“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Domenica, 10 Dicembre 2017 00:00

Piovono pietre, ma Davide sconfigge Golia

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Piovono pietre, di Ken Loach, è ambientato nella Manchester post-thatcheriana. È un film del 1993 che descrive la difficile sopravvivenza di due famiglie operaie; di due operai amici, che vivono assieme il dramma della disoccupazione cercando di aiutarsi. In questi tempi di ultra-capitalismo selvaggio e di precariato globalizzato, reputo importante parlare di lavoro, di valori, di diritti, di equità. E così, riprendo Ken Loach, maestro semplice della classe operaia.

Il protagonista principale è un padre disoccupato, cattolico, che cerca di racimolare i soldi necessari (che sono, per lui, tanti...) per regalare alla figlioletta un vestito nuovo per la Prima Comunione. Per riuscirci, si risolve ad accettare qualsiasi lavoro (pulitore di fogne, guardia del corpo in una discoteca). Ma nessuno di questi va bene, né basta. Lui è un operaio, anche quando prova a fare altro. Soprattutto, quando resta disoccupato. “Quando sei un operaio, piovono pietre sette giorni su sette”: questa è la frase-simbolo del film. Essere operaio significa avere una ferita profonda ma superficiale, sempre aperta, che rende vulnerabili, che può essere ulteriormente allargata da coloro che, vedendola, se ne approfittano.
Infatti l’operaio si risolve a chiedere un prestito ad uno strozzino il quale, a causa della mancata restituzione dei soldi e degli interessi, minaccia le di lui moglie e figlia. I due uomini hanno una colluttazione che provoca infine la morte dell’usuraio. Il nero assoluto pare prevalere. Sembrerebbe dunque questo un film dal finale chiuso, privo di speranza.
La violenza generata dall’indigenza, il vile ricatto generato dalla necessità altrui, dalla privazione di equità e dignità. Loach ci descrive gli scenari impietosi del capitalismo iniquo e spietato, ma anche ci sorprende, attribuendo una funzione di sostegno sociale fondamentale alla Chiesa cattolica. Infatti, è proprio il prete al quale il protagonista si rivolge per espiare la propria colpa e per dire il peso atroce della responsabilità che sente per la morte di un uomo, a dissuaderlo dal costituirsi alla polizia, a convincerlo che è stato un bene che l’usuraio sia morto, perché in questo modo tante famiglie povere ed impoverite non avranno più da temere per la loro sopravvivenza. E così, un gesto che sarebbe condannato dalla legge, diventa un’azione ripristinatrice di giustizia sociale.
Ed uno spiraglio di speranza si ritrova anche nell’ultima scena del film: si sentono le sirene della polizia. Due poliziotti bussano alla porta dell’operaio. Ci si attende il peggio: lo arresteranno? La giustizia reale, prima ancora che sociale, verrà ancora calpestata? No. La giustizia, seppur parziale e probabilmente insufficiente, s’intravede: essa riporta all’operaio un furgoncino che gli era stato rubato qualche tempo prima. Questo finale positivo riconcilia un po’ con la vita.
Un meta-messaggio del film, da ultimo, potrebbe essere il seguente: nonostante la disgregazione socio-economica condotta spietatamente nel periodo ultraliberista thatcheriano, la solidarietà umana, familiare, religiosa, operaia le sono sopravvissute, hanno resistito.

 






Retrovisioni
Piovono pietre
regia
Ken Loach
sceneggiatura Jim Allen
con Bruce Jones, Julie Brown, Gemma Phoenix, Ricky Tomlinson, Tom Hickey, Mike Fallon, Ronnie Ravey, Lee Brennan, Karen Henthorn, Christine Abbott, Geraldine Ward, William Ash, Matthew Clucas, Anna Jaskolka, Jonathan James, Anthony Bodell, Bob Mullane, Jack Marsden
fotografia Barry Ackroid
musiche Stewart Copeland
paese Gran Bretagna
lingua originale inglese
colore a colori
anno 1993
durata 93 min.

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