“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Martedì, 17 Ottobre 2017 00:00

Il ritorno dei replicanti: "Blade Runner 2049"

Scritto da 

Quando si alza il sipario è innanzitutto la musica a rapirti. Gli strumenti utilizzati per crearla sono gli stessi impiegati nella realizzazione di Blade Runner, uscito nel non più tanto lontano 1982, e le melodie di nuovo incorporano le immagini, le quali si stagliano, dal primo respiro del film, su di una vastità imponente e desolata, che taglia il fiato. Così la pellicola avvolge ogni più piccolo dettaglio, non lo aggira mai, né lo suggerisce in una seducente nuvola di sensazione, sviscerando fin quasi all’ossessività ogni minuscolo grumo della trama.

K, l’agente protagonista della storia, il Blade Runner interpretato da Ryan Gosling, replicante egli stesso, è immerso nel suo unico motivo d’esistenza: il “ritiro” dei replicanti illegali, gli esemplari ribelli di Nexus 8. Ma una parte del suo artificiale cuore, già ricolmo di un virtuale sentimento, si preoccupa di dover vivere al di là dell’autodeterminazione che si esaurisce nel proprio compito sociale, e presto una clamorosa scoperta lo farà vacillare sulla propria ineccepibile obbedienza, legandolo ancor di più ad uno sconvolgente e luminoso dubbio che forse da sempre lo ha attanagliato. K potrebbe essere stato dato alla luce come ogni vero essere umano? La prima mossa della sua indagine è tracciata all’interno della Wallace Corporation, dispensatrice degli attuali innocui replicanti, considerati nuovamente necessari all’espansione delle colonie extramondo.
È Neander Wallace, interpretato da Jared Leto, ad aver preso le redini della nuova industria sorta al posto della Tyrell Corporation, fallita in seguito all’ingente numero di ammutinamenti dei modelli Nexus 8, gli stessi di Roy e Pris, Zhora e Leon, dell’inconsapevole ed amata Rachael.
La risposta all’interrogativo di K potrebbe trovarsi all’interno di un’aberrazione, di un accadimento miracoloso, ed il primo indizio potrebbe essere racchiuso in quel sogno che da sempre costituisce il suo unico ricordo, frutto del suo io, o forse instillato da un’altra mente, fabbricato appositamente per chi ha bisogno del barlume di un passato a cui aggrapparsi. Ma il blackout del 2022 ha cancellato la maggior parte delle tracce, rendendo ancor più complessa la ricerca, ed il viaggio sarà pericolosamente insidiato da chi ha il grande potere e l’interesse di occultare e distruggere la verità, temendo la destabilizzazione di un ordine sociale che da tempo immemore ha perduto ogni punto di riferimento e naviga alla deriva intorno ad esistenze abbozzate, in un’era inconclusa ed oscura.
La poesia delle rivelazioni che sostanzia l’intera dimensione di Blade Runner si perde un po’ in un’interiorità dei personaggi che è fin troppo ben visualizzata e nitida, e nella ridondante ripetizione di alcuni nodi di pensiero, elementi che a tratti sciupano l’atmosfera magistralmente rarefatta, ed il sincero, palese amore di Villeneuve e degli attori protagonisti verso l’opera d’arte da cui questo sequel è tratto. La continua meditazione, l’incessante evocazione di un esistere nebuloso e di un futuro estraneo ed incombente, subisce così delle interferenze dovute a certe futili componenti o a momenti che non sono perfettamente in linea con lo scenario prospettato. La dote è però nel significato profondo di Blade Runner, ed anche qui in Blade Runner 2049 essa continua a vivere al di sotto della visuale di superficie, mentre il suo fuoco seguita ad ardere, anche se in diverse parti del film la scintilla ne è smorzata o non ne vediamo il riflesso.
Peccato che la capacità mostrata nel lavoro di Ridley Scott, quella di far affiorare i motivi più reconditi, intimi e ad un tempo universali dell’esistenza umana nel fluire spontaneo e quotidiano di una realtà pseudo-metropolitana e futuristica, non sia qui tradotta in un altrettanto facile danza di gesti, frasi e pensieri. Pur non presentando elementi macchinosi, l’opera di Villeneuve soffre un po’ per una trasposizione esacerbata dei caratteri e di ogni più piccola idea albergata nell’animo dei personaggi, che spesso finisce per incanalare in un sentiero angusto tutto ciò che vi è di più interessante in ogni considerazione, svuotandola per non averle lasciato la libertà di essere presa un po’ più alla larga, la stessa cosa che avviene con i troppo puntuali e frequenti riferimenti alla prima pellicola. Ma probabilmente è lo scotto pagato per la pretesa di un film di facile approccio da parte del pubblico, nella speranza che la consistenza del lavoro non spaventasse spettatori troppo poco avvezzi alla grande sensibilità che questo tipo di creazione cinematografica richiede.
Restano però impresse certe immagini, che qui dicono più degli sviluppi della trama, le quali non vengono maniacalmente reiterate come la maggior parte dei significanti puramente intellettuali, e che per questo sono in grado di liberare e far vibrare le sensazioni segrete e sedimentate durante la percezione di tutta l’opera. Come il nebbioso rossore delle polveri, ad avvolgere K mentre osserva le arnie ricolme delle api e del loro ronzio, o come il riverbero in perenne movimento dell’acqua, nella grande stanza dalle pareti nude e levigate all’interno della Wallace Corporation. Il volto umano o replicante del film è quello di personalità inclini a sprigionare una dignità che rasenta la perfezione, come nella contagiosa commozione dell’ormai anziano agente Deckard, probabilmente il miglior personaggio che Harrison Ford abbia mai interpretato.
Villeneuve è come sempre un abilissimo direttore, che sa come comporre una storia, come registrarne la magia e l’incanto sperimentando nuove soluzioni ed inconsuete visioni, ma egli stesso sa che il Blade Runner di trentacinque anni fa è ciò che meglio continua a rappresentare questa complicata e gloriosa galassia immaginifica, interpretando nel suo punto più alto la coscienza che aleggia su questo lungimirante creato, fantasmagorico ed anche attuale, per un domani plausibile, non auspicabile per ciò che ne deriva a livello di sofferenza, ma proprio per questo così penetrante e struggente. Il Blade Runner di Denis Villeneuve è un bellissimo mondo, laddove il Blade Runner di Ridley Scott è uno straordinario universo senza limiti né fine.






Blade Runner 2049
regia Denis Villeneuve
soggetto Philip K. Dick, Hampton Fancher
sceneggiatura Hampton Fancher, Michael Green
con Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Jared Leto, Robin Wright, Mackenzie Davis, Carla Juri, Lennie James, Dave Bautista, Barkhad Abdi, David Dastmalchian, Hiam Abbas, Wood Harris, Edward James Olmos, Elarica Johnson
fotografia Roger Deakins
montaggio Joe Walker
musiche Jóhann Jóhannsson, Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch
produzione Alcon Entertainment, Thunderbird Entertainment, Scott Free Productions
distribuzione Warner Bros. Pictures
paese Stati Uniti d'America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2017
durata 163 min.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook