, giovane e intraprendente Annu, la frequentazione degli Alcolisti Anonimi e il correlato percorso di fede che essi propongono e che John intraprende, la spinta creativa che consente al protagonista di esprimere le sue ombre come le sue luci e finanche di guadagnarsi da vivere. La forza di Callahan sembra a tratti epica, un epico contemporaneo e rivisitato, certamente, ma istruttivo. Una sorta di parabola della conquista della joie de vivre, così rara da possedere e ancora più difficile da mantenere.
Il film colpisce per queste caratteristiche positive e senz’altro la solida regia di Van Sant, la bella prova del cast e la superba interpretazione di Joaquin Phoenix lo rendono un’opera interessante, godibile, umanamente formativa.

 

 



Don't Worry (Don't Worry, He Won't Get Far on Foot )
regia Gus Van Sant
soggetto Gus Van Sant, Jack Gibson, William Andrew Eatman (dalla biografia di John Callahan)
sceneggiatura Gus Van Sant

con Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonah Hill, Jack Black, Mark Webber, Udo Kier, Rebecca Rittenhouse, Beth Ditto, Kim Gordon, Carrie Brownstein, Emilio Rivera, Ronnie Adrian, Angelique Rivera, Rebecca Field
montaggio Gus Van Sant, David Marks
musiche Danny Elfman
costumi Danny Glicker
produzione Anonymous Content, FilmNation Entertainment, Iconoclast
distribuzione Adler Entertainment
paese Stati Uniti d'America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2018
durata 113 min.

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