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Giovedì, 02 Novembre 2017 00:00

In un docufilm il ritratto obliquo di Carmelo Bene

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“So di star raccontando in maniera cretina una vita immaginaria. Ogni autobiografia è sempre immaginaria”. Dice una voce. Su questa voce si sono compiuti studi, tesi di laurea, mentre divideva appassionati e detrattori in ogni parte del mondo. È la voce di Carmelo Bene. Di nuovo viva, a quindici anni dalla scomparsa. È stata ritrovata dal regista Giuseppe Sansonna ed è diventata narrante nel docufilm Tracce di Bene, in programma alla Festa del Cinema di Roma e in onda su Sky Arte il 2 novembre.

Un lavoro che in cinquantasei minuti distilla ore di una registrazione completamente inedita, frutto di una conversazione tra l’attore salentino e l’amico Giancarlo Dotto. “Imbattendomi in questa scatola nera, custodita da Dotto, ho pensato di riportarne alla luce il sussurro medianico”, spiega Sansonna sottolineando l’eccezionalità della testimonianza, tanto lontana dal Bene nazionalpopolare che furoreggiò al Maurizio Costanzo Show. “Ho maneggiato con pudore queste macerie di memoria, trasformandole in voice over di un film innervato su di un'ipotetica soggettiva beniana”. L’esito è un racconto dalla struttura tanto nitida – una biografia per immagini e parole – quanto è raffinato nel metodo narrativo. “Ritratto obliquo” lo definisce Sansonna.
La vita di Bene è rievocata in passaggi essenziali. Sono documentate le origini, la Terra d’Otranto dove l’autore “non” è nato il 1° settembre 1937, come ripeteva. Terra di spiritualità primitiva: le chiese tetre, i sacerdoti brutali e “assatanati”, le beghine che storpiano il latino e Giuseppe da Copertino che vola sopra “il sud del sud dei santi”. Le immagini di Salomè, accompagnate dal registro barocco di Bene, introducono al suo eros: sfrenato in quanto “contrario a una personale vocazione alla castità”. I primi passi nell’arte avvengono sotto la guida sbilenca di una zia, cantante e completamente matta. La pazzia torna dopo lo straordinario debutto nel Caligola che Camus gli aveva regalato. I genitori lo fanno rinchiudere in manicomio. Esperienza centrale, secondo Bene, che dopo gli applausi trionfali del Teatro Argentina si ritroverà in una cella coperto dagli sputi dei reclusi. Negli anni successivi si rafforza la sua poetica, ampliata con audaci prove cinematografiche. Nel filmato si mostra un rarissimo incontro pubblico con Pasolini: i due erano divisi dall’impegno politico ma uniti dalle temperature artistiche e umane. Poi gli anni più incerti, quegli ’80 dove l’Italia conobbe il restringersi degli spazi artistici precedentemente conosciuti. Il periodo della malattia è affidato al racconto che Dotto ha pubblicato in Elogio di Carmelo Bene (Pironti, 2012): “Non ne potevi più, anche di non poterne più”, dice il giornalista in un’interpretazione appassionata e commossa.
Il ritratto obliquo è molto riuscito, restituito nel talento smisurato, nei profondi ed eloquenti nonsense, nella sua marginalità in patria. Anche in un'inedita dolcezza di sguardi e pensieri. Conclude Sansonna: “Ho cercato di eludere il demenziale tentativo di spiegare Carmelo Bene. Che ha passato un'intera, esistenza a (non) spiegarsi da solo”.
Nel docufilm interventi di fiction, come già sperimentato da Sansonna in A perdifiato, Lo sceicco di Castellaneta, Zemanlandia. Ritratti di personaggi a cui la mano del regista aggiunge frammenti sognanti, affidati ad attori. Anche noti. A questo hanno preso parte Flavio Bucci, Luigi Mezzanotte, Ottaviano Dell’Acqua. Più un passaggio con Franco Citti, grande amico di Bene, che è stato intervistato dal regista poco prima di morire. Tracce di Bene si apre e si chiude con una frase ascoltata da João César Monteiro, cineasta portoghese che nel suo La commedia di Dio regala a Bene il giusto addio: “Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere”.



 

Tracce di Bene
regia Giuseppe Sansonna
produzione Minimum Fax Media, Sky Arte
con il sostegno di Apulia Film Commission
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori, bianco e nero
anno 2017
durata 56 min.

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