“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 30 Giugno 2018 00:00

“The Generi” e Maccio Capatonda

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Questi nostri ultimi anni sono stati caratterizzati da diverse situazioni cinematografiche, dal riaffiorare di una sperimentazione e di una volontà di approfondimento di tematiche di cui si è poco usufruito, di specifiche istanze che complicano e condividono in modo puntuale una molteplicità di prospettive afferenti a quei gruppi ed a quegli individui che hanno ancora poca voce pur essendo parte strettamente integrante dell’identità sociale. Un lavoro più ricercato, nel cinema d’autore come in quello indipendente o nelle produzioni web e televisive, sta interessando già da un po’ anche la nostra Italia. L’offerta torna finalmente ad essere diversificata e, passando in rassegna le varie proposte, non può non balzare agli occhi un fenomeno del genere comico abbastanza nuovo ma già fortemente radicato nella nostra cultura mediatica, curioso fattore di disarmante umorismo: Maccio Capatonda.

Dai tempi dei primi “fake trailer” apparsi su Mai dire Lunedì e Mai dire Martedì la creatività dell’inconsueto mattatore teatino sta subendo, ma sarebbe più giusto dire guidando, la propria evoluzione, senza che i princìpi di base inizino a dissiparsi. Dopo le due uscite cinematografiche, con Italiano medio e Omicidio all’italiana, e le serie tv Mario e Mariottide, questo giugno, su Sky Box Sets, fa la sua comparsa la nuova attesa fatica: The Generi.
Giocando sull’immediato doppio senso del suono dell’articolo inglese che in italiano ci riporta l’immagine di personaggi per l’appunto degenerati, (se non quando buffamente deplorevoli!) il regista Marcello Macchia, reale identità di colui che in arte è il signor Capatonda, imbastisce la sua trama intorno ad una premessa semplice ma gravida di costruttive conseguenze. A seguito di un accadimento che sembra porre la sua esistenza di fronte ad un bivio, il protagonista della serie Gianfelice Spagnagatti, interpretato dallo stesso Macchia, si ritrova improvvisamente e inspiegabilmente catapultato in una dimensione parallela, all’interno di un avvicendamento di generi cinematografici senza soluzione di continuità.
Prima dello snodo centrale della vicenda, la vita piatta e solitaria che Gianfelice conduce fra le quattro mura di casa sua, scrivendo recensioni di film per mantenersi ed evitando di mettersi in gioco in qualunque situazione, specialmente in ambito sentimentale, è rapidamente sintetizzata agli occhi dello spettatore dal goffo tentativo da parte del protagonista di mantenere segreto il proprio innamoramento nei confronti della vicina di casa Luciana, interpretata dall’attrice ed astro nascente Antonia Truppo, già incisivo personaggio in Omicidio all’italiana e due volte vincitrice del David di Donatello come migliore attrice non protagonista per Lo chiamavano Jeeg Robot e Indivisibili.
Ecco quindi che l’esistenza così come la conosceva l’anonimo signor Spagnagatti sembra sparire in un attimo, costringendolo ad affrontare ed infine risolvere l’intreccio di ogni storia, vissuta dagli ignari interpreti del soggetto di ogni specifica sceneggiatura come se si trattasse della propria quotidiana realtà, all’interno di un mondo paradossale. Nel corso di questa prima stagione costituita da otto episodi, il plot diviene man mano più articolato, deformandosi nella svolta rappresentata dalla puntata del quiz show diretto da Nino Frassica nel ruolo di conduttore. Un ulteriore e definitivo cambiamento avviene nel penultimo episodio, il Noir, durante il quale la personalità di Spagnagatti subisce uno sdoppiamento propedeutico ad una riflessione per certi versi “metaseriale” e ad un finale che ben si riallinea con le iniziali premesse.
Navigando con studiato disagio fra una scena e l’altra, i molteplici personaggi in cui l’uomo viene calato, insieme a tutti gli altri, si fregiano di quello che ormai è il marchio di fabbrica del genere che fa da collante in tutta la serie: il genere Maccio Capatonda. La velleità demenziale spinta talvolta fino all’estremo, giunge a tratti a sfiorare una zona sospesa fra la sensazione del più sfacciato patetismo ed il richiamo all’inquietudine trasmessa dal contatto con un’insensatezza fine a sé stessa, la quale è in fondo un difficile esercizio stilistico, e sgorga dall’avvertimento di una certa vaghezza di pensiero insita in ognuno di noi. In The Generi sembrano presenti diversi tributi a tale vacuità del nonsense, e molti sono i riferimenti a quelle tipologie similari di esibizione ironica e spesso pungente, come ad esempio la citazione del nome Monty Python ad indicare le montagne che Bibbo Babbo e il suo “umile servo schiavo leccapiedi” Geromalo devono attraversare nell’episodio Fantasy, o lo stesso utilizzo di un personaggio come Nino Frassica.
La fusione tra ingenuità popolare e manieristica irrisione della società e di una parte del cinema italiano o di atteggiamenti e sottoculture stereotipate come quella del genere horror tipicamente statunitense, l’alternanza tra farseschi cliché cinematografici, una visionarietà quasi allucinata, ridicoli casi umani, spicciole vocine caricaturali, conditi con un volutamente sfalsato doppiaggio degli interpreti stranieri e l’assurdità dei nomi che contraddistingue lo stile in esame, sono tutti elementi qui in grado di strappare non poche risate. L’apporto di quei compagni di sempre, i seguitissimi ed irresistibili Herbert Ballerina, pseudonimo di Luigi Luciano, e Rupert Sciamenna, nome d’arte di Franco Mari, nei panni di Geromalo il primo, di Mago Merlino e del Dottore il secondo, sono un imprescindibile contributo alla complessiva buona riuscita della serie, così come la dettagliata ricostruzione del contesto nell’azzeccatissimo sfottò della commedia sexy all’italiana degli anni ’70, in cui lo stesso Alvaro Vitaliveste i panni di un attempato “Pierello”. Altre trovate esilaranti come il personaggio del pensionato Sandro Di Biase e gli inutili poteri dei “supereroi” nell’omonimo genere, sono componenti capaci di rafforzare l’intera vena umoristica di un’idea tutt’altro che strampalata.
Qualche tempo morto, che in maniera differente si ritrova anche in altri lavori di Macchia, pregiudica in alcuni momenti la fluida successione della serie, come avviene nel macchinoso episodio dello quiz show, ed insieme a moduli espressivi reiterati un po’ troppo a lungo nei vari dialoghi finisce per annoiare lo spettatore, ma al di là di queste pur evidenti debolezze l’infittirsi della trama in ogni racconto ha un che di brillante pur nella sua leggerezza, mentre le situazioni e i personaggi, specie negli episodi sopra menzionati, intrattengono in modo vivace. In sostanza, quella dispiegata da Maccio Capatonda è una matassa umoristica e demenziale non apprezzata da tutti, e in grado di dividere, spesso in modo molto netto, il pubblico, ma di certo se ne riconosce alla base un lavoro accurato, che mira a far collimare forma e contenuto dell’ironia operando in modo acuto, e prontamente, sulla tristezza di certi stilemi e sullo squallore degli espedienti pubblicitari e televisivi in un contesto che da tempo vedeva ripetersi schemi ormai sterili, usando la stravaganza con coraggio e trasformandola in una consistente abilità, al fine di svecchiare la solita, stanca parodia.



 

The Generi
ideazione e regia Maccio Capatonda
con Maccio Capatonda, Herbert Ballerina, Antonia Truppo, Franco Mari, Alvaro Vitali, Antonello Fassari, Nino Frassica, Fabio Rovazzi
montaggio Marco Costa, Stefano Malchiodi
produzione Lotus Production
distribuzione Sky Box Sets
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2018 (in produzione)
durata 8 episodi da 30 min.

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