“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 12 Aprile 2013 15:35

I muri nella testa

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Esiste in Italia una generazione d’attori che andrebbe non solo preservata quale patrimonio culturale di un popolo, ma del cui lavoro andrebbe consigliata vivamente la visione (e magari lo studio approfondito) a chiunque voglia intraprendere (e in taluni casi anche a chi l’abbia già intrapresa), la strada lastricata di tavole di palco della recitazione.
A questa generazione appartiene Giulia Lazzarini, una Signora del teatro italiano che dal palco di Galleria Toledo ha fornito un piccolo saggio di come si stia in scena, di come far parlare un sospiro, di come fare d’un corpo estraneo grancassa in cui vibrino sentimenti autentici, di come una sola voce possa diventar capace di modulare mille sfumature di un unico sentire, attraversando una storia particolare e mettendola in relazione con l’universale.

Alle spalle d’un leggio, accanto ad un tavolo ed uno sgabello messi lì a far da uniche guarnizioni di scena, Giulia Lazzarini si produce in quella che a tutta prima parrebbe una lettura drammatizzata: Muri: prima e dopo Basaglia è un toccante e profondo monologo, ottimamente scritto da Renato Sarti, che offre lo sguardo partecipe di chi ha vissuto dal di dentro la realtà dei manicomi, testimoniando attivamente (ed anche emozionalmente) di quel che è stato ed ha rappresentato la “rivoluzione basagliana”.
Parrebbe una lettura drammatizzata… parrebbe, sì, perché ci sono un’attrice e un leggio con dei fogli… Parrebbe ma non è, poiché chi è in scena fa sì che chi è dabbasso in platea abbia netta la percezione di veder progressivamente sparire il leggio, reso come diafano da presenza scenica ad un tempo dominante e discreta, enorme senza ingombro: la voce e le mani, cenni ed inflessioni, l’attesa d’una pausa, la sospensione d’un respiro, tutti meravigliosi dettagli che riempiono la recitazione con la verità di una vita raccontata.
Una garbata inflessione che sa di Triveneto ricama con delicato afflato la vicenda umana di Mariuccia Giacomini, infermiera e viva testimonianza di chi ha vissuto il cambiamento introdotto da Franco Basaglia negli istituti di salute mentale: improvvisatasi infermiera per necessità al manicomio di Trieste, quando per essere infermieri bastava avere la terza elementare e per essere infermieri psichiatrici era preferibile esser nerboruti e capaci di menar le mani, Mariuccia dedica la propria vita ad una missione, resa tale dall’entusiasmo partecipativo che fa seguito all’avvento di Franco Basaglia. Con Basaglia ella matura una coscienza, acquisisce consapevolezza del senso autentico del proprio lavoro, dell’essenziale ruolo degli infermieri psichiatrici, che fino ad allora si riduceva a far da secondini agli internati in ambienti intrisi d’odore di piscio e disinfettante ed in cui bisognava pulire, pulire e poi ancora pulire, perfino con le sole nude mani.
La separazione fra i reparti, la separazione dello stesso personale tra maschile e femminile, conosceva l’ulteriore separazione tra internati e “carcerieri”. I “matti” – e virgolettiamo perché l’epiteto ci pare contenga una contumelia distante dalla nostra intenzione  –  son brutti perché portano impressi sul volto i segni della sofferenza, cicatrici di un’ingiuria patita, di un improperio della vita chiamato genericamente follia; all’interno dei manicomi il trattamento riservato ai “matti” era a base di elettroshock e curaro, camicie di forza e camere di contenzione, traumi clinici e lobotomie. Ciò fino all’avvento di Basaglia: “Legare uno che sta male non è terapeutico”; oggi ci sembra una frase di una ovvietà sconcertante, quarant’anni fa è stato necessario esplicitarla e lottare affinché quella frase fosse d'abbrivio ad una rivoluzione che non mirava ad altro che a “restituire il matto all’umana sofferenza”; e, come tutte le rivoluzioni, ha incontrato resistenze ed ostracismi, soprattutto all’interno del mondo accademico, malato di conservatorismo e refrattario alle innovazioni basagliane.
Vista dalla prospettiva di Mariuccia, cui Giulia dà corpo e voce, la “rivoluzione basagliana” si arricchisce di un elemento in più: se da un lato essa mutò radicalmente l’approccio terapeutico, iniziando a considerare il paziente come un essere umano prima ancora che come un malato di mente, dall’altro favorì la trasformazione dell’infermiere psichiatrico in soggetto socialmente attivo e rilevante, in quanto partecipe e cosciente, a cominciare dalla promiscuità fra infermieri, primo segnale del senso di comunità a cui improntare la vita in manicomio; alla promiscuità faceva seguito la contiguità con gli internati, finalmente trattati come individui, portati anche fuori dai manicomi, offrendo loro il riconoscimento d'una dignità umana altrimenti negata e guadagnando da parte loro il rispetto e la fiducia.
I muri abbattuti da Basaglia non furono semplici diaframmi di calce e mattoni la cui caduta servisse a restituire ad una dimensione umana e sociale gli internati e coloro che li assistevano; i veri muri, come racconta Mariuccia per voce, gesti e sospiri di Giulia, sono quelli dentro la testa, “il muro è lo schema”, il vero e meno valicabile divisorio che separa in comparti stagni la società, distinguendo con poco derogabile giudizio fra insania e normalità.
Con Basaglia e con la legge 180/1978 che porta il suo nome, s’è avviato un processo rivoluzionario che doveva portare alla riforma e alla chiusura dei manicomi e che contestualmente ha rivoluzionato la vita di chi nei manicomi operava. Come Mariuccia, uscita grazie a Basaglia dal processo routinario casa-lavoro-casa per entrare a pieno regime nel “territorio basagliano”, che finisce per diventare volano della sua vita, della sua partecipazione alle battaglie civili per il divorzio e per l’aborto, fino a vivere il manicomio come “un modo di pensare” – come poteva esserlo la fabbrica – fino ad affermare che “il manicomio è il posto più bello che c’è”. Così bello che da pensionata Mariuccia ha amato tornarci per prestare opera volontaria, col suo bagaglio d’esperienza di vita che nel frattempo s’è arricchito (è stata in psicanalisi, ha letto Freud, ha acquisito nuove conoscenze) e questi valori aggiunti dentro di sé li porta in quello stesso luogo in cui ha prestato servizio per un trentennio: in mezzo ai matti è a suo agio, perché loro, come lei, non hanno schemi. E senza schemi impegna e riempie le sue giornate del fare e del desiderio di fare meglio, tant’è che mentre le luci calano, un fiato di voce sfuma in penombra: “Tutto si può far meglio”. Mentre il buio s’impossessa della sala, riempito dal fragore dell’applauso, ci ritroviamo a concordare, sia pur con accorata postilla: tutto si può far meglio, meno che tenere la scena meglio di come ha fatto Giulia Lazzarini.

 

 

Muri: prima e dopo Basaglia
testo e regia
Renato Sarti
con Giulia Lazzarini
produzione Teatro della Cooperativa | Mittelfest
con il sostegno di Regione Lombardia – Progetto Next, Provincia di Trieste
musiche Carlo Boccadoro
scene Carlo Sala
luci Claudio De Pace
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Galleria Toledo, 9 aprile 2013
in scena dal 9 al 14 aprile 2013

 

 

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