“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Mercoledì, 10 Aprile 2013 12:31

Vediamo se riesci a uscire vivo dal MAXXI

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Due sono i motivi per i quali frequento musei, gallerie e mostre: il primo, banalmente, è la passione per l'arte, il secondo è l'inguaribile curiosità che nutro per il genere umano. Trovo che esistano poche cose insieme interessanti e divertenti quanto osservare gli altri fruitori di una mostra, soprattutto se di arte contemporanea. Il mio divertimento non è quello del sadico non-intellettuale-ma-che-crede-di-esserlo che se potesse girerebbe The Hunger Games 2: vediamo se riesci ad uscire vivo dal MAXXI godendo ad ogni corpo lasciato lungo il percorso dopo una prova di conoscenza artistica fallita. Sono soltanto affascinata dalle modalità di percezione da parte del pubblico dei non addetti ai lavori, fondamentale per evitare il circolo vizioso artista-gallerista/direttore di un museo-critico-collezionista che se la cantano e se la suonano nelle riviste specializzate o nei soggiorni con poltrone in stile Luigi XIV. L'arte è per tutti e di tutti.

Dopo anni di frequentazione dei cosiddetti luoghi della cultura ho imparato a riconoscere chi è stato trascinato ad una mostra d'arte contemporanea contro il suo volere. Le tipologie più frequenti sono:
- Partner profondamente innamorato che cerca disperatamente di dimostrare che non è vero che non facciamo mai nulla insieme ("Vedi questo?", "Ma cosa?", "Questo video", "...", "E' un video di Bill Viola... ti piace?", "Ma sono solo due tizi che si disperano. A rallentatore. E tenderei a ricordarti che proprio in questo momento la Roma sta giocando")1.

 

- Genitori che cercano di migliorare l'educazione dei figli proponendo qualcosa di costruttivo da fare insieme la domenica. Nota bene: la probabilità di incontrare genitori divorziati o separati è altissima ("Vedi questo?", "La sedia che abbiamo in cucina?", "No, tesoro, accanto alla sedia c'è la foto di una sedia e una didascalia, capisci cosa significa?", "Che non vedo l'ora che Andrea mi porti a Gardaland", "Andrea?", "Sì, il fidanzato della mamma")2.

 

- Insegnanti di ogni ordine e grado che si sbracciano per catturare l'attenzione di ragazzi che scattano foto da mettere su Instagram o Facebook (o tutti e due) accompagnate da didascalie derisorie nei confronti dell'opera o dell'insegnante (o tutti e due). La spiegazione è sovente intervallata da battute oscene, risate e gomitate complici.

 

- Fuori pioveva e il museo era il primo edificio nei dintorni (variante: fuori ci sono 50° e nei musei c'è sempre l'aria condizionata). Sguardi persi si aggirano furtivi tra le stanze ("Ma dove siamo?", "E che ne so...", "Ho paura.", "Mi sembra l'inizio di The Rocky Horror Picture Show, se adesso un tizio seminudo uscisse dalla stanza accanto cantando e ballando non mi stupirei", "Te l'avevo detto che dovevamo andare al Mc Donald!").

 

- Uomini soli che tentano il rimorchio ("Bello, non trovi?", "...", "lo trovo così... profondo ed essenziale al tempo stesso... vieni qui spesso?", "...", "Anche io, tutte le volte che posso, è un posto fantast... ehi, ma... dove vai!?").

 

- Turisti di tutto il mondo con apparecchi a forma di telefoni anni '90 convulsamente appiccicati all'orecchio ed un'espressione di illuminata consapevolezza: la frase "Italians do it better" non si riferiva certamente alle audioguide.

 

 

Mi sono chiesta il motivo di siffatti comportamenti e mi sono data molte risposte ma quella che mi sembra più verosimile riguarda l'anestetizzazione incombente dei nostri sensi. Non solo a causa dei new media, della frammentarietà e della superficialità delle informazioni che siamo abituati ad assorbire quotidianamente senza accorgercene e senza avere la minima voglia di approfondire, dei ritmi frenetici o della fastidiosa immagine degli storici dell'arte snob e radical chic che ci hanno propinato nei talk shows a tutte le ore del giorno e della notte. Questi sono ostacoli facilmente superabili se, per prima cosa, qualcuno a scuola avesse avuto il tempo e le competenze per spiegare storia dell'arte contemporanea (alzi la mano chi è riuscito a studiare almeno gli anni Sessanta!) allontanando la ben comprensibile difficoltà d'approccio iniziale e se, in secondo luogo, recuperassimo un po' di sana e fanciullesca curiosità.
L'arte nasce, secondo me, quando un uomo si pone delle domande e sente di non avere mezzi migliori per cercare risposte. Cercare, mai trovare, la verità non appartiene a questo mondo e l'artista non è un profeta incaricato di sollevare il velo di Maya o districare le tele di ragno di duchampiana memoria3. L'arte è continua e imperitura ricerca e così come è nata insieme al genere umano allo stesso modo esalerà l'ultimo respiro insieme all'ultimo dei sopravvissuti della nostra specie. Ogni momento storico ha preferito determinati mezzi espressivi e oggi, in particolare, i confini si fanno più labili, l'happening e la performance sconfinano spesso nel teatro e nella danza, l'istallazione ambientale ha dilatato la scultura oltre i limiti plastici fino a renderla vivibile ed esperibile, i mezzi tecnici di cui disponiamo ampliano le possibilità creative dell'artista, lo spettatore è sovente chiamato a completare l'opera partecipando attivamente4.
Molte opere di arte contemporanea, secondo me, sono accomunate da un unico intento: recuperare la verginità dello sguardo proponendo una visione alternativa del reale e di ciò che non lo è. Non è solo voglia di stupire eccedendo ogni limite: è ripensare il pensiero, spostare l'attenzione dall'oggetto da rappresentare al soggetto che rappresenta e sui suoi modi di percepire il primo.
Ecco perché adoro guardare gli altri spettatori di una mostra di arte contemporanea, perché a volte la resistenza opposta è molta, le battute mordaci quando non banali ("potevo farlo anch'io" nelle varianti "poteva farlo il mio cane" o "mio figlio di tre anni" o "se dai cinque euro a Gigi il falegname te ne fa uno uguale" e via così ad libitum), ma non è raro assistere a piccoli miracoli: i muscoli facciali si rilassano, le teste si piegano un po' di lato, gli angoli della bocca si alzano leggermente, un bambino commenta un quadro astratto dicendo che "È bello", il fidanzato prima riluttante chiede maggiori informazioni, chi si è riparato dall'acquazzone si attarda nelle sale anche se fuori ha smesso di piovere.
Il vero miracolo non riguarda l'aver imparato date o notizie biografiche. Un museo si può esperire in molti modi diversi e l'ideale, secondo me, sarebbe arrivare in loco con un'idea di ciò che si vedrà (chi sono gli autori, quali opere troveremo esposte, chi è/sono il/i curatore/i) ed utilizzare la visita per appronfondire le conoscenze iniziali e colmare eventuali lacune ma se non avete tempo o voglia non importa. Godete di quello che incontrerete, fatevi sorprendere passo dopo passo, incuriositevi, fatevi domande e se non saprete trovare risposta, ancora una volta, non importa: ci sono un milione di libri scritti proprio per soddisfare quest'esigenza. Se questo non dovesse bastare chiedete a qualcuno, e se anche questi non saprà rispondervi discutetene insieme, rispolveriamo l'ormai – ahimé obsoleto valore della dialettica, non fermiamoci alla prima impressione, non arrendiamoci alle definizioni da manuale. Questo potrebbe essere il primo passo verso un vostro felice connubio con l'arte contemporanea che durerà più a lungo di molti matrimoni.
Il vero miracolo è accaduto quando le nostre granitiche difese personali si sono abbassate e, anche solo per un'ora, abbiamo recuperato gli occhi dismessi decenni fa – quando ancora credevamo che i sogni si potessero realizzare – lasciando all'arte la possibilità di fare il suo compito, parlare. Abbiamo ascoltato e potremmo non essere stati d'accordo o esserne rimasti disgustati ma ci siamo messi in gioco, deposto i pregiudizi e aperti fino a farci colpire. Abbiamo provato qualcosa perché ci siamo permessi di essere vulnerabili – che non sempre nuoce gravemente alla salute – e finchè sentiremo qualcosa saremo certi di non essere ancora diventati una sottospecie di zombie ipercinetici con appendici a forma di Iphone al posto delle mani.

 

 

 

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1) Bill Viola, Silent Mountain, 2001. [http://www.youtube.com/watch?v=oA9BG5aOD64]

2) Joseph Kosuth, One and three chairs, 1965. [http://uploads4.wikipaintings.org/images/joseph-kosuth/one-and-three-chairs.jpg]

3) Nel 1942, in collaborazione con Breton, Sidney Janis e R.A. Parker, Marcel Duchamp realizzò l'allestimento dal titolo "Sixteen Miles of String" per la mostra "First Papers of Surrealism" tenutasi al 451 di Madison Avenue a New York. [http://p0.storage.canalblog.com/06/71/13773/8985592.jpg]

4) Queste problematiche sono state studiate da una quantità spaventosa di storici e critici d'arte tanto che proporre una bibliografia sarebbe un lavoro sterminato. La carrellata tematica di cui sopra non ha la pretesa di essere completa.

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