“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Sabato, 05 Maggio 2018 00:00

Albert Serra, cinema arte e performance

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Il lavoro di Albert Serra, artista e regista catalano, è al centro di un recente libro curato da Vincenzo Estremo e Francesco Federici in cui ad alcuni saggi scritti, oltre che dai due curatori, da Chus Martínez e Andrea Mariani, si aggiunge una lunga intervista rilasciata da Serra a Udine in occasione dei lavori del Filmforum Festival del 2015.
L’opera di Serra si inserisce in “quelle spinte centrifughe di crescita del cinema contemporaneo verso aree liminali della cultura dell’immagine, sperimentazioni che hanno in molti casi preso il posto di un certo cinema underground del passato e che oggi vivono nell’intersezione e nell’ibridazione con le pratiche dell’arte contemporanea”.

Nella conversazione tenutasi tra i curatori e Serra, quest’ultimo sottolinea come la sua intera opera si incentri attorno alla volontà di ricorrere al digitale “per sentire il mondo piuttosto che rappresentarlo” e ciò, sostiene il catalano, è permesso dal fatto che la strumentazione digitale consente di superare una pratica di ripresa frammentata (la durata limitata delle bobine).
“Il regista, il filmmaker deve essere, secondo me, il centro dell’azione, deve essere estremamente sensibile, in grado di comprendere e lasciarsi ispirare da quanto gli sta accadendo intorno e tutto questo può avvenire solo perché non vincolato dai lunghi tempi di preparazione del set. Il regista, quindi, deve essere totalmente consapevole di cosa gli sta accadendo intorno, deve essere in grado di poter girare le cose che lui ritiene in quel preciso momento, le più importanti per lo sviluppo del film”.
Serra sottolinea come molti artisti siano restati legati a una vecchia idea del video e della videoarte che tendenzialmente assegna un’importanza spropositata al dispositivo a tutto discapito di quanto si sta girando. “Il digitale sta nel mezzo tra il cinema e il video elettronico, perché ti permette di essere totalmente concentrato in quello che stai facendo, su quello che hai di fronte a te in quel momento. Non è una questione tecnologica, ma qualcosa che ti possa permettere di fare al meglio quello che vuoi fare. Le videocamere digitali ti permettono quindi di focalizzarti sull’immagine ed è da questo punto che sono partito per ripensare il concetto di film, per ristrutturarlo dimenticando la composizione per scene e privilegiando l’improvvisazione”.
La videoarte, secondo Serra, non ha saputo evolversi in qualcosa di più ambizioso rispetto al suo presentarsi come “grammatica dell’immagine” e, allo stesso tempo, il cinema tende troppo spesso ad accontentarsi dell’aspetto narrativo. La tecnologia digitale permetterebbe, invece, volendo, di intrecciare la grammatica dell’immagine su cui ha sempre insistito la videoarte con le unità narrative tipicamente cinematografiche. Non a caso Serra utilizza parte del girato realizzato per l’ambito artistico anche nei lungometraggi di finzione e viceversa sperimenta la coerenza narrativa di questi ultimi anche nei lavori d’artista.
Le radici della carriera dell’artista-regista sono ravvisabili nell’arte delle Avanguardie storiche del XX secolo: “Non mi interessava solo l’arte visiva, infatti, ero affascinato dall’energia di rinnovamento e dal lavoro di artisti straordinari e sognatori assoluti come Arthur Rimbaud, persone per cui l’arte è in grado di cambiarti la vita. A partire da questa idea di arte e vita ho iniziato ad apprezzare la performance come idea e concetto in grado di cambiare la mia vita. La performance è quella forma artistica che ti permette di vivere in tempo reale, nel presente, qualcosa che è totalmente nuovo e che si afferma come una nuova vita possibile, in un determinato e preciso momento. Non è una rappresentazione, ma l’esperienza viva di qualcosa di reale, qualcosa da vivere non per interposta persona, ma dal vivo e nel tempo presente, qualcosa che conta come la tua propria vita allo stesso modo di come conta dormire, bere e tutto il resto”.
Altra questione che Serra sottolinea nel corso della conversazione è l’importanza della giocosità nei lavori delle Avanguardie di inizio Novecento, giocosità che oggi, sostiene il catalano, è difficilmente ravvisabile nei lavori degli artisti contemporanei. “Per me il lato ludico è connesso alla necessità di fare film, un’attività che deve rappresentare un rimedio alla noia piuttosto che un’attività tediosa”.
Circa la “componente tempo” dell’esperienza artistica, Serra si dice affascinato dai tempi lunghi della letteratura: “Ho provato a raggiungere una natura performativa nel cinema mescolando la performance e il tempo dell’esperienza della lettura. Il cinema si sa è l’arte della manipolazione: tempo, spazio, narrazione, approccio simbolico, psicologia, io ne volevo fare un’arte reale. Volevo superare qualsiasi approccio tautologico del cinema alla realtà, provando a fare dei film che fossero delle piccole unità di vita reale. Il cinema come performance non vuole essere una rappresentazione, ma la vita stessa. Ma per il cinema, per l’arte della manipolazione, è davvero difficile trovare l’equivalente della performance, così ho iniziato a lavorare su alcune mie ossessioni visive provando a trasmettere l’intensità e la presenza della vita”.
Venendo invece ai saggi su Serra presenti nel volume, Chus Martínez, a partire da Singularity (2015), delinea le modalità di vedere e narrare la realtà adottate dal catalano mettendo l’accento su come nell’installazione multischermo presentata alla 56a edizione della Biennale di Venezia, sia ravvisabile “una riflessione che muovendo dall’intelligenza artificiale arriva ad affermare che il pensiero, la volontà e l’immaginazione non sono fatti della stessa sostanza del mondo, degli oggetti e delle cose, ma delle immagini, dei sentimenti e delle idee. Un lavoro sul mondo che, mediante l’immagine in movimento, rompe con la logica della rappresentazione, creando [...] delle immagini pure, che non testimoniano il progredire diacronico e articolato della storiografia, ma una ripetizione deleuziana della storia stessa”.
Nel suo intervento Francesco Federici indaga le relazioni fra cinema ed arte contemporanea operate da Serra. “Cinema e arte divengono quindi due mondi e due termini che l’artista catalano usa a suo piacimento, muovendosi senza soluzione di continuità fra l’uno e l’altro e soprattutto fra pubblici diversi, ma in molti casi complementari”.
Andrea Mariani riflette invece su come il modernismo del cinema di Serra risulti inseribile “in un’ottica di lunga durata e in rapporto a quello che è stato definito slow movie”, intendendo quest’ultimo come “un cinema di reazione e resistenza lenta al sovrainvestimento in azione (e montaggio) della produzione blockbuster contemporanea e in questo senso si caratterizzerebbe come un cinema capace di sollecitare un ripensamento delle coordinate sensibili della modernità [...]. L’idea di uno slow cinema dunque pone al centro il carattere temporale, qualificando di fatto come baricentro speculativo la connessione tra modernità e velocità cinematica. Il nesso fonderebbe poi naturalmente anche il valore politico del progetto del cinema lento”.
A proposito del rapporto che si viene a instaurare tra le opere del regista-artista e il pubblico, Vincenzo Estremo segnala come quello di Serra sia un cinema radicale, capace di “portare il pubblico ad uno stadio di contemplazione che consenta una predisposizione alla divagazione mentale, alla dilatazione e all’espansione del pensiero. Il cinema a cui Serra dà sostanza, è un esercizio in cui lo spettatore viene messo in condizione di essere uno sceneggiatore autonomo, un performer indipendente che agisce nell’area del suo spazio mentale”. Ed a proposito del rapporto tra le opere di Serra ed il reale, Estremo sostiene che, piuttosto che provare a narrare il reale, l’artista catalano preferisce mostrare quello che è reale, e tenta di “raggiungere una complessità contenutistica che coincida con il reale, evitando di conseguenza tutte quelle misure dissimulatorie che appartengono alla produzione filmica e che servono a procurare invece l’illusione della realtà. Le immagini dei film di Serra corrispondono ad un hic et nunc ad una condizione unica e irripetibile, ad una presenza fenomenica del corpo della storia nel film, piuttosto che ad un’articolata ricostruzione storiografica”.
Quello curato da Vincenzo Estremo e Francesco Federici pur essendo un libro agile nel suo piccolo formato e nel suo limitato numero di pagine, mette in campo questioni importanti e complesse tanto a proposito dell’opera di Albert Serra che dell’intreccio tra arte, cinema e performance che riguarda anche altri autori contemporanei.

 




Vincenzo Estremo, Francesco Federici (a cura di)
Albert Serra. Cinema, arte e performance

Mimesis Edizioni. Milano-Udine, 2018
pp. 92

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