“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Giovedì, 07 Dicembre 2017 00:00

“Idioti”: l’inesprimibilità della sofferenza

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Cosa è l’idiozia? Come si vive da idioti? Chi è veramente idiota? (ammesso che sia possibile definire i limiti e gli ambiti in cui incasellare gli altrui comportamenti ed atteggiamenti). È su questi temi che ci invita a riflettere, come sempre attraverso modi e formule espressive forti, antagonisti ed esasperati, Lars von Trier con il suo film Idioti.
La trama del film è la seguente: un gruppo di giovani amici decide di intraprendere una sorta di esperimento socio-psicologico: fingersi idiota e mostrarsi senza freni inibitori, nei suoi simulati, ricercati, talora poco sostenibili eccessi di demenza, alla benpensante popolazione di una cittadina danese (sicuramente più civile e meno giudicante delle nostre, da quel che si vede nel film... chissà cosa sarebbe successo in Italia...!).

Lo scopo dichiarato dell’“assunzione di idiozia” è sfidare la morale borghese dominante, la presunta (spesso celata) repellenza delle persone nei confronti di chi è – considerato − “diverso”.
In realtà, la motivazione che sembra essere alla base di quest’atteggiamento, almeno da parte di alcuni componenti del gruppo, è l’insoddisfazione personale, lavorativa, familiare, quando non la voglia di sperimentare − dettata dalla noia o invece da un’indole più sensibile di quella comune e dominante − e di mettersi alla prova. Lo si capisce quando, per caso, entra a far parte della “famiglia” Karen, una giovane donna dallo sguardo che immediatamente rivela la sua inconsolabile disperazione. Lei, invece, non rivela null’altro, se non la sua gratitudine per essere stata accolta dai nuovi amici, per l’affetto e la considerazione ricevuti, per la possibilità di essere se stessa senza dovere agli altri dimostrazioni né giustificazioni. Karen è colei che più di tutti si avvicina a quella che è considerata idiozia: vive in un mondo spesso tutto suo, scoppia improvvisamente e desolatamente a piangere, guarda fissa fuori da una finestra con espressione (apparentemente) estatica, non alza mai la voce, non chiede nulla a nessuno.
L’esperienza, visibilmente forte, toccante, è unificante ma al contempo distruttiva per le sorti stesse del gruppo. Infatti, dopo un paio di settimane di convivenza e condivisione, emerge la giusta necessità di essere fino alla fine “idioti”, di esserlo nel modo e nel contesto più difficili: quello personale (sia esso professionale o familiare, a seconda della preponderanza che l’uno o l’altro ha per ciascuno). Soltanto mostrando il coraggio di “recitare la propria nuova realtà” nel luogo − fisico, ma soprattutto simbolico − più importante per sé, si potrà dire che l’esperienza è davvero riuscita, che non è stato soltanto un facile gioco o, peggio, una squallida farsa.
È questo il momento della disillusione: la scelta del/la destinato/a, operata a caso tramite il “gioco della bottiglia” (quale modo più adeguato al contesto di questo, che rappresenta un gioco di bambini?), si compie per due volte invano, dato che la prima delle due persone sorteggiate si tira indietro e, coerentemente, abbandona la casa comune, mentre la seconda ci prova, al lavoro, senza riuscirci.
Si offre quindi come volontaria la dolce, timida Karen, estranea alla razionale scelta della messa in scena dell’idiozia. Si reca in casa sua con Suzanne, una delle ideatrici del gruppo, la quale ha il compito di verificare che Karen realmente si comporti come un’idiota. La donna viene accolta con distacco e con indifferenza dalla madre e dalle due sorelle. La sorella dice infatti, a-tona, a proposito della sua improvvisa scomparsa: “Ma dov’eri finita...? Pensavamo che fossi morta”. Come se scomparire e morire fossero due accadimenti abituali e privi di rimandi emotivi per chi è in relazione con la persona che sparisca d’improvviso e muoia... L’atmosfera della casa è glaciale, vi aleggia una non ricomposta angoscia che assume le sembianze dell’impermeabilità. Questa atmosfera a me sembra però costitutiva, non dovuta soltanto al terribile evento che si scopre essere avvenuto proprio il giorno della conoscenza da parte di Karen del gruppo: il funerale del di lei figlioletto.
La morte della persona più importante ha reso Karen una persona folle, agli occhi altrui e a quelli degli stessi compagni, una “quasi-idiota”. Ma la sofferenza più grande ed inesprimibile può mai essere detta follia?
La scena finale che vede Karen mangiare “come un’idiota”, ingozzandosi e sporcandosi la faccia con la fetta di torta, alla presenza oltretutto del marito convinto, come tutta la sua famiglia, dell’insensibilità di Karen e della sua indifferenza alla morte del figlio – perché non si è presentata al suo funerale – è, semplicemente, commovente. La comunicazione, attraverso tale gesto, dell’assurdo, insopportabile dolore non viene, ovviamente, compresa dai familiari: il marito le molla uno schiaffo; lei, piangendo, continua a mangiare “come un’idiota”; gli altri familiari restano fermi, increduli e scioccati. Suzanne, piangendo anche lei, la prende e la porta via da quel luogo estraneo e privo di amore, privo di comprensione e di umanità.
L’ostentata, costruita, leggera idiozia lascia così il posto all’ingombrante, pesantissimo, interminabile dolore. Von Trier ci comunica che ciò che appare stupido, scomposto, soggettivamente inspiegabile, può nascondere una tremenda sofferenza e che può essere talora l’unico modo per fare uscire fuori un disagio talmente grande da deformarsi ed assumere i contorni del ridicolo, del grottesco o del patetico agli occhi altrui. E quale sia il punto più profondo e al contempo più alto della umana sofferenza lo ha provato, tra tutti i personaggi, soltanto Karen.
Incasellare atteggiamenti, sentimenti, azioni e reazioni in tipologie predefinite, circoscriverne limiti e modalità è del tutto arbitrario, poco utile, spesso sbagliato, a livello logico (di comprensione) ed etico (di compassione). E Von Trier ce lo comunica con impeto e facendoci sentire in forte difficoltà per la mediocre tendenza al giudizio sociale ed alla borghese censura insiti, in fondo, in ciascuno di noi. Non è il suo miglior film, certo, ma ci obbliga a ripensare le categorie abituali e il nostro vivere spesso pavido, castrato, superficiale, distante dall’altro.

 




Retrovisioni
Idioti
regia, soggetto e sceneggiatura
Lars von Trier
con Jens Albinus, Anne-Grete Bjarup Riis, Hans Henrik Clemensen, Regitze Estrup, Christian Friis, Bodil Jørgensen, Knud Romer Jørgensen, Anne Louise Hassing, Anders Hove, Louise Mieritz, Nikolaj Lie Kass, Lone Lindorf, Troels Lyby, Luis Mesonero, Lotte Munk, Henrik Prip
fotografia e montaggio Lars Von Trier
produzione Vibeke Windelov, Zentropa Entertainments2 Aps e Dr Tv, Danish, Broadcasting Corporation, Liberator Prod.Ssrl, Le Sept Cinema, Argus Film Produktie, Vpro Television, Zdf/Arte
paese Danimarca, Francia
lingua originale danese
colore a colori
anno 1998
durata 117 min.

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