“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Sabato, 11 Novembre 2017 00:00

Il sublime paradosso di “Violent Cop”

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Violent Cop è il primo film di Takeshi Kitano. Vi si racconta la storia di un poliziotto, Azuma – interpretato dallo stesso Kitano − che agisce in maniera eufemisticamente poco canonica: egli, disobbedendo ai suoi superiori, usa di propria iniziativa metodi violenti contro i criminali.

Mentre indaga sull'omicidio di uno spacciatore, finisce per arrivare a Nito, uomo d'affari a capo del racket della droga. A questo punto la situazione precipita: Kyoshiro, killer spietato, fa sequestrare la sorella di Azuma, ragazza debole e instabile mentalmente. Questa verrà drogata e seviziata dai rapitori. Azuma viene sospeso dal suo incarico e prosegue da solo, tormentato, per compiere la sua vendetta. La trama perde man mano centralità: diviene un pretesto per mostrare l’essenza delle cose e dei comportamenti, non il loro contenuto fattuale, manifesto, razionale. Come diceva, tra gli altri, Walter Benjamin, il nome e la forma delle cose corrispondono alla loro essenza. La “volontà di rappresentazione” di Kitano diviene essa stessa contenuto principale e sostanza del film.
E, come quasi tutte le situazioni giapponesi che mi è stato dato conoscere, si conferma la contraddittorietà estrema delle azioni e degli atteggiamenti di questo popolo. Il poliziotto, infatti, mostra una serafica calma in tutte le sue espressioni e nei modi di porsi, eccezion fatta per i momenti in cui esplode la sua violenza improvvisa, a tratti inspiegabile ed immotivata, contro i delinquenti. E così è pure il film: una sorta di noir naïf e leggero, intercalato da spruzzi improvvisi e devastanti di furore e brutalità rosso sangue. Il tutto è accompagnato, rallentato, come edulcorato, dalla delicata ed eterea musica di Eric Satie. Ciò tinge l’opera di tinte surreali. La violenza è profondamente corporea, ma sembra altrettanto profondamente concettuale, insita nella mente e nel modus vivendi del popolo giapponese. Questa incoerenza, questa opposizione – la violenza con la dolcezza, il sangue con la melodia, la freddezza con l’insicurezza di fondo − si equilibra paradossalmente nel punto di dominio e di prevalenza dell’i(m)perturbabilità.
Tutto ciò, per noi occidentali, è probabilmente incomprensibile ed inspiegabile, ma fa del paradossale contesto antropologico ed etico di Kitano una fonte ricca e polisemantica di significati reconditi, più che immediati, da ricercare e su cui interrogarsi filosoficamente.

 

 


Retrovisioni
Violent Cop
regia Takeshi Kitano
soggetto Hisashi Nozawa
sceneggiatura Hisashi Nozawa, Takeshi Kitano
con Haku Ryu, Ittoku Kishibe, Ken Yoshizawa, Maiko Kawakami, Makoto Ashigawa, Shigero Haraizumi
fotografia Yasushi Sasakibara
musiche Daisaku Kume
produzione Bandai Media Department
distribuzione MHE
paese Giappone
lingua originale giapponese
colore a colori
anno 1989
durata 103 min.                                                                                     

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