”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Sabato, 25 Novembre 2017 00:00

Oltre la pioggia, la felicità

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Chiudo gli occhi e scorre dentro ad essi il fiume di pioggia pressoché incessante del film. Una bella idea, una originale realizzazione e un’ottima resa cinematografica. Questo splendido film d’animazione di Alessandro Rak è stato infatti premiato, per citare due kermesse, allo European Film Awards e al Raindance Festival di Londra.

L’animazione è lo strumento utilizzato in un luogo cinematografico in cui tutto all’esterno è fermo. Fermo, tetro e pieno di spazzatura. Si muove quasi solo il taxi, con tanta vita e tante vite dentro. Animazione perché è Napoli, animazione perché è genere e stile, animazione perché questa opera mette l’anima in azione, partendo da una condizione di stasi.
Il protagonista, Sergio, è infatti immobile, cristallizzato. Colpito e affondato nel passato, una realtà parallela che per lui diventa intersecante quella presente e prevalente su di essa, lasciandolo agli effetti del disarmo e dell’incapacità di trovare una strada nuova, una strada propria. Sergio fa il tassista, ma questo lavoro è un ripiego, il risultato della mancanza di coraggio e di fiducia in sé stesso. Infatti fin da ragazzino egli adorava suonare, ed era molto dotato: il suo sogno era quello di diventare un musicista, e di creare musica con il fratello Alfredo. Ma ciò non è avvenuto. L’amato fratello è poi andato in Tibet dove, purtroppo, è morto. L’emozionalità drammatica del legame familiare spezzato e la passione musicale che non riesce a trovare un compimento tengono imprigionato Sergio in un sé stesso remoto. L’elaborazione del lutto avviene nel suo taxi, che diventa palcoscenico di vite, spunti dialettici e nuove emozioni. Ogni personaggio che vi sale è in qualche modo collegato al fratello. E quando il Vesuvio erutta, e pare non esserci scampo, Alfredo appare a Sergio e gli indica la via di fuga. A questo punto, Sergio si ritrova in una radura ampia con al centro il suo strumento, il pianoforte. Inizia a suonare, e ritrova un po’ sé stesso. E il dolore si scioglie.
Le parole, le esperienze, le emozioni, pian piano entrano dentro lo spettatore – che facilmente, naturalmente, si identifica con il protagonista − fanno breccia in Sergio, che rivede la sua vita da altre angolazioni, e trasformano il piano a due dimensioni in tridimensionale, ri-creando cioè delle prospettive per la sua esistenza, facendo suo il passato ma calandosi nel presente, e usandolo come gemma. Il passato diventa così non un fardello, per quanto pieno di sentimenti, ma un arco, un ponte, una possibilità di felicità, appunto.
Gli altri personaggi del film portano avanti idee di adattamento, originalità e creazione di contenuti e forme, di trama concreta e sensibile, in movimento, per una sopravvivenza della terra e dell’umanità che diventi vissuto pieno e ricchezza da condividere, non stentata e meramente istintiva prosecuzione biologica o disperazione psichica e spirituale. Portano avanti la speranza e il desiderio di lotta construens, mirata all’affermazione di un Sé calato nel mondo. E così, l’invito del regista si rivolge ai musicisti e ai poeti, affinché scendano dai taxi e la smettano di servire ai tavoli, per portare il loro messaggio in giro, agli altri.
E la scena del pianoforte i cui piedi si intersecano con un albero enorme, dal sapore visivo secolare, ci può riportare molteplici simboli: la grandezza e varietà della terra, l’importanza dei suoi messaggi, di ciò che è originario, di ciò che è semplice, come basi per uno sviluppo armonico dell’essere e della popolazione umana. Andare dentro, vedere, tornare all’essenza, rispettare, e prendersi cura della natura, come del proprio Sé naturale. Non occorre andare lontano per essere e per essere felici: basta (ri)trovare sé stessi. Non bisogna per forza lasciare il proprio luogo d’origine, come dimostra il Nichetti di turno: si può inventare e vincere anche dove c’è solo pioggia d’inverno, munnezza e poca speranza di partenza.
Napoli è metafora di passaggi, di potenza che può diventare atto, di resistenza, di creatività, oltre che di cupezza e problematicità, di unione di culture e spiritualità. Napoli è il divenire che proviene dalle viscere dell’essere, dalle viscere del vulcano. Un cratere che è un cuore. Nulla di bello può compiersi se non viene dal cuore. Da questa prospettiva, non c’è forse un altro luogo fisico a me noto così pullulante e vibrante come Napoli a poter costituire un canale di trasmissione e amplificazione di un messaggio di rinascita.






leggi anche:
Simona Perrella, L'arte della felicità assoluta (Il Pickwick, 3 dicembre 2013)





Retrovisioni
L’arte della felicità
regia Alessandro Rak
direzione artistica Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone
sceneggiatura Alessandro Rak, Luciano Stella
montaggio Marino Guarnieri
character design Alessandro Rak, Dario Sansone
musiche Antonio Fresa, Luigi Scialdone, Antonin Stahly Viswanadhan
suono Luigi Scialdone, Giancarlo Rutigliano, Stefano Grosso, Andrea Cutillo, Dario Della Monica, Francesco Amodeo
voci Leandro Amato, Nando Paone, Riccardo Polizzy Carbonelli, Renato Carpentieri, Jun Ichikawa, Lucio Allocca, Patrizia Di Martino
produttore Luciano Stella
produzione Big Sur
in collaborazione con Mad Entertainment, Rai Cinema, Cinecittà Luce
in associazione con Aleteia Communication, Romagnosi 2000
distribuzione Istituto Luce Cinecittà
paese Italia
lingua originale italiano, napoletano
colore a colori
anno 2013
durata 84 min.

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